NORIMBERGA E L’ENIGMA DI KASPAR HAUSER - ALTRO CHE GARLASCO!
Il 26 maggio 1828, un giovane dall'andatura incerta e dall'aspetto disorientato venne trovato a vagare per le strade di Norimberga. Reggeva in mano due lettere - indirizzate al capitano von Wessenig del 6° Reggimento Cavalleggeri - e sembrava incapace di articolare più di poche frasi elementari. Disse di chiamarsi Kaspar Hauser, e di voler diventare un cavaliere come suo padre.
Era vestito miseramente con abiti logori, e il suo comportamento ricordava più quello di un animale domestico strappato alla tana che quello di un essere umano formato dalla società. Cominciava così uno dei casi più straordinari e inquietanti della storia europea ottocentesca: un caso che nel giro di pochi anni avrebbe alimentato leggende, teorie politiche del complotto, speculazioni filosofiche e libri. Un caso che ancora oggi non ha una spiegazione razionale definitiva.
Le lettere che Kaspar portava con sé erano bizzarre e contraddittorie. Una, presentata come scritta dalla madre, diceva che il bambino era nato il 30 aprile 1812 e che il padre era stato un membro della cavalleria morto in servizio. L'altra, firmata da un fantomatico tutore - un povero operaio - affermava di aver cresciuto il ragazzo in totale isolamento e di consegnarlo ora all'esercito. Gli investigatori si resero presto conto che entrambe le lettere erano probabilmente false, scritte dalla stessa mano con inchiostri diversi per simulare prove di provenienza distinta. Ma se le lettere erano false, chi le aveva scritte, e perché?
Era presente una contraddizione cronologica: era impossibile che una lettera fosse del 1812 e l'altra del 1828, la somiglianza grafica tra le due scritture rendeva evidente che si trattava di una costruzione posticcia. Lo stile della lettera dell'operaio conteneva espressioni burocratiche e sofisticate, alternate a errori grammaticali che sembravano messi lì apposta per simulare l'ignoranza di un uomo del popolo. Un falso che nascondeva un inquietante mistero. Quali interessi vi fossero dietro tutta la vicenda era un vero e proprio enigma.
Affidato alle cure del giurista Paul Johann Anselm Ritter von Feuerbach - padre del più celebre filosofo Ludwig - Kaspar cominciò lentamente ad acquisire il linguaggio e a raccontare la sua storia. Disse di aver vissuto per tutta la vita in un piccolo spazio buio, forse una cella sotterranea, dove aveva ricevuto cibo e acqua senza mai vedere il volto di chi glielo portava. Non conosceva la luce del giorno e il mondo esterno. Il suo era un piccolo universo concentrazionario avvolto dalle tenebre.
Kaspar Hauser divenne, nella riflessione filosofica ottocentesca, una variante esemplare dell’enfant sauvage - il mito del buon selvaggio - un essere umano cresciuto fuori dalla civiltà, che la civiltà cerca poi di recuperare con risultati parziali e inquietanti. Ciononostante, Kaspar mostrò capacità di apprendimento straordinariamente rapide una volta reintegrato nel contesto sociale. Imparò a parlare, a leggere, a scrivere con una certa abilità. Questa rapidità di adattamento era, a suo modo, altrettanto impressionante e sospetta.
Per tutto l’Ottocento circolò l’idea che Kaspar fosse il principe ereditario di Baden, sostituito alla nascita per favorire un’altra linea dinastica. La storia era perfetta per l’immaginario romantico: un erede legittimo rapito, cresciuto nell’ombra, poi riapparso all’improvviso in maniera enigmatica. Questa ipotesi conferiva alla vicenda i contorni di un dramma shakespeariano: l'erede legittimo ridotto a bestia, privato del linguaggio e della storia personale, mentre i suoi usurpatori regnavano indisturbati.
Von Feuerbach si interessò profondamente al caso e scrisse un saggio rimasto famoso a sostegno di questa tesi, nel quale affermava che Kaspar era vittima di un delitto contro l'anima: la distruzione sistematica di un singolo individuo mediante la negazione di ogni condizione che rende possibile l'umanità stessa. Tuttavia, analisi genetiche recenti hanno escluso la compatibilità del suo DNA con quello della famiglia granducale.
Alcuni studiosi hanno preso sul serio il suo racconto di isolamento totale, notando dettagli fisici, tra i quali quelli dei piedi dalle piante lisce e morbide come quelle di un neonato, prive di qualsiasi callo o indurimento che si forma inevitabilmente in chi cammina su superfici dure fin dall'infanzia. Questa ipotesi, però, si scontrava con la rapidità con cui Kaspar imparava a parlare e scrivere, difficilmente compatibile con un’infanzia totalmente priva di stimoli.
Altri ritengono che Kaspar abbia costruito la propria storia, forse per bisogno di attenzione o per disturbi psicologici. Le lettere identiche e alcune incongruenze nei suoi racconti alimentano questa lettura. Ma esiste anche un’ipotesi che è una via di mezzo tra le due: Kaspar sarebbe stato strumentalizzato da adulti senza scrupoli, usato come pedina in giochi politici o come fenomeno da baraccone per un esperimento sociale. Questa teoria spiega sia la sua confusione sia la presenza delle lettere sospette.
Nel dicembre 1833, Kaspar fu trovato ferito da una coltellata. Morì tre giorni dopo. Ancora oggi, ad Ansbach, dove viveva in quel periodo, una targa nel parco reale Hofgarten ricorda il luogo del ferimento. L’opinione pubblica si divise in due fazioni. Secondo alcuni, si trattò di un omicidio per impedirgli di rivelare la verità; secondo altri, di un gesto autoinflitto per attirare l’attenzione, finito tragicamente. La dinamica non è mai stata chiarita e resta uno dei punti più oscuri della vicenda. Altro che Garlasco!
Werner Herzog, nel suo straordinario “L'enigma di Kaspar Hauser” del 1974, capolavoro minimalista, ne ha dato l'interpretazione forse più profonda e commovente: il protagonista interpretato da Bruno S. - lui stesso un uomo ai margini, cresciuto tra orfanotrofi e istituzioni - diventa specchio della violenza che la società esercita sull'innocenza e sulla differenza. Per Herzog, Kaspar è vittima della brutalità con cui l'ordine costituito tratta chi non si conforma alle sue regole.
Peter Handke, nel 1967, aveva già scritto una pièce intitolata semplicemente “Kaspar”, in cui il protagonista non è tanto il personaggio storico quanto un archetipo: colui che attraverso il linguaggio viene domato, normalizzato, privato di quella selvaticità originaria che lo rendeva, paradossalmente, libero. Per Handke, il linguaggio non è liberazione ma assoggettamento: imparare a parlare significa imparare a sottomettersi alle categorie di normalizzazione della società. Kaspar, che da analfabeta era almeno se stesso, diventa col linguaggio un esempio di omologazione.
Il caso Hauser è dunque, nella sua struttura più profonda, sia nella realtà storica che nelle rappresentazioni di Herzog e di Handke, un caso sull'identità: su quanto di noi sia davvero nostro e quanto invece sia stato inculcato da forze esterne; su quale violenza si nasconda dietro ogni processo di formazione e socializzazione.

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