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giovedì 13 luglio 2023

Evgenij Zamjatin, "Noi" (1922)


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Evgenij Zamjatin, "Noi" (1922)


«La bellezza di un meccanismo sta nel suo ritmo incessante ed esatto, simile a quello di un pendolo. Ma voi, allevati fin dall’infanzia al sistema di Taylor, non siete forse diventati esatti come un pendolo?

Solo che:

un meccanismo è privo di fantasia!

Vi è mai capitato di vedere sulle fattezze del cilindro di una pompa, durante il suo funzionamento, dipingersi un sorriso assente, insensatamente trasognato? Vi è mai capitato di sentire delle gru che, di notte, durante le ore destinate al riposo, si rigirino inquiete sospirando?

No!

Sul vostro viso, invece – e dovreste arrossire! –, i Custodi colgono sempre più spesso sorrisi e sospiri di tal fatta. E – chinate lo sguardo! – gli storici dello Stato Unico chiedono di essere collocati a riposo per non dover descrivere avvenimenti incresciosi!

Ma la colpa non è vostra, siete afflitti da una malattia il cui nome è:

fantasia!

È un verme che solca la fronte di rughe scure. È una febbre che vi spinge a correre sempre oltre, sebbene questo “oltre” inizi là dove termina la felicità. È l’ultima barricata sulla via che conduce alla felicità.

Ma rallegratevi: essa è già stata fatta saltare!

La via è sgombra!

L’ultima scoperta della Scienza di Stato è la sede della fantasia: un misero plesso cerebrale nella regione del ponte di Varolio. Una volta bombardato il plesso suddetto a tre riprese con i raggi X, la fantasia non vi affliggerà più.

Per sempre!

Sarete perfetti, equivarrete a delle macchine, la via che conduce al 100% della felicità è sgombra. Affrettatevi tutti – grandi e piccini –, affrettatevi a sottoporvi alla Grande Operazione. Affrettatevi agli auditorium, dove si esegue la Grande Operazione. Evviva la Grande Operazione! Evviva lo Stato Unico! Evviva il Benefattore!»


"Tutto" ebbe inizio con "Noi".

Ci troviamo al cospetto di uno scrittore che era provvisto di notevoli doti letterarie e di un libro di importanza più che fondamentale, ma scarsamente conosciuto.

E pensare, invece, che questo romanzo è stato il primo del novecento a dare vita a un intero filone letterario: la narrativa distopica sullo stato totalitario. 

Sapete ora con chi prendervela.


Ha influenzato tutti i classici venuti dopo: dal "Mondo nuovo" di Aldous Huxley, passando per lo sconosciuto, ma sorprendente, "Kallocaina" di Karin Boye, a "1984" di George Orwell, fino a "Fahrenheit 451" di Ray Bradbury. E, ovviamente, tutta la letteratura distopica minore dello stesso periodo e quella successiva. Tutti, ma proprio tutti, hanno più di un debito con "Noi" di Zamjatin.

Tenetelo ben presente, se non l'avete ancora letto. Non è mia intenzione sostenere che gli altri siano solo delle belle e originali copie, ci mancherebbe. Ma senza "Noi", forse le cose sarebbero andate diversamente.


Invece, certa narrativa venuta prima (tra cui "I viaggi di Gulliver" di Jonathan Swift, "I cinquecento milioni della Bégum" di Jules Verne, "La macchina del tempo" e "L'isola del dottor Moreau" di H.G. Welles, "Il padrone del mondo" di Benson e "Il tallone di ferro" di Jack London), seppur può avere molti tratti in qualche modo comuni con quella a cui diede vita "Noi", non rientra però ancora a pieno titolo in una catalogazione dai caratteri ben definiti: quella in cui la realtà conosciuta viene raffigurata come del tutto dominata dallo Stato totalitario, o almeno totalmente condizionata. 


Nonostante Zamjatin avesse pure lui un debito letterario nei confronti di H. G. Wells e Jack London, da lui assai ammirati, "Noi" ha di fatto dato il via a un genere, un genere nuovo con legami strettamente connessi alle paure dell'epoca in cui sono stati scritti i classici distopici: nel periodo intercorso tra le due guerre mondiali e immediatamente successivo alla seconda, e durante i totalitarismi del Novecento.


A tal proposito, sarebbe opportuno, tracciare una differenza tra fantapolitica, ucronia e distopia, anche se sono generi assai contigui, e se spesso, ma non sempre, fantapolitica e ucronia contengano rilevanti dosi di distopia.

Nello specifico, il romanzo di Zamjatin è anche un'arguta parabola sul ruolo delle rivoluzioni e sulle loro illusioni.


Tuttavia, è stato anche un libro sfortunato sin dalla nascita: terminato nel 1922, è stato da subito censurato. 

