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giovedì 14 settembre 2023

Joseph Roth, "La cripta dei Cappuccini" (1938)


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Joseph Roth, "La cripta dei Cappuccini" (1938)


«Per una inspiegabile paura della notte attendevamo che facesse mattino. A causa di un’inspiegabile paura, ho appena detto, ma all’epoca ci appariva comprensibile. La ragione infatti era da trovare nel fatto che ci consideravamo troppo giovani per trascurare le notti. Invece si trattava, come più tardi potei capire, della paura del giorno, o meglio ancora del mattino, del momento più chiaro della giornata. Quando si vede chiaramente e si è visti chiaramente. E noi, noi non volevamo vedere chiaramente e non volevamo nemmeno essere visti chiaramente.»


«Mi sentivo bene, ero nuovamente a casa. Avevamo perso tutti classe, ceto, nome, casa, denaro, valore, passato, presente e futuro. Ogni giorno, quando ci svegliavamo, e ogni notte, quando ci coricavamo, maledicevamo la morte che ci aveva inutilmente invitato alla sua grande festa. Ognuno di noi invidiava i caduti. Riposavano sotto terra, a primavera le violette sarebbero cresciute dalle loro ossa. Noi invece eravamo tornati a casa disperatamente sterili, con i fianchi paralizzati, una generazione destinata alla morte che la morte stessa aveva sdegnato. Il verdetto della commissione di arruolamento era irrevocabile. Diceva: «Non idoneo alla morte».»


La Cripta Imperiale di Vienna, si trova sotto la Chiesa di Santa Maria degli Angeli dei frati Cappuccini, ed è il principale luogo di sepoltura dei sovrani della casa degli Asburgo, compresa la tomba del Kaiser Francesco Giuseppe, penultimo imperatore della dinastia, e ultimo vero sovrano assoluto europeo per diritto divino. Nel presente romanzo, la cripta ha valore simbolico, in quanto suggello di un'epoca che non esiste più e che mai più esisterà. 


È una frattura insanabile quella vissuta con la fine dell'Impero Austro Ungarico da chi era suo cittadino prima, per poi ritrovarsi in un universo che stava crollando dopo la Prima Guerra Mondiale. Un mondo che cadeva a pezzi, e che con la sua perdita di identità, portava con sé quella di decine di milioni di esseri umani.


Francesco Ferdinando Trotta, voce narrante e principale protagonista del romanzo, figlio dell'eroe di Solferino, di colui che, si narra nel romanzo, pare abbia salvato la vita al Kaiser, è un giovane originario della Slovenia, l'opposta periferia dell'impero asburgico rispetto alla Galizia, della quale era invece originario Joseph Roth. 

È chiaro fin da subito che Trotta assume il ruolo di una sorta di alter ego dello scrittore. 


Il protagonista vive gli anni precedenti alla Prima Guerra Mondiale, a Vienna, frequentando l'ambiente decadente della gioventù aristocratica, sentendosene però profondamente estraneo. Estraneità che lo accompagnerà nel corso di tutto il romanzo.

Nel frattempo, coltiva in segreto l'amore per la bella Elisabeth e un intenso attaccamento affettivo per la madre. 


È una Vienna multinazionale quella dell'epoca con popoli di tutti i luoghi di cui era composto l'impero. Ma allo stesso tempo radicalmente antisemita.

Un universo infantile quello dei giovani viennesi che non immaginavano la catastrofe che li attendeva di lì a poco. Un universo fatto di spensierata superficialità.


Lo scrittore presenta una galleria di personaggi pittoreschi, legati al vecchio mondo, ma in ansiosa aspettativa di quello che percepiscono come nuovo. 

L'accostamento ai suoi contemporanei Franz Kafka e Arthur Schnitzler è inevitabile: stesse atmosfere e stesso mondo decadente, tutti e tre ebrei e  appartenenti allo stesso impero. 


"La cripta dei cappuccini" è fondamentalmente un romanzo storico, vista la differenza di tempo che intercorre da quando è stato scritto, a quando sono ambientati la maggior parte degli eventi, e lo è soprattutto, considerato l'evento epocale della Grande Guerra, che ha segnato una linea di demarcazione netta, tra il prima e il dopo. Uno sconvolgimento totale del contesto europeo con il crollo dell'impero asburgico e la ridefinizione di nazioni, confini, e con la creazione di nuovi stati.


Suoi compagni sono il cugino Joseph Branco, caldarrostaio, e il vetturino Manes Reisiger. 

Personaggi fondamentali sono soprattutto la vecchia madre e la moglie Elisabeth.

Da Vienna, l'azione si sposta successivamente in Galizia, a Zlotogrod, dove Trotta va a raggiungere i due amici. Tuttavia, non è un contesto estraneo quello che lo accoglie, ma un mondo che riconosce come casa, nonostante i poli opposti tra la sua slovena Sipolje e la Galizia, poli opposti, ma della stessa patria. Una simbolica ricomposizione dei due mondi del Trotta/Roth.


Tutto è segnato da una dolce e lieve serenità: il cibo, i paesaggi, le persone, i luoghi. E sembra tutto fermo in un immutabile perfetto equilibrio. Un contesto idilliaco, dove regna la pace. Una condizione che sembra non finire più. 

Ma un giorno arriva il proclama sull'entrata in guerra del Kaiser Francesco Giuseppe, affisso sui muri di tutta la cittadina, e tutto all'improvviso cambia.


Da quel momento in poi, i pensieri di Trotta si riducono a due: Elisabeth e la morte, con un continuo alternarsi di sensazioni, che ossessionano il giovane protagonista.

Ogni cosa diventa al contempo assurda e definitiva, proprio come la morte: l'esplosione incontrollata dei sentimenti e la vergogna dietro cui celarli.


Al ritorno dalla guerra e dalla prigionia in Siberia, tutto sembra mutato. È un mondo in disfacimento quello che Trotta deve affrontare di nuovo a Vienna, squallido e deprimente, almeno in apparenza; e, con esso, il crollo dell'aristocrazia, della sua classe sociale. Li affronta però spogliato dei pregiudizi, di cui aveva già imparato a fare a meno, rinunciando col tempo a cercare di capire cosa possa significare dover "fare ordine" nella sua vita. 


Si lascia passivamente trascinare dalla confusione e dell'illusione di poter far rivivere i rapporti umani del passato.

Allo stesso modo in cui si disgrega un intero universo, così cade a pezzi l'io di Trotta, irrimediabilmente, fino ad un punto di non ritorno, e al preludio di una nuova identità, nella consapevolezza ultima di un tempo arrivato alla soglia del suo nuovo immane disastro, con un finale dal significato altamente allegorico.


"La cripta dei Cappuccini" è anche un singolare romanzo di formazione, che, attraverso la distruttività e la potenza di una manciata di decenni, fotografa nel protagonista un'intera generazione.

È un romanzo assolutamente incantevole sulle illusioni, con la metaforica proiezione sulla realtà di uno spazio interiore semplice, ingenuo, ma paradossalmente assai complesso, in cui, su tutto domina la sorprendente tenue, ma solida energia narrativa di Joseph Roth.

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