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domenica 4 gennaio 2026

Mikhail Yuryev, “Il terzo impero - La Russia come dovrebbe essere” (2006)


Mikhail Yuryev, “Il terzo impero - La Russia come dovrebbe essere” (2006)

«Infine gli avversari furono sconfitti e conquistati dalla Rus’ di Mosca sotto Ivan III il Grande (1462-1505), penultimo gran principe di Moscovia (suo nipote, Ivan IV il Terribile, sarà già zar di tutte le Russie), e sotto di lui il dominio dell’Orda finì. In questo periodo, dopo la caduta di Bisanzio, emerse una tesi che divenne la quintessenza dell’idea nazionale russa, che è rappresentata sullo stemma dell’impero russo, sull’emblema che pende dall’aquila bicipite: Mosca è la terza Roma, e non ce ne sarà una quarta.»

«… i rappresentanti di tutte le élite degli Stati Uniti, portati in aereo, arrestati per questa occasione (e il giorno dopo riportati indietro e rilasciati): il presidente Bush III e gli ex presidenti Bill Clinton, Bush junior e Hillary Clinton, membri attuali ed ex membri del gabinetto, deputati e senatori, banchieri e industriali, editorialisti di giornali e conduttori televisivi, famosi avvocati e top model, cantanti pop e attori di Hollywood. Tutti sfilarono per la piazza Rossa in manette e con le targhette con il proprio nome al collo…»

«…l’Europa ha cercato di umiliarci, conquistarci e indebolirci più volte nel corso dei secoli! Mai più la minaccia deve venire dall’Occidente! Pertanto, la prima parte del compito di costruire un nuovo ordine mondiale per noi è questa: l’intera Europa deve unirsi all’impero russo da oceano a oceano; questa è la nostra missione storica e l’imperativo per la nostra sicurezza.»

«La civiltà anglo-americana è riuscita due volte a impedire la creazione dell’unione russo-tedesca, ovvero prima della Prima e della Seconda guerra mondiale, ma difficilmente ci riuscirà una terza volta: è impossibile abbindolare un intero popolo per un tempo molto lungo… tutti ormai hanno capito, anche se ci è costato la perdita di metà del Paese, che il dominio plurisecolare della Russia per aumentare il suo territorio a ovest e a sud non è una ‘pretesa’ da grande potenza, ma una necessità vitale. È anche ovvio che l’Occidente non sarà mai d’accordo, ma non possiamo passare tutta la vita a costruire la nostra strategia per compiacerlo: oggi non è il tempo di El’cin, e domani sarà diverso a maggior ragione.» (dalla postfazione dell’autore)

Esistono libri che non riusciresti mai a immaginare, che superano la più fervida delle fantasie. Ed è il caso di questo interessante “ibrido narrativo”, nel quale mi sono imbattuto del tutto casualmente, scritto tra il 2004 e il 2005, uscito nel 2006 in Russia e pubblicato in italiano nel 2024 da Fanucci. “Il terzo impero” di Mikhail Yuryev è un’opera che sfida le categorie tradizionali della narrativa politica. Presentato come romanzo di fantascienza ucronica, si configura in realtà come un dispositivo ideologico che utilizza la forma della finzione per promuovere ed enfatizzare un progetto politico “coerente”, organico e sorprendentemente esplicito. 

La sua natura ibrida — tra utopia/distopia autoritaria, trattato geopolitico e propaganda — lo rende un oggetto di studio significativo per comprendere l’immaginario imperiale russo del primo quarto del XXI secolo. In questo senso l'ibridazione letteraria è anche una proiezione di quella ideologica che mette insieme e armonizza tanti elementi diversi ricavati da vecchie e nuove forme di autoritarismo. Non potevo certo lasciarmelo sfuggire.

La biografia di Yuryev è essenziale per interpretare il testo. Imprenditore, ex liberale negli anni ’90, poi convertito a un nazionalismo radicale, morto nel 2019, apparteneva a quella generazione di élite russe che ha vissuto la transizione post-sovietica come trauma e come occasione di ridefinizione identitaria e di status sociale. È stato Vicepresidente della Duma di Stato durante la seconda legislatura, tra il 1996 e il 1999, e Presidente del Consiglio per l’economia e l’imprenditoria sempre negli anni Novanta. Un insider, insomma.

Il romanzo non è dunque fantascienza speculativa, ma la formalizzazione in narrativa di un orientamento politico già presente nei circoli nazionalisti e conservatori russi. La sua chiara vicinanza teorica a figure come Aleksandr Dugin - citato anche nel libro - e il giornalista Vladimir Solovyov colloca l’opera all’interno di un discorso ideologico che mira a legittimare un modello di potere verticale, autocratico, civilizzatore, ultranazionalista e euroasiatista.

Non ho trovato invece dichiarazioni pubbliche documentate di Putin che menzionino il libro di Yuryev o esprimano apprezzamento per esso. Alcuni siti hanno suggerito che Putin potesse conoscere o apprezzare il libro, ma queste affermazioni sono generalmente non supportate da fonti primarie, basate su aspetti tematici piuttosto che su prove dirette. 

È più probabile che Putin e il suo entourage condividano alcuni elementi ideologici simili a quelli espressi nel libro (nazionalismo russo, visione imperiale, spazio vitale, anti-occidentalismo) piuttosto che il libro stesso abbia influenzato direttamente la politica del Cremlino. La natura chiusa del sistema russo rende difficile verificare quali testi o autori influenzino realmente i leader politici. Yuryev però nella prefazione dell’edizione del 2018 criticava il moderatismo di Putin nelle questioni interne, ma solo in quelle, pur apprezzando complessivamente la sua politica, soprattutto quella estera finalizzata all'annessione imperialista.

La fortuna del libro è stata discontinua. Alla pubblicazione rimase confinato in ambienti nazionalisti ed elitari; solo dopo il 2014, e ancor più dopo il 2022, è stato reinterpretato come testo “profetico”. Questa lettura retrospettiva, tuttavia, rischia di attribuire al romanzo un valore predittivo che non possiede. Gli elementi che coincidono con la realtà — Crimea, Georgia, tensioni con l’Ucraina — erano già oggetto di discussione nei circoli strategici russi. Il romanzo codifica e normalizza un insieme di desideri politici già presenti.

La scelta di un narratore esterno — un giovane storico latinoamericano che nel 2054 ricostruisce l’ascesa del “Terzo Impero Russo” (il primo è quello zarista, il secondo quello sovietico) — serve a conferire un’apparenza di distanza analitica e oggettiva. In realtà, la voce narrante è completamente subordinata alla logica apologetica dell’autore. 

La prima parte, molto più interessante e scorrevole, dedicata alla storia alternativa, delinea un impianto ideologico che presenta l’espansione russa come necessità storica e non come voglia di conquista o come reazione difensiva. La seconda parte, stracolma di particolari, di elenchi e di cifre, più programmatica, più lunga, a momenti decisamente monotona, delinea la società ideale: un sistema autocratico-teocratico, rigidamente gerarchico, fondato sulla lealtà allo Stato e sull’Ortodossia religiosa come principio identitario.

Il nucleo teorico del romanzo è la rappresentazione del conflitto globale come evento ineluttabile. Yuryev sostiene che il mondo multipolare è instabile e che solo la vittoria russa possa ristabilire l’ordine. Questa visione si fonda su tre assunti impliciti: la Russia è una civiltà distinta, incompatibile con l’Occidente; l’espansione territoriale è una necessità vitale, non una scelta politica; la guerra è uno strumento legittimo di riequilibrio storico. Si tratta di una concezione che non appartiene alla narrativa speculativa, ma alla geopolitica ideologica: la finzione serve a legittimare ciò che nella realtà sarebbe contestabile.

La prima parte culmina con una guerra nucleare limitata contro gli USA: la Russia, protetta da un fantascientifico "scudo" antimissile, sconfigge Stati Uniti e, successivamente, l’Europa, che si arrendono in fasi e con modalità diverse per paura dell'annientamento totale, ponendo di conseguenza fine al dominio occidentale, al globalismo e alla democrazia liberale, trasformando l’America in una nazione a sovranità limitata.

Il mondo post-bellico “multipolare” così delineato e auspicato si riorganizza, di conseguenza, in cinque superpotenze: la Federazione Americana che riunisce tutte le Americhe, la Repubblica Celeste (con la Cina come leader, e che comprende tra gli altri Giappone, Australia e Nuova Zelanda), la Confederazione Indiana, il Califfato Islamico (Medio Oriente e Africa) e l'Impero Russo, che ingloba Europa, Turchia, Israele, Groenlandia e gran parte dell'Asia settentrionale. 

E qui ci sono evidenti analogie con diverse classiche utopie, distopie e ucronie, che descrivono un mondo “multipolare” futuro diviso in abnormi strutture statuali. Un universo multipolare e ordinato che può esistere, secondo Yuryev, solo nel caso in cui il mondo sia diviso in pochi grandi stati imperialisti, perché i piccoli stati condurrebbero a conflitti inevitabili, mentre in questo modo ognuno riesce a essere autosufficiente senza bisogno di nulla dagli altri, cosa smentita però dallo stesso scrittore che nel prosieguo narra di tanti piccoli conflitti ripetuti più volte nel corso del tempo. Questa divisione inoltre è in massima parte dettata dalla logica dell’imperialismo continentale che fa parte integrante della storia russa.

La società descritta nella seconda parte del libro è un modello di autoritarismo radicale: potere verticale e centralizzato; élite militari e amministrative come unica fonte di legittimità politica; religione ortodossa come fondamento identitario; russificazione forzata dei popoli annessi; nuova “opricnina” come strumento di controllo sociale. È in sintesi un’utopia autoritaria con a base un Medioevo modernizzato. L’utopia di Yuryev, infatti, non è emancipatrice, ma disciplinare: promette ordine, stabilità e dignità materiale in cambio della rinuncia totale alla partecipazione politica. È un progetto di ingegneria sociale che combina elementi zaristi, sovietici, neomedievali, di post-democrazia e degli altri dispotismi del XX secolo in un’unica ibrida narrazione da potenza egemonica.

Dal punto di vista estetico, il romanzo è debole: la prosa è didascalica, i personaggi sono bidimensionali, la struttura è rigida, la narrazione abbonda di retorica. Ma questi limiti sono paradossalmente funzionali alla natura del testo. La narrativa in questo caso non serve a creare mondi, ma a legittimare un mondo possibile. La finzione è subordinata alla tesi della supremazia imperiale russa. Ciò non toglie il fatto che il libro sia divertente e a suo modo appassionante. Certe pagine sono talmente sopra le righe e imbarazzanti da sembrare satira involontaria.

“Il terzo impero” più che come romanzo, va letto come un documento assai interessante dal punto di vista antropologico: una testimonianza dell’immaginario politico di una parte dell’élite russa che considera il conflitto con l’Occidente non un rischio, ma un destino. La sua importanza non risiede nella qualità letteraria, ma nella trasparenza ideologica. Per questo merita attenzione critica: non perché sia un grande romanzo, ma perché è una finestra sorprendentemente sincera su un progetto di potere che continua a influenzare il discorso politico russo contemporaneo.


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