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mercoledì 19 luglio 2023

Milan Kundera, "L'identità" (1997)

 


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Milan Kundera, "L'identità" (1997)


«L'occhio è la finestra dell'anima, il fulcro della bellezza del volto, il luogo in cui si concentra l'identità di un individuo; ma allo stesso tempo è lo strumento che ci consente di vedere e che ha costantemente bisogno di essere deterso, inumidito, trattato con uno speciale liquido in cui è disciolta una determinata quantità di sale. Insomma lo sguardo, la cosa più meravigliosa che l'uomo possegga, subisce un'interruzione periodica, dovuta a un movimento meccanico di lavaggio. Come un parabrezza pulito da un tergicristallo. Al giorno d'oggi la velocità del tergicristallo si può anche regolare, in modo che fra un movimento e l'altro vi sia una pausa di dieci secondi – che è pressappoco, l'intervallo fra due battiti di palpebra…

… Pensa anche: nel suo improvvisato laboratorio artigianale, Dio è riuscito per puro caso a costruire questo modello di corpo del quale siamo costretti, ciascuno per un breve lasso di tempo, a diventare l'anima. Ma che miserabile destino è quello di essere l'anima di un corpo fabbricato alla buona, di un corpo dotato di occhi che non sono in grado di funzionare se non vengono puliti ogni dieci o venti secondi! Come credere allora che l'altro, colui che abbiamo di fronte, sia un essere libero, indipendente, padrone di sé? Come credere che il suo corpo sia l'espressione fedele di un'anima che lo abita? Per poterlo credere, è stato necessario dimenticare quel perpetuo battere delle palpebre. Dimenticare quell'improvviso laboratorio artigianale dal quale proveniamo. È stato necessario sottoscrivere un contratto che ci impiega all'oblio. Un contratto che ci è stato imposto da Dio in persona.»


L'operazione dello scrittore ceco/parigino, scomparso da poco, nella sua complessità, era abbastanza evidente. Gli piaceva giocare con le parole, i concetti e con il discorso, preferibilmente con quello amoroso.

Ma gli piaceva giocare anche con la memoria, con gli inganni della memoria e con quelli del potere.

Si vedano soprattutto, a tal proposito, "L’insostenibile leggerezza dell'essere", "La vita è altrove", "L'immortalità" e "Lo scherzo", a mio parere il suo massimo capolavoro. 

Stavolta, però, per parlare di lui ho scelto un romanzo "minore", sempre se sia lecito parlare di produzione minore a proposito di Kundera.


"L'identità" è la conferma del gioco kunderiano e precisamente quella di un doppio gioco. Lo stesso doppio gioco che viene rappresentato nel "Doppio sogno" di Arthur Schnitzler (il gioco di parole non è casuale), che è fuor di dubbio la fonte ispiratrice di questo racconto, e da cui è tratto anche l'ultimo capolavoro di Stanley Kubrick "Eyes Wide Shut". La simulazione letteraria di Kundera, anzi è ben aldilà della semplice ripetizione; è un atto di rigenerazione letteraria che "mistifica" il gioco e quindi esplicita la sua doppiezza e la moltiplica, con un effetto a "cascata".


In fondo, non si può godere appieno di questo libro senza conoscere il romanzo dello scrittore austriaco (potrebbe andar bene anche solo conoscere il film di Kubrick). Ma sbaglierebbe chi intendesse vedere in questo solo la volontà di ricopiare e cambiare alcuni motivi, riempiendoli del cinismo consolatorio del "praghese". Il minimalismo di Kundera, in fondo, non è vero, scarno minimalismo. La sua più che altro è l'opera di un entomologo che tortura il microcosmo altrui, scavando nell'interiorità e nel malessere individuale, traendone soddisfazione narrativa e la capacità estrema di trovare una via d'uscita, non un happy ending, ma solo una logica via d'uscita. Logicamente kunderiana.


Il suo è un linguaggio totale, chiaro, limpido, definitivo, circolare. Non è mai masturbatorio, anche se può apparire tale, gioca sui pensieri e sulle azioni che generano l'equivoco. Equivoco, a volte comico e spesso drammatico, drammaticamente tangibile, tanto da essere concreto, ben oltre le costruzioni illogiche, quelle si, masturbatorie di tanto minimalismo paraletterario.

Una narrazione al confine con realtà e irrealtà, un territorio in cui si sostanziano il sogno e l'incubo.


Il discorso amoroso d'altronde, come ci indica anche Roland Barthes, è quello che si espone di più all'equivoco, alla doppiezza e alla loro figlia: la trasfigurazione. Ed è proprio questo elemento a rendere ancora più vicini, a prescindere dalla loro appartenenza mitteleuropea, Schnitzler e Kundera. Il gioco si fa duro nel momento in cui il doppio non lo riconosciamo più come tale e tutta la realtà si sdoppia, con il medium dell'equivoco che il discorso amoroso tende a rendere oggetto determinante della relazione amorosa stessa. Un gioco perverso, ma anche fascinoso ed essenziale.


Non c'è negatività nel doppio sogno amoroso, c'è invece la possibilità di sublimare il conflitto mai palese e definitivo che intercorre o potrebbe intercorrere in ogni relazione sentimentale. Il doppio sogno ci aiuta a ricostruire noi stessi come individui singoli nella coppia, ma nello stesso tempo ci permette di non perdere di vista appunto la reciprocità della necessità del sogno e del desiderio.

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