LA NARRATIVA DI ANTICIPAZIONE COME METAFORA DELL'INFERNO - 3. L'orrore della solitudine assoluta e della follia in Richard Matheson
«Morire, senza conoscere la gioia intensa e il relativo conforto dell'abbraccio di chi si ama. Affondare in quel coma orrendo, poi nella morte, e forse tornare per compiere vagabondaggi sterili, spaventosi. Senza sapere cosa significasse amare ed essere amati. Una tragedia che superava quella di trasformarsi in vampiro.»
“Io sono leggenda”
«Aveva corso via dalla vita, via dai suoi problemi e dalle sue paure; ritirandosi, indietreggiando, senza affrontare nulla, cedendo, lasciando perdere, arrendendosi. Lui viveva ancora, ma la si poteva considerare vita, oppure era solo una sopravvivenza dettata dall'istinto? Sì, lottava ancora per il cibo e l'acqua, ma ciò era inevitabile se aveva scelto di continuare a vivere. Ciò che voleva sapere era questo: era una persona a sé stante, che aveva un significato; era un individuo? Era ancora importante? Era sufficiente limitarsi semplicemente a sopravvivere? Non lo sapeva; non lo sapeva. Forse era un uomo che cercava di affrontare la realtà. Forse era una patetica frazione di un'ombra, che viveva solo per abitudine, spinto dagli impulsi, mosso da qualcosa senza essere mai motore effettivo di un'azione, combattuto, mai combattente.»
“Tre millimetri al giorno”
«Alle 11 e 32 del mattino Mann superò il camion.
Era diretto a ovest, lungo la strada che portava a San Francisco. Era giovedì, e per essere aprile faceva un caldo eccessivo. Si era tolto la giacca, allentato la cravatta e aveva allargato il colletto della camicia, arrotolandosi le maniche. Il sole gli picchiava sull'avambraccio sinistro e su parte delle gambe. Ne sentiva il calore attraverso i pantaloni scuri mentre guidava lungo la statale a due corsie. Negli ultimi venti minuti non aveva notato nemmeno un veicolo, in una direzione o nell'altra.»
“Duel”
«Cominciai a scivolare via. Quando mi accorsi che mi restava solo un ultimo briciolo di coscienza, era già troppo tardi. Era come se la mia mente - o meglio, la mia volontà - fosse come una falena imprigionata nella cera d'api che si va solidificando. Ci fu un lieve battito d'ali con cui cercai di liberarmi, ma fu vano.»
“Io sono Helen Driscoll”
L'inferno di Richard Matheson è sparso in una pluralità di romanzi, racconti e sceneggiature. Ha spesso come comune denominatore l’orrore della solitudine, della follia e del capovolgimento di senso a partire dalla mera vita quotidiana. Il mostruoso è sempre il riflesso di questa solitudine sin dal suo romanzo-manifesto “Io sono leggenda” del 1954. Robert Neville, il protagonista, è l’eroe mathesoniano per eccellenza, vive il massimo estraniamento concepibile: è l’unico al mondo ad essere rimasto umano, circondato da una moltitudine di vampiri. L’orrore, infatti, non sta tanto nei mostri quanto nell'isolamento totale. È insieme lotta per la sopravvivenza e graduale discesa nella follia.
Non ha nessuno con cui parlare, nessuno che confermi la sua sanità mentale, nessuna possibilità di relazione umana. L’inferno è l’assenza dell’altro. L’esistenza diventa una ripetizione ossessiva e rituale di gesti e abitudini per cercare di sopravvivere. La metafora è chiara: siamo tutti soli, immersi nella routine quotidiana, circondati da mostri, nel nostro personale inferno. Noi stessi percepiti come mostri dagli altri. La società scompare. L’orrore di essere inghiottiti dalla folla, di perdere definitivamente la nostra individualità è l'orrore più grande.
Follia e solitudine vanno di pari passo. L'inferno della solitudine si rivela inferno dell'incomprensione radicale. Neville combatte per preservare qualcosa che non esiste più, si aggrappa a un'identità di "umano normale" che è diventata mostruosità nel nuovo ordine sociale: il potere della massa a cui il protagonista rifiuta di omologarsi. Da questo romanzo sono stati tratti diversi adattamenti cinematografici. A mio parere, il migliore resta “L'ultimo uomo della Terra” del 1964 di Ubaldo Ragona con un immenso Vincent Price.
