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domenica 10 settembre 2023

David Ambrose, "L'uomo che credeva di essere se stesso" (1993)


 Consigli di lettura

David Ambrose, "L'uomo che credeva di essere se stesso" (1993)

«Avevo mai prestato veramente ascolto alla mia immaginazione prima d'ora? In genere tendiamo a considerarla nientemeno che uno specchio che altera, falsifica la realtà, uno schermo sul quale proiettare futili fantasie. Come ci sbagliamo! L'immaginazione è la chiave di tutto.» (David Ambrose)

La prima cosa da dire su questo romanzo è che è davvero straordinario, sotto molti punti di vista e in tutti i sensi. Ci troviamo di fronte all'esordio narrativo di questo scrittore inglese. Quello in cui prendono forma per la prima volta tutte le sue tematiche più ricorrenti, a cominciare dalla "speculazione" filosofica sugli universi paralleli. Il tributo a Philip Dick è più che evidente, anche se il taglio letterario è del tutto originale e lo è talmente tanto, da rendere praticamente difficile definire la narrativa di Ambrose come fantascienza.

Infatti, i piani narrativi e gli stili letterari sono molteplici e si intersecano in maniera così naturale, rendendo inutile qualsiasi definizione. L'unica possibile è quella di letteratura dell’”immaginario”, la stessa di Lewis Carroll con la sua Alice, per esempio. Il racconto infatti è avvolto in una patina onirica attraverso la quale si intravedono una molteplicità non solo di universi, ma anche di intenti filosofici, senza mai annoiare e mantenendo sempre un filo logico narrativo chiarissimo, da fiaba.

D’altronde, è questa la vera forza di Ambrose: saper divertire il lettore con escamotage letterari e colpi di scena a non finire e con un senso dell’ironia tutto british, tenendo sempre viva la suspence. Nondimeno, l’incredibile girandola di avvenimenti a cui sottopone i personaggi, ha un risvolto di una comicità assoluta, anche quando mette i panni della tragedia.

Interpretare le storie di Ambrose dal punto di vista metafisico, è un errore. Ci troviamo, invece, di fronte al mistero della vita in tutta la sua materialità: malattia mentale, teorie degli universi paralleli, materia immaginifica dei sogni? E’ vero tutto, come tutto è solo pura sperimentazione della coscienza e della conoscenza. 

Il deus ex machina è assente e non pesa neanche il suo silenzio. E come fa dire ad un certo punto ad un personaggio del romanzo: “...non è la verità quella che cerchiamo. Quella lasciamola ai teologi e agli stregoni”. Allo scrittore interessa sperimentare e osservare la realtà secondo criteri molto terreni. E l’immaginazione fa parte della realtà molto più di molte altre cose.

Ambrose si cimenta semplicemente in uno dei giochi più sublimi dell’esistenza umana: quello di raccontare storie, baloccandosi con tutto quello