La storia della sua pubblicazione è costellata da una serie di "false partenze", così come ci dice l'introduzione; di traduzioni parziali e di non eccelso livello. Pubblicato anche in russo, ma non in Unione Sovietica, dove vide finalmente la luce solo nel 1988.


Eppure, l'intento dell'eretico Zamjatin, che all'inizio fece parte dei bolscevichi, e per la cui adesione attiva fu arrestato durante la Rivoluzione del 1905, non era specificatamente ed esclusivamente volto a una critica al regime sovietico, ma aveva un valore ben più universale, relativo alla degenerazione delle forme statuali, ma anche alla fabbrica come istituzione totale, tanto che lui si disse d'accordo con chi, insieme a tutto il resto, ci volle vedere anche una critica al taylorismo e al fordismo.

Il libro è tra l'altro un'analisi romanzata di stampo filosofico tra energia ed entropia, in cui viene delineato un potere dispotico interamente nelle mani della Macchina e dello Stato.


Siamo alla fine del terzo millennio e D-503 è il principale protagonista del romanzo. Sì, D-503, perché non esistono più nomi e cognomi per identificare le persone, ma vengono assegnati codici alfanumerici. Infatti gli individui stessi vengono detti "alfanumeri", sia i maschi che le femmine. È un mondo dove si festeggia la vittoria di tutti sul singolo, il grande Giorno dell'Unanimità, una celebrazione di massa, simile a quella che gli "antichi" chiamavano Pasqua. E il rito celebrato sono le elezioni ridotte a una formalità, il cui risultato è già precedentemente stabilito, perché tutti fanno parte di una Chiesa Unica; e ovviamente il voto non può essere segreto, nessuno ha da vergognarsi del proprio voto, perché tutti sono "NOI".


Il protagonista è anche l'immaginario autore del libro scritto in forma di diario, dove ogni capitolo è un singolo appunto, destinato a immaginari extraterrestri; ma è anche il costruttore dell'Integrale, una nave spaziale che sarebbe destinata a portare in giro per gli altri mondi il verbo dello Stato Unico terrestre e della sua felicità in ideale assenza di libertà. E così come è stata imposta agli abitanti della Terra, verrà imposta alle altre creature sparse nell'universo. 

È un mondo circondato da una Muraglia Verde, oltre la quale ci sono alberi, animali e strani esseri, tenuti a distanza perché c'è sempre un fuori, un qualcosa di estraneo al mondo perfetto e asettico. Tematica che torna ricorrente anche in tutti i classici successivi.


È un mondo ossessionato dalla matematica e dal collettivismo. Dove tutto è programmato in maniera precisa, secondo la Tavole delle Ore: lavoro, pasti, sonno, sesso, procreazione. Nulla è lasciato al caso, così come prescrive la Scienza Unica dello Stato, custode anche della memoria storica. Dove i giorni sono tutti uguali, in una continua terribile coazione a ripetere le stesse cose, gli stessi atti e allo stesso modo, con pochissime varianti. 

Non c'è nessuno spazio per casualità e imprevisti.


Ci si trova in un perenne e immutabile "stato di grazia" che viene chiamato felicità. È stata assoggettata la Fame e abolito L'Amore, e istituito l'Ufficio Sessuale. Il sesso è stato ridotto a una normale e banale funzione fisica. «Ogni alfanumero ha il diritto di godere di ogni altro alfanumero in quanto bene sessuale di consumo».


Si vive in edifici di vetro con pareti di vetro, perché nulla deve sfuggire al controllo. È consentito abbassare le tendine, solo nelle ore stabilite per il sesso.

E come in ogni società dispotica che si rispetti, uno dei motori è la delazione.

Alla guida dello Stato, c'è il Benefattore e poco più sotto i Custodi.

È un mondo asettico, senza imperfezioni, perfino la narrazione esaltata e apologetica all'inizio è asettica.

Si ride degli usi e costumi degli uomini del XX secolo e degli altri avi.


Ma qualcosa si incrina, si insinua come un tarlo nella coscienza di D-503: la trasgressione. 

Da quel punto in poi, la prosa cambia, l'io narrante sembra preso sempre più da una febbre visionaria, cambia il ritmo dei suoi appunti, muta la prospettiva con cui guarda la realtà. D-503 è preda di un turbamento che non sa gestire. Nello Stato Unico non sono concessi turbamenti ed è vietata l'insonnia.


L'emotività gli prende la mano: inizia a percepirsi interamente come individuo, ed è colto dolorosamente, ma con intensa voluttà, dal senso di solitudine, ma anche da quella temibile e terribile parola che è l'amore.

La narrazione asettica cessa e si trasforma in prosa straordinariamente poetica, allucinata, delirante, e che, per analogia, può richiamare alla mente Dostoevskij, Kafka e Gogol'.

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