Stesso tema lo troviamo rappresentato in maniera esemplare in almeno altre due opere: nel romanzo “Tre millimetri al giorno” del 1956 e nel racconto “Duel” del 1971. Il romanzo ha un andamento kafkiano: Scott Carey rimpicciolisce gradatamente di tre millimetri al giorno. Il protagonista, diminuendo di dimensioni, perde gradualmente il contatto con la realtà, la follia e la solitudine sono legati di nuovo alla perdita di identità. Mentre ci trasformiamo in fenomeni mostruosamente ridicoli, il mondo circostante va avanti senza di noi, e non possiamo fare altro che assistere impotenti. Non c'è nemmeno la lotta contro un nemico esterno, non c'è niente da combattere o per cui combattere.
Matheson orchestra la discesa negli inferi di Carey attraverso stadi di crescente alienazione che sono anche stadi di perdita progressiva dell'identità individuale. Ciò che rende Tre millimetri al giorno un capolavoro è che Matheson trasforma una premessa quasi comica (un uomo che rimpicciolisce) in meditazione sulla perdita progressiva di tutto ciò che costituisce l'identità: il ruolo sociale, le relazioni, l'autonomia, persino la scala dimensionale che definisce cos'è "umano".
L'inferno qui non ha nulla di spettacolare - è lento, inesorabile, matematicamente preciso. Tre millimetri al giorno. Ogni giorno. Senza speranza di arresto. Tuttavia, sia Robert Neville che Scott Carey hanno il destino segnato da una rivelazione esistenziale. Anche da questo romanzo è stato tratto un film cult: “Radiazioni BX: distruzione uomo” del 1957 per la regia di Jack Arnold.
In “Duel”, reso famoso dell'adattamento capolavoro di Spielberg, il protagonista è solo di fronte a un nemico oscuro, anonimo, rappresentato esclusivamente dall’imponente mostruosità di un camion che è pura forza distruttiva. David Mann è solo anche rispetto al mondo circostante, al quale non può o non vuole rivelare la sua assurda condizione. L'inferno qui è quello della violenza immotivata, impersonale, ed è quello dell’isolamento psicologico. Di nuovo, solitudine e follia. Le cose che abbiamo creato per servirci ci dominano, ci minacciano, ci intrappolano. Il mondo degli oggetti, che dovrebbe essere neutro e strumentale, diventa attivamente subdolo e malevolo.
Matheson aveva capito qualcosa di profondo sulla contemporaneità: la violenza è sempre più anonima, sistemica, incorporata in meccanismi. Il camion non è una persona cattiva - è una macchina. Ma la macchina uccide. E dietro la macchina c'è forse un uomo, ma quell'uomo è invisibile, ridotto a funzione del veicolo. L'inferno è questo: l'irruzione dell'assurdità della violenza nella normalità, senza preavviso, senza senso, la macchina come estensione del corpo ma anche come qualcosa che può ribellarsi o essere usato da una forza misteriosa come arma.
Con “Io sono Helen Driscoll” (A Stir of Echoes, 1958), un romanzo di genere fantastico, Matheson esplora un inferno particolarmente claustrofobico, ossessivo e paranoico: l'impossibilità di chiudere la propria mente. Tom Wallace, uomo del ceto medio con moglie e figlio, viene ipnotizzato durante una festa di quartiere. L'ipnosi ha conseguenze impreviste: Tom sviluppa percezioni extrasensoriali che non riesce più a controllare. Inizia a percepire i pensieri degli altri, a captare emozioni altrui, ad avere visioni che non può spegnere.
L'inferno qui è una solitudine che non sembra più tale, ma il suo opposto: l'invasione totale della mente. Tom non può più chiudere la porta della sua coscienza. I pensieri degli altri irrompono continuamente - pensieri banali, desideri nascosti, rancore. La mente, che dovrebbe essere l'ultimo rifugio inviolabile dell'individuo, diventa permeabile, indifesa. Il risultato è comunque ancora la solitudine, anche se è di un altro tipo, e di nuovo follia. Descrive con precisione quasi clinica la disintegrazione della soggettività, e realizza una suggestiva metafora dell'alienazione nella società di massa, in cui viene a mancare perfino la sfera privata. Matheson anticipa con inquietante genialità la realtà virtuale della connessione totale.
