Lo strano caso dello Studio Khanna, ovvero come giocare a fare Dio e perdere.
Già negli anni cinquanta, l'impostazione malthusiana del pensiero scientifico dominante era abbastanza evidente, con la tendenza a medicalizzare diversi aspetti dell'esistenza umana.
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«La sovrappopolazione è una malattia sociale che produce senza dubbio il logoramento del corpo, della mente e dello spirito come fanno altri noti flagelli — la lebbra, la tubercolosi, il cancro... — [II] problema in India [è] di proporzioni epidemiche... Alla pianificazione familiare manca l’elemento spettacolare di una penicillina... La motivazione abituale è resistenza effettiva della tubercolosi o della sifilide, o che una famiglia ha troppi bambini... Nella considerazione e nella conoscenza basilare delle cause dei differenti tipi di sovrappopolazione, il mondo del 1953 è suppergiù nella stessa situazione dei pionieri della fine del XIX secolo in rapporto a molte malattie adesso controllabili.»
Dal Piano originale di analisi dello Studio Khanna per la riduzione delle nascite nel Punjab del 1953 (finanziato anche dalla Fondazione Rockefeller), citazione tratta dal libro di Mahmood Mamdani "Il mito del controllo demografico (Medicina e potere)" (1977)
La vicenda legata a questo piano fu assai singolare. La maggioranza della popolazione del Punjab prese per il naso questi sperimentatori, che credevano di essere stati convincenti: mentre assicurava loro che avrebbe preso le pillole e usato altri prodotti antifecondativi, li buttava o li destinava ad altri usi, come quello decorativo: un tizio aveva fatto addirittura una statua con i vari tipi di contraccettivi.
Gli espertoni ci misero qualche anno prima di scoprirlo, ma anche in quel caso non impararono nulla: da perfetti colonialisti e classisti, in possesso della verità scientifica, attribuirono il fallimento all'ignoranza dei locali e credettero che il problema si sarebbe risolto con un'informazione maggiormente pervasiva.
Intanto, l'incremento demografico, non diminuì, ma si stabilizzò, per motivi naturali, economici e in base al cambiamento di abitudini culturali, a dispetto degli interventi dei malthusiani.
Gli abitanti del Punjab erano consapevoli della situazione demografica, ma agirono razionalmente, assecondando le loro esigenze di carattere economico, che ritenevano giustamente prioritarie, e in qualche modo regolarono anche l'aspetto demografico, con le emigrazioni verso zone con maggiori possibilità lavorative, che portavano sostentamento ai nuclei familiari di origine. In definitiva, esisteva un problema socio economico che fu del tutto trascurato. E il piano fallì.
E così conclude Mamdani:
«Nell'analisi definitiva, c’era ben poca differenza nelle conclusioni dei direttori e dei funzionari, dei membri americani e di quelli indiani dello Studio Khanna. Se si eccettuano due funzionari, nessuno era disposto ad ammettere che gli abitanti della zona di Khanna agissero razionalmente.
I componenti il gruppo di studio avevano mal riposto i propri timori di agire sotto la spinta di un pregiudizio culturale. Era stato compiuto ogni sforzo per far sì che gli operatori settoriali fossero tutti punjabi e che i supervisori americani avessero una notevole familiarità con l'India. Ma i funzionari, sebbene punjabi come gli abitanti dei villaggi, appartenevano tutti alla classe media urbana e istruita. Ciò che avevano in comune con i direttori era una cultura borghese. Non fu un pregiudizio nazionale (occidentale in opposizione a indiano) a inquinare lo studio, ma un pregiudizio di classe. Questo pregiudizio permeò indifferentemente sia i funzionari sia i direttori, senza distinzione di razza, di religione o di "cultura."»

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