I capolavori di Eduardo
"Le voci di dentro" (1948)
"Le voci di dentro" nella produzione eduardiana prefigura un punto di svolta decisivo. Vi è una sorta di tetralogia, posta tra l'approssimarsi della fine della Seconda Guerra Mondiale e l'immediato dopoguerra, che segna duramente il teatro di Eduardo De Filippo. Una tetralogia che inizia con la disperazione "risanata" di "Napoli Milionaria", passa attraverso l'eccellente commedia nera di "Questi fantasmi" e il sublime dramma familiare di "Filumena Marturano", per concludersi con la tragedia assoluta a tinte fosche di "Le voci di dentro".
Non è un caso che questo periodo segna uno dei migliori momenti di Eduardo, queste quattro commedie racchiudono in loro una visione di un mondo in disfacimento, che era partito dalla povertà morale e fisica di "Napoli Milionaria", illuminata però dal fatidico «Ha da passà 'a nuttata», e si conclude con la cruda disperazione di "Le voci di dentro". Da un urlo di accorata speranza ad un gesto muto di rassegnazione senza fine.
Questa commedia-tragedia esaspera alcune caratteristiche fondamentali del teatro del grande autore napoletano, primo tra tutti l'elemento onirico, che qui si lega perfettamente al senso di spaesamento che tutti i personaggi vivono dall'inizio alla fine. Ci si trova infatti di fronte ad un mondo le cui regole sembrano dettate dalla casualità e dall'imprevedibilità, in cui le tragiche figure si muovono a stento, improvvisando di volta in volta le loro azioni. A tratti assumono le sembianze di marionette senza vita né anima.
Un mondo, dove si è completamente smarrito il senso dell'esistenza umana, nel quale appunto il silenzio è l'unica strada da seguire. Un silenzio vissuto come astensione, ultimo atto di ribellione, da questa triste esistenza, dove i valori sono solo dei fantasmi, buoni esclusivamente per la propria convenienza.
E' naturale, viste le premesse, che Eduardo rendesse con questa sua opera un omaggio ad una delle sue fonti di ispirazione e cioè a quel Pirandello, che spesso si aggira anche lui come un fantasma tra le visioni del più importante dei De Filippo. Pirandello assume le sembianze di un'ossessione e ancor più in questa commedia, dove la citazione è palese.
Ma Eduardo tratta questo materiale di ispirazione con l'esclusiva originalità che gli è propria. E non è certo la napoletanità che lo rende diverso, ma la capacità di porgere alla perfezione il costante rapporto che lega il messaggio delle sue creazioni al contesto sociale. Aspetto che nel teatro di Pirandello sfumava e si sublimava nella concezione filosofica anche astratta, dove l'incubo, l'ipocrisia e l'alienazione erano insiti nella natura umana, più che nella condizione sociale, anche se questa contribuiva ad aggravarne i vizi.
La struttura della commedia funziona come un meccanismo perfetto, dall'inizio alla fine. Fatti, situazioni e personaggi si incastrano e si eludono a vicenda in un caleidoscopio giocoso, comico e tragico di rara efficacia, comprendendo anche un coupe de theatre, geniale nella sua scontatezza, che permette ad Alberto Saporito di concludere con un monologo agghiacciante, che sfuma nell'ancora più agghiacciante silenzio finale.
Oggi, avremmo bisogno di un altro "De Filippo" che ci narri del nostro "nuovo mondo" in disfacimento. Ma dove trovarlo? Quel mondo lì, aveva dalla sua, menti eccelse. Nei nostri tempi farseschi, abbiamo a disposizione solo mediocri fantasmi asserviti.

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