“Lo specchio” (The mirror) (1961)
episodio n. 6, terza stagione, serie classica di “Ai confini della realtà”
sceneggiatura di Rod Serling
regia di Don Medford
con Peter Falk
Rod Serling non fu solo il geniale artefice della serie classica di “Ai confini della realtà”, spesso ne fu anche lo sceneggiatore. Gli episodi in cui la sua scrittura riusciva particolarmente efficace erano quelli dedicati a tematiche politiche. “Lo specchio” è un piccolo gioiello che è strutturato come un breve atto unico teatrale. Si svolge all’interno di una sala che è la sede operativa del tiranno. In poco più di venti minuti, Serling riesce a costruire una parabola inquietante, colma di diverse implicazioni.
Non bisogna farsi troppo condizionare dal contesto: è vero che siamo nel periodo della rivoluzione cubana e in piena Guerra fredda e che le figure rappresentate rimandano ai castristi, ma fermarsi solo a questo aspetto non permette di cogliere il messaggio complessivo di critica del potere totalitario, e in definitiva degli abusi del potere politico tout court, che è condannato alla paranoia e all’autodistruzione.
L'episodio traccia con precisione clinica la discesa del tiranno nella follia paranoica. Inizialmente scettico riguardo allo specchio, viene gradualmente sedotto dalla sua illusione. La progressione è inesorabile. La performance di Peter Falk nei panni di Clemente è notevole per la sua capacità di rendere visibile questa trasformazione psicologica. Uno degli aspetti più riusciti dell'episodio è il ritratto della totale solitudine del dittatore, costretto a fare i conti con la finitezza e con la fragilità dell'uomo. Non può fidarsi di nessuno perché il potere assoluto rende impossibile la fiducia autentica: le relazioni sono inquinate dal sospetto, ogni manifestazione di lealtà potrebbe essere dissimulazione.
Lo specchio del dittatore non è un oggetto fantastico puro e semplice, ma, come lo era anche quello di Grimilde, è un dispositivo narrativo e simbolico. È il fulcro dell’intero episodio. È, sì, l’oggetto magico, ereditato dal precedente tiranno, ma è soprattutto metafora della paranoia che tormenta la sua coscienza, è lo strumento della profezia che si autoavvera, che precede lo svolgersi degli avvenimenti, condizionandoli. La rivoluzione tradita è un altro tema portante: il liberatore che diventa a sua volta oppressore, per poi lasciare il posto a un nuovo liberatore, a cui toccherà lo stesso destino, in una ciclica, ossessiva, coazione a ripetere da girone infernale.
La metafora ideata da Serling, proprio per questo, prescinde dall'individuo che detiene il potere: lo specchio si trasmette da despota a despota, è quindi il potere stesso che si perpetua, l'assolutismo che legittima se stesso, lasciando inalterate le sue caratteristiche di fondo. È una visione profondamente pessimistica, ma molto realistica, della natura umana e delle dinamiche che regolano le relazioni di dominio tra individui.
“The mirror" conserva ancora oggi una rilevanza inquietante. In un'epoca in cui assistiamo al riemergere di tendenze autoritarie in molte parti del mondo, la parabola di Serling sulla paranoia del potere ha una valenza che trascende il contesto storico. L'episodio ci ricorda che il totalitarismo è un circolo vizioso che si autoalimenta, non è semplicemente il prodotto di leader malvagi, ma emerge da dinamiche psicologiche, antropologiche e strutturali che si riproducono attraverso i secoli e le culture e che non riguardano solo i sistemi politici fondati sull'autocrazia, ma anche quelli apparentemente democratici.

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