“La casa d'inferno" (Hell House, 1971), il titolo è più che esplicito. La Belasco House non è un castello gotico remoto ma una casa borghese dove si sono consumate atrocità. L'inferno vittoriano del piacere proibito, delle perversioni celate dietro la rispettabilità. Un romanzo molto attuale. L’orrore della follia del potere. Gli investigatori del paranormale che vi entrano non affrontano demoni esterni ma le proiezioni delle proprie repressioni: sessuali, religiose, psicologiche.
La casa amplifica ciò che è già dentro di loro - dubbi, desideri, fragilità. L'inferno mathesoniano è claustrofobico: stanze che si chiudono, case che intrappolano, spazi domestici che si rivoltano contro chi li abita. Un romanzo forse minore nella produzione dello scrittore americano, che ha diviso critica e lettori, ma che era giusto inserire in questa rassegna, per il tema trattato e perché in sintonia con “Io sono Helen Driscoll”.
Matheson scrisse alcuni degli episodi più memorabili di “The Twilight Zone” ( Ai confini della realtà) di Rod Serling, creando inferni concentrati in venticinque minuti che hanno la precisione di esperimenti filosofici, di questi, ne ho scelti due, che trattano ancora, da angolazioni diverse, le tematiche di solitudine, follia e capovolgimento della prospettiva. E c’è da aggiungere che Rod Serling è stato senz’altro molto influenzato da Matheson, anche se non è affatto da escludere un’influenza reciproca.
“Un mondo su misura” (A World of His Own). In questo episodio del 1960, Matheson esplora ironicamente l'inferno (o il paradiso a secondo dei punti di vista) del felice solipsismo. Un drammaturgo ha scoperto di poter creare persone e oggetti reali semplicemente descrivendoli a voce e registrandoli su nastro. Può poi distruggerli bruciando il nastro. L'inferno del solipsismo dissolve la possibilità dell'Altro nel simulacro. È l'inferno del narcisismo portato all'estremo: un mondo popolato solo da proiezioni di se stesso, dove non si sa se c’è un fuori abitato da altri che non siano ombre.
“Gli invasori" (The Invaders), episodio del 1961 è un capolavoro di economia narrativa e tensione crescente. Una donna anziana che vive sola in una fattoria isolata viene attaccata da minuscoli alieni che sono atterrati sul suo tetto. Per tutto l'episodio non c'è dialogo - solo la donna che cerca disperatamente di difendersi da queste creature piccole ma aggressive. L'orrore sta nell'inversione di scala: la donna è gigantesca rispetto agli alieni, ma questo non la rende meno vulnerabile. Sono tecnologicamente superiori, organizzati, inarrestabili. L'episodio è una sorta di fanta-horror domestico, che richiama inevitabilmente il Gulliver di Swift.
Per concludere la breve rassegna delle sceneggiature televisive, non si può fare a meno di ricordare un piccolo capolavoro. L'episodio di Star Trek scritto da Matheson nel 1966 sul doppelganger è forse la sua esplorazione più diretta dell'inferno della divisione interna dell'io, del capovolgimento: “Il duplicato” (The Enemy Within). Un malfunzionamento del teletrasporto divide il Capitano Kirk in due versioni: una "buona" (razionale, compassionevole, etica) e una "cattiva" (aggressiva, violenta, impulsiva, dominata dagli istinti). Siamo qui di fronte a un’altra versione della solitudine: quando si resta soli con se stessi. Sembra una storia di semplice dualismo morale, ma Matheson la problematizza. L'episodio funziona anche come critica dell'ideale eroico di Star Trek.
A chi volesse approfondire la conoscenza di Richard Matheson, consiglio le raccolte di racconti, soprattutto “Duel e altri racconti” e “Incubo a seimila piedi” o l’antologia “I migliori racconti”, che contiene una selezione di racconti già compresi nelle precedenti raccolte, oppure l’antologia completa in quattro volumi “Tutti i racconti”. Sia la raccolte che le antologie sono edite da Fanucci.

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