Consigli di lettura
Paul Auster
"Nel paese delle ultime cose" (1987)
Quale dovrebbe essere la funzione del racconto distopico?
È soltanto la forma di una rappresentazione, un modo come tanti di congegnare una narrazione? Un espediente per catturare l'attenzione del lettore, in cui far convergere le paure dell'autore, e per mezzo del quale poter suscitare quella sorta di terrore ancestrale nei lettori, col fine di lanciare un grido di angoscia, un avvertimento sul nostro futuro?
È un po' tutto questo, ma molto, ovviamente, dipende da chi scrive e da chi legge.
Non è particolarmente difficile immaginare un luogo o un tempo di un'altra dimensione sociale, fisica e morale. Il difficile sta nel farlo vivere con coerenza letteraria.
Il racconto distopico non fa necessariamente parte della fantascienza, o più semplicemente, del genere fantastico tout court. È una definizione che è una convenzione, le cui caratteristiche sfumano. Non è affatto un genere che risponde a precisi canoni. La mia passione per questa forma narrativa ha origine proprio da ciò e per le sue tante variazioni sul tema.
Ci sono autori che riescono ad andare oltre, che non restano ancorati al cliché dell'utopia al contrario. Sono prove letterarie sull'esistenza umana sottoposta a situazioni al limite. Questo romanzo tocca proprio questa particolare linea sottile che separa i generi e dà vita a qualcosa di sospeso tra due mondi. Non più una semplice distopia. Possiede, invece, più caratteristiche in comune con opere che non sono veramente tali.
Si pensi a libri come "Cecità" di José Saramago, a "La peste" di Albert Camus, a "Cuore di tenebra" di Joseph Conrad, oppure, ancora, a "Moby Dick" di Herman Melville. Siamo in un non luogo della letteratura, dove le etichette non contano, ma contano lo stato d'animo, la critica al reale e la dimensione sospesa tra incubo e sogno. Quest'opera di Paul Auster si iscrive proprio in questo particolare filone, non per analogia, ma per affinità intellettuale e per comune senso incombente di catastrofe, sia materiale che spirituale. Chi ha amato quei quattro romanzi, probabilmente amerà anche questo.
Ma attenzione. L'analogia vera e propria c'è con un'altra opera letteraria del genere, anche dal punto di vista dello sviluppo della storia: "la città" come centro, forma e luogo dell'oppressione, la preservazione della memoria e il concetto di speranza. Sto parlando di "Fahrenheit 451", del capolavoro di Ray Bradbury. Leggendo "Nel paese delle ultime cose", capirete perché.
Una donna, Anna Blume, l'io narrante del romanzo, è partita, ha attraversato il mare, sulle tracce del fratello scomparso, un giornalista che doveva scrivere un reportage su una misteriosa città in disfacimento. Un luogo post apocalittico, di cui non si conosce l'origine e che sta andando verso una indeterminata fine.
Dove si trova la città? Che cos'è esattamente? È un luogo geografico con tutte le caratteristiche proprie di questa tipologia, o è un luogo della mente, oppure l'inferno?
Di certo è un luogo infernale, aberrante, con molte affinità con quello dantesco, tanto da far supporre che Auster si sia innanzitutto ispirato alla Commedia dell'Alighieri, con bolge, gironi, pene, gruppi di dannati che sembrano condannarsi da soli al loro destino, in perenne lotta per la sopravvivenza, loro stessi verso il disfacimento fisico e morale.
Un universo concentrazionario con regole ferree, un luogo abitato da ombre, da esseri umani, ridotti a zombie senzienti, vestiti di stracci, il cui assillo è solo come procurarsi il cibo. Ma abitato pure da privilegiati che come "vampiri" succhiano le energie ai più deboli. Ci sono, però, anche esistenze diverse, quasi che fossero parallele, ma moralmente estranee alle altre due, dove l'umano resiste e si è ritagliato degli spazi.
Tuttavia, "la città" è molto, troppo simile al nostro mondo, alle periferie e ai ghetti delle nostre città per non riuscire a notarlo. È il futuro che ci attende? O è il passato già trascorso, senza che ce ne accorgessimo? Una metafora purtroppo palese, chiara di un'esistenza e di un destino che appare inevitabile.
Un universo fondato su una feroce competitività, governato da uno spietato darwinismo sociale.
"Nel paese delle ultime cose" sembrerebbe, quindi, in definitiva, un romanzo di anticipazione, pubblicato ben trentasei anni fa, nel 1987.
Ma non è solo questo. Partendo dalla forma: una lettera, che la donna sta scrivendo a qualcuno di cui non si conosce l'identità, un amico o un amante di vecchia data lasciato nel mondo di prima, e che prende gradatamente sempre più l'aspetto di diario, di libro, di reportage, con cui fermare e tramandare la memoria.
Nelle pieghe del romanzo si trovano altre tracce disseminate da Auster e che bisogna saper cogliere. La lotta con sé stessi, la trasformazione interiore, la trasfigurazione fisica, la perdita di identità, la cancellazione della memoria, tutto pur di adattarsi alla massa mostruosa e informe. Ma è una trasformazione apparente per Anna, che non va a compimento, così come non va a compimento per pochi altri. Anche se per restare umani bisogna desiderare e fare cose disumane, attraverso un doloroso passaggio, dopodiché l'umano torna comunque, con la solidarietà e l'empatia.
Raccontarsi è un'operazione catartica, e l'autore sembra sempre più identificarsi con l'io narrante, e anche questa a suo modo è una trasfigurazione.
Le cose, gli oggetti informi, via, via, riacquistano forma, così come accade nel romanzo, accade per il narratore. E la quotidianità entra nello straordinario, verso il riequilibrio e, soprattutto, verso l'amore, insopprimibile fonte di resistenza e di speranza.

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