Consigli di lettura
J. G. Ballard
"Millennium People"
(2003)
Ballard era un estremista, lo è sempre stato. Un estremista non necessariamente politico, ma sicuramente un estremista della parola, del discorso e della narrazione. Un estremista borghese che ha indagato spesso la catastrofe e le ripercussioni di questa nell'animo umano e nelle relazioni sociali. Un percorso che va dal macrocosmo dell'evento catastrofico allo spazio interiore di ogni singolo individuo.
Questo romanzo non fa eccezione e più che alla tetralogia degli elementi, dedicata alla catastrofe che incombe sull'umanità a causa della rivolta più o meno sensata di acqua, aria, fuoco e terra, ci riporta alle piccole catastrofi di "Crash" e de "Il condominio". Cataclismi non più legati ad una reazione da parte della natura e che quindi, forse, ma non sempre, può essere più o meno imputabile alla dissennatezza umana, ma al senso profondo di spaesamento e inconcludente dimensione di inadeguatezza psicologica degli individui, da soli o in piccole comunità, di fronte al mutare delle condizioni sociali, ma paradossalmente anche di fronte alla loro palese immutabilità.
E infatti il libro in questione fa parte di un'altra tetralogia quella di "Cocaine Nights", questo è il terzo capitolo.
Romanzi, come era anche nella tetralogia degli elementi, che possono essere letti separatamente. Il legame è solo ideale e qui è il quartiere residenziale.
Ed è appunto più chiaro proprio per questo il riferimento al "Condominium", un quartiere residenziale che è un pò l'estensione orizzontale e più rassicurante, di quella terribile ed opprimente del palazzone verticale, struttura che incombeva già come un incubo nella, forse, più famosa storia ballardiana.
Qui infatti lo scrittore inglese, quasi a voler rendere ancora più chiara la sua parabola di piccola catastrofe borghese, si concede a dosi inusuali di moderazione ed ironia, che sono del tutto assenti in altre sue opere catastrofiche. Ma questo invece di indurre ad una logica serenità o di affievolire quanto meno la latente disperazione, causa un senso di vuoto e di angoscia ancora più profondo, perché il nulla piatto e rassicurante è peggio di qualsiasi catastrofe.
Ma il punto importante di quest'opera è anche un altro e riguarda il cosiddetto movente politico sociale. Può la borghesia, la middle class britannica del nuovo millennio, una delle più moderatamente assennate classi sociali del globo, essere il soggetto di una rivoluzione? Questa è l'ipotesi anticipatoria, o almeno tale appare, che presenta Ballard in uno dei suoi ultimi libri.
Non è un'ipotesi così altamente paradossale. "Millennium People" fu scritto in una particolare contingenza storica in cui le classi meno agiate: sottoproletariato, proletariato e piccola borghesia, cominciavano a non avere più la consistenza sociale del passato, disperse in miriadi rivoli e ramificazioni che non concedevano un preciso elemento di identità comune. Inoltre, erano troppo prese dai problemi assillanti, relativi a semplici e aride questioni di sopravvivenza, che avevano abbandonato, con rassegnazione e indifferenza ogni idea di trasformazione, figurarsi il sentirsi soggetto rivoluzionario.
Oggi, a distanza di vent'anni, la situazione sociale si è ancor più radicalizzata e quella che sembrava un'anticipazione un po' fantascientifica, ha assunto le proporzioni della realtà.
La borghesia, il ceto medio, composto per lo più da professionisti, come d'altronde è accaduto più volte in passato, anche il più remoto, avrebbe invece gli strumenti per condurre questa rivolta. Per capire di essere prigioniero dei suoi stessi miti: scuole private, viaggi turistici, piscine e campi da tennis, musei, teatri e cinema. Tutto quell'armamentario ideologicamente vuoto, che è ben rappresentato a livello simbolico dal quartiere residenziale. Nel frattempo, le condizioni sociali di una parte della middle class sono peggiorate, e certe aspettative non sono più sostenibili, o meglio mostrano una grande fragilità strutturale.
Ma torniamo all'estremismo. La borghesia è in fondo una classe estremista, il vero soggetto rivoluzionario, nonostante il suo apparente moderatismo, è estremista nella concezione delle relazioni sociali e nella vita pubblica, tutto il castello si regge in piedi grazie alla certezza dei propri privilegi e qualora questo privilegio dovesse cadere, mostrando solo di essere il prodotto di una colossale truffa, cosa resterebbe se non l'estremismo e la rivolta?
Ma qui il problema si complica, perché la rivolta del ceto medio sarebbe essenzialmente rivolta contro sé stesso, venendo appunto messo in discussione il modello di vita, non solo scelto, ma anche prodotto dalla borghesia in decenni di assoggettamento ai valori del consumismo persino culturale.
E qui, la capacità anticipatoria di Ballard è impressionante.
La risposta più estrema e senza remissione, allora, sarebbe il terrorismo, come avviene infatti nel romanzo. Un terrorismo che a ben vedere sembrerebbe dettato da furore nichilista. Ma che è tutt'altro, anzi è l'esatto contrario. Ballard ci prospetta infatti una classe sociale consapevole che il prodotto ideologico e culturale che ha inseguito nella sua esistenza è vuoto, è il nulla assoluto. Quindi una rivolta contro il nulla sarebbe ovviamente una rivolta non per, ma contro il nichilismo.
La massima espressione della negazione del nulla sarebbe andare fino in fondo nella distruzione di cose e persone, che di questo nulla sono l'espressione più convinta. Ma per essere veramente una rivolta contro il nulla non deve avere moventi evidenti, l'unico movente è la pura casualità e quindi l'insensatezza della scelta dell'obiettivo. Perché il movente la ricondurrebbe alla necessità di una giustificazione sostanzialmente tutta interna alle convenzioni della logica, che invece si vuole distruggere, in quanto anch'essa prodotto dell'effimero mondo borghese.
Rivoluzione che ha come scopo la negazione ultima di ogni finalità e di ogni causa apparente, dunque.
Per cui il rimanere sospesi tra l'alternativa dell'escalation distruttiva da una parte e quella della normalizzazione piatta e rassicurante dall'altra, è un prospettiva incredibilmente apocalittica, nonostante l'ironia e il tono da commedia nera, tenuto da Ballard per tutto il romanzo.
Resta forse la sensazione che tutto ciò sia solo un'ipotesi un pò fantasiosa visto i tempi che stiamo vivendo, costellati da ben altri conflitti e molto motivati, anche se lo stesso insensati.
Ma non mi sentirei di liquidare l'oscuro presagio ballardiano come estemporaneo, frutto solo del suo cinico accanirsi contro i vizi della middle class britannica. Nel romanzo c'è un riferimento chiaro, anche se non approfondito, ai fatti dell'11 settembre del 2001 e a quanto sia cambiato il mondo dopo di esso. Non poteva esserci altro, d'altronde, perché tutto quello che è avvenuto dopo, Ballard non poteva saperlo, anche se tra le righe, era immaginabile.
Semplicemente un grande capolavoro.

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