Stanislaw Lem
"Solaris" (1961)
“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)
Rileggendo "Solaris" dopo molti anni dalla prima volta, non posso non paragonare certi aspetti della storia alle mie vicende personali, sia in relazione ai rapporti umani che erano e non sono più, all'illusione di poter tornare indietro; sia rispetto ai sogni, a certi incubi ricorrenti; sia per quanto riguarda la mia malattia, alle allucinazioni e ai sogni vivi che ad essa erano collegati durante il coma farmacologico. Ma non è di questo che voglio parlare, il mio parallelo è inteso solo a sottolineare la potenza evocativa di queste straordinarie pagine.
Il capolavoro di Stanislaw Lem è stato reso celebre dalle due versioni cinematografiche, quella hollywoodiana del 2002, di Soderbergh, con George Clooney, e quella russa di Tarkovskij del 1972. Il primo è un film tutto sommato abbastanza onesto, ma poco più che mediocre, se confrontato con la precedente ottima versione data da Tarkovskij.
Ora, già il film di Tarkovskij era un'altra cosa rispetto a questo libro, e, nonostante fosse anch'esso un capolavoro, lasciava, giustamente, perplessi i lettori di Lem. Ed io tra loro. Ma anche Lem stesso, che ebbe a criticarlo molto.
Tuttavia, il regista russo poteva permettersi di avventurarsi in territori abbastanza minati, la materia infatti non è particolarmente traducibile in forma cinematografica. Soderbergh no, compie un'operazione per lo più commerciale.
Quindi, se non avete letto il libro, dimenticate le versioni cinematografiche, soprattutto, quella del 2002.
Detto questo, scrivere riflessioni critiche sull'opera di Lem è un'impresa quasi impossibile, tanto è ricco il romanzo di significati, simboli, concetti per lo più difficilmente riassumibili con una recensione o con quello che addirittura avrebbe la pretesa di esserlo, come le mie brevi parole. Una cosa è certa: è poetico fino all'inverosimile.
Insomma, chi liquida la fantascienza con un'alzata di spalle, forse non ha mai letto "Solaris", non è mai stato in contatto con tanta potenza descrittiva e con la perfezione dei dialoghi, rese da questo assai particolare libro di fantascienza.
Oltre, a essere un romanzo, può essere benissimo, tra l'altro, letto come un saggio, tanto è pieno di filosofia, di psicologia dell'inconscio, di fisica, di matematica e di fisiologia. Lo scrittore polacco opera una pregevole sintesi di tutte queste dottrine.
"Solaris" andrebbe innanzitutto letto, riletto, studiato e meditato a fondo, contenendo, senza esagerare troppo, il significato ultimo dell'esistenza umana.
Non voglio dire che sia il romanzo di fantascienza per eccellenza, ma fa parte di quella rosa di capolavori indiscutibili, senza i quali la fantascienza non sarebbe stata la stessa cosa.
È comunque il miglior esempio di romanzo che riesca a conciliare la space opera con l'inner space ballardiano. Altri ci hanno provato non riuscendo a raggiungere lo stesso risultato. Inoltre, potrebbe essere catalogato anche nel sottogenere cosiddetto di "hard sf", essendo così pieno di nozioni scientifiche da procurare piacevoli vertigini ai lettori.
Ma è lo spazio interiore il vero protagonista, il viaggio nella coscienza dei protagonisti, nei loro sensi di colpa, la ricerca di un senso all'esistenza umana e il recupero dell'identità attraverso i ricordi e l'amore. Nessuno può essere separato dalla propria coscienza, neanche lo spazio infinito può farlo.
Anzi qui c'è la presenza dell'oceano pensante di un pianeta sconosciuto, che è pronto a ricordare agli uomini la loro finitezza e il loro inutile dimenarsi alla ricerca di verità scientifiche impossibili, quando ancora non hanno risolto i problemi relazionali con gli altri e soprattutto con sé stessi.
Oltre a questo, è anche altre cose: una satira, a tratti anche comica, del mondo scientifico, perso nella foga e nell'ansia di decifrare a tutti i costi qualsiasi cosa, con le sue beghe interne, la sua produzione teorica fatta di centinaia di migliaia di pagine, di tomi, su tomi, non rassegnato a doversi "inchinare all'ignoto". Una sorta di insensata biblioteca di Babele, con la sua enormità e la sua inutilità.
L'impotenza della conoscenza umana di fronte all'imprevedibile e all'imponderabile è, infatti, un altro dei temi del libro. La storia grottesca della "Solaristica", la branca di scienza inventata dall' "ingegno" umano per giustificare la sua curiosità inestinguibile nei confronti del pianeta, che diventa una religione con tanto di fedeli, con sorprendente analogia con quell'insieme di credenze dogmatiche in cui è degenerata una parte della scienza del nostro mondo.
Come in altre sue opere, vedi per esempio "Eden", Lem affronta, poi, il tema dell'incomunicabilità con intelligenze altre, esterne, extraterrestri, aliene, con tutto ciò di vivente che non sia umano, e lo utilizza anche come metafora dell'incomunicabilità in senso più esteso, tra esseri umani, e della terribile solitudine che ne deriva, ma lo fa attingendo anche all'inesauribile fonte generata dalla speranza. L'uomo in fondo preferisce l'illusione alla sterile, fredda realtà. Ed è sicuramente meglio così.
A me, ancora oggi, piace immaginare Chris Kelvin, lassù da qualche parte nello spazio, da solo, in compagnia del suo unico amico, il pianeta Solaris, in attesa che qualcuno torni a trovarlo. E qualcuno sicuramente arriverà, cosicché Chris potrà di nuovo essere felice.
[La presente edizione della Sellerio è stata la prima con una traduzione in italiano eseguita direttamente dalla versione integrale originaria in polacco, ripristinando quindi i tagli fatti dalla versione in inglese del 1971, tradotta precedentemente in Italia dalla Nord, da Urania, da Mondadori e da altre case editrici.]

Grazie per queste attente recensioni 🙏
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