Sono molto attratto da eretici ed eresie, perché, se una definizione mi calza, è proprio quella di eretico, non per autocompiacimento, ma perché la mia storia personale ha confermato più volte questa mia attitudine. Il libro in questione è, quindi, abbastanza in sintonia col mio punto di vista, con la mia modesta weltanschauung, in quanto non è soltanto un testo biografico e agiografico, ma ha un valore ben più sostanzioso. E' innanzitutto un saggio di storia che ricostruisce in maniera assai particolareggiata un'epoca, contestualizzando fatti ed avvenimenti e facendo piena luce su una fondamentale esperienza umana, sociale e religiosa.
Quello che si suole definire inquadramento storico viene affrontato molto efficacemente con l'ausilio di una raccolta di testi diversi: un'antologia il più possibile completa ed esauriente, che parte dalla nascita del movimento apostolico di Segalelli per finire con l'olocausto di Dolcino e dei suoi seguaci.
Tutto ciò potrebbe bastare per comporre un'opera con tutti i crismi, che si riprometta di rendere giustizia ad una figura di ribelle e ad un contesto sociale. Ma il lavoro che sta dietro al Centro Studi Dolciniano va ben oltre e va a coronare un'impresa per certi aspetti anche politica, che abbraccia, in maniera non pedantesca, un arco storico di diversi secoli, senza celare gli aspetti meno gradevoli e più contraddittori del personaggio.
Viene così ricostruito il filo rosso che lega l'esperienza del grande eresiarca alla Val Sesia. Anzi, radica la sua esperienza in modo talmente indelebile nell'immaginario di quelle popolazioni, da resistere all'opera di mistificazione e distruzione, da parte del potere costituito, per arrivare agli albori delle lotte operaie ottocentesche. Molte delle quali assumono proprio Dolcino come esempio di emancipazione.
Ma l'intento dei curatori è anche quello di mostrare quale rapporto ci sia nel fluire della Storia con le idee, cosiddette eretiche, che nutrono più di quanto si creda di linfa vitale i processi di trasformazione e la cultura delle classi subalterne che con questi processi interagiscono, cercando di far emergere una prassi che le renda in qualche modo protagoniste di questa trasformazione.
Non solo politica, è ovvio. Fra Dolcino è stato innanzitutto un leader religioso, che ha legato la sua scelta, la sua airesis, ad un coerente agire che lo ha portato inevitabilmente, da mistico, a delle scelte politiche chiare, irreversibili e fatali, legandolo però anche alla tradizione, ai valori fondanti del cristianesimo. In questo senso anche il sacrificio assume un valore unico e difficilmente rapportabile a quello di altri eresiarchi. Ogni grande perdente della Storia, che abbia saputo sciogliere il suo sacrificio nell'ansia di trasformazione, ha donato il suo corpo e la sua anima al compiersi di un destino inevitabile.
La parabola esistenziale di Dolcino coincide, infatti, con uno dei momenti cruciali toccati dai movimenti ereticali medievali. Il suo essere un "folle di Dio", radicato nelle coscienze e nelle esistenze degli ultimi, lo ha portato ad una consapevolezza individuale notevole, tale da renderlo intellettuale organico alla classe degli oppressi. Questa consapevolezza si esplicava attraverso un carisma non fine a se stesso e che si rifletteva nella volontà di liberazione di ogni diseredato, individuo in pieno possesso della propria coscienza, del proprio corpo e della propria anima, senza alcuna mediazione di potere.
Questa è la storia di Dolcino, della sua compagna Margherita e dei loro confratelli. Ma è anche un po' la mia storia e di quei tanti eretici, che, non solo in questi ultimi tre anni, hanno sempre manifestato la loro estraneità a ogni forma di potere.

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