“Pluribus”, prima stagione (2025)
Ideatore Vince Gilligan
con Rhea Seehorn, Karolina Wydra, Carlos Manuel Vesga
“Ci serve solo un po’ di spazio.”
Il collettivismo, comunque lo si declini, è un pesante ostacolo alla realizzazione dei singoli individui. È uno dei presupposti del totalitarismo. Impedisce il pieno sviluppo della personalità e della creatività e ha ben poco a che fare con la giustizia sociale. La sfera pubblica che invade totalmente ogni ambito della sfera privata è l’anticamera di qualsiasi dispotismo.
Vince Gilligan, dall’“iperrealismo surreale” di “Breaking Bad” e “Better Call Saul”, fa il salto e approda alla fantascienza, ma per parlare ancor più del reale. Dire che "Pluribus" è metafora del presente è un’affermazione scontata. Piuttosto, ci sarebbe da chiedersi: metafora di cosa, esattamente? Già il titolo stilizzato PLUR1BUS, che richiama il detto latino “e pluribus unum” (“da molti, uno”), che è stato anche il motto degli USA su banconote e monete fino al 1956, fornisce una traccia. Gli episodi della prima stagione sono nove, tutti da manuale, con il settimo, “Il Vuoto”, autentico capolavoro.
Per quel che mi riguarda, non poteva scegliere tematiche migliori per alludere al presente: il primato della tutela del bene comune, la bontà assoluta, l'abolizione di ogni sofferenza — anche quella degli animali — e di ogni differenza, la sincerità a ogni costo, senza più proprietà privata, i singoli perennemente connessi a un “noi” collettivo. In sintesi: la perdita dell'individualità, l'abolizione dell’io, sacrificato sull’altare di un’Intelligenza Artificiale, ma in carne e ossa, dalla conoscenza illimitata, e che è disponibile a servire anche i dissidenti.
Tutto ciò porta davvero alla felicità? Si può essere felici quando non si è più soli nella propria mente e non si ha più nulla di proprio? O sono invece proprio “infelicità”, differenze, conflitti, bugie, assenza, diritto alla sfera privata e alla solitudine, speranza e disperazione, gioia e tristezza, insieme, a dare un senso all'esistenza umana? “PLUR1BUS” non è solo una serie tv, ma un trattato di filosofia politica in forma di racconto metaforico sul mondo attuale e sui rischi che corriamo.
Il sacrificio di miliardi di esistenze non sembra avere alcuna importanza quando si tratta della costruzione della società perfetta, alla ricerca della massima efficienza, di un mondo ecosostenibile e senza più crimini. “Lo facciamo per il tuo bene, perché ti amiamo.” In verità, questa assertività manipolata e snaturata è solo uno strumento di controllo che azzera ogni unicità individuale a beneficio di un’unicità collettiva, riducendo gli esseri umani ad automi anestetizzati, funzionali all’utopia dell’unione globale e della condivisione di beni materiali e delle emozioni. La pacificazione forzata non è pace, ma alienazione.
L’autore narra di un mondo post-apocalittico e distopico, nel quale l'umanità ha raggiunto una massificazione quasi perfetta, se non fosse per tredici soggetti immuni, sparsi su tutto il pianeta, che reagiscono in maniera differente al fatto di essere i soli “sopravvissuti” agli effetti di un virus alieno. Gilligan usa la fantascienza classica, scelta che si rivela più che azzeccata, oltre che naturale conseguenza.
L’espediente narrativo del contagio alieno rafforza la metafora, sottolineando l’estraneità dell’essenza umana a un “paradiso” artificiale, piatto e privo di passioni. Mette bene in luce le contraddizioni delle utopie e delle illusioni di una “Imagine” universale. Il peso del dissenso integrale, del rifiuto di omologarsi, con il suo carico di senso di colpa e di solitudine, e il valore assoluto della resistenza individuale sono alcune delle intuizioni contenute in “Pluribus”.
Ciononostante, non si può fare a meno dell’Altro, anche se conserva ben poco di umano. È duro resistere al fascino del mondo intero, alle sue lusinghe, alla sua seduzione. Il fulcro dell'opera, di conseguenza, è costruito sulla dialettica tra i concetti di libera scelta, consenso e dolce persuasione. Il sistema non mente, ma quando può occulta la verità. Il fine ultimo è la totale, assoluta e assoggettata integrazione. La vera vittoria del sistema di dominio, la sua nuova frontiera, sta nel convertire i dissidenti, non nel sopprimerli.
Un territorio dove si incontrano letteratura, cinema e televisione, una sorta di antologia della science fiction: da “L'invasione degli Ultracorpi”, passando per “Io sono leggenda”, “Ai confini della realtà”, “X-Files” (a cui Gilligan ha collaborato in passato), “La cosa da un altro mondo”, “Soylent Green” (“2022: i sopravvissuti”), “Essi vivono”, “La mano sinistra delle tenebre”, “Visitors” e altro ancora, con riferimenti ben individuabili. A cominciare dal “noi siamo noi”, che riecheggia Zamjatin e il suo romanzo, il primo capolavoro distopico dell'era contemporanea, scritto, non a caso, in Unione Sovietica.
E poi ci sono i classici stilemi delle serie targate Gilligan: l'esasperante — ma funzionale e avvincente — lentezza, alternata a imprevedibili colpi di scena, e l'indugiare su particolari tutt'altro che insignificanti. Inoltre, la narrazione evita schematismi e polarizzazioni, rendendo il conflitto in maniera non affatto lineare: Carol è un personaggio assai complesso e controverso, in buona parte con caratteristiche opposte a quelle dell'altro dissidente, Manousos Oviedo, interpretato da un sorprendente Carlos Manuel Vesga, un irriducibile, onesto gentiluomo paraguaiano.
Tuttavia, il salto narrativo di genere non produce una frattura con le altre due grandi precedenti serie di Gilligan, ma piuttosto una continuità logica nella rappresentazione del paradosso dell’esistenza. Nel fare questo si porta appresso alcuni elementi, a cominciare dal paesaggio straniante di Albuquerque, e dall'eccellente Rhea Seehorn, la Kim di “Better Call Saul”, qui nei panni di Carol Sturka, una scrittrice seriale di stucchevoli romanzi fantasy rosa, dei veri e propri artificiosi best seller. Gilligan collega in questo modo “Better Call Saul” a “Pluribus”, così come Bob Odenkirk — Saul Goodman — era stato il trait d’union tra “Breaking Bad" e la seconda serie. Insomma, Gilligan fa di nuovo centro. Ed è solo la prima stagione.

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