La banalità del male è alla base del pensiero unico del “bene”.
La necessità di rivendicare, invece, l’eresia e il pensiero critico individuale come atto di ribellione al totalitarismo dell'ipocrita bontà collettiva è riservata a pochissimi.
Non importa l'ideologia sottostante, importa essere dalla parte del "bene", di qualsiasi cosa in un dato momento o in una data situazione sia considerato "bene".
Importa conformarsi al "buon senso".
Farei molta attenzione a questa dinamica anche all'interno di "bolle" di presunta opposizione. Perché nel momento in cui si creano dei recinti, sia organizzati, sia solamente a carattere identitario o etico, il rischio di creare automaticamente singoli universi autoreferenziali e, persino, concentrazionari, è molto alto.
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“La libertà di pensiero è sempre stata una malattia. Oggi, finalmente, possiamo dirci completamente guariti. Chi non declama il catechismo collettivo è additato come pazzo. Mai come oggi il gregge di coloro che guardano scorrere le immagini ha temuto che un minimo scarto, una variazione, potessero danneggiarlo. Mai come oggi il bene è stato sinonimo di una condivisione così assoluta".
Philippe Muray da “L’impero del bene” (1991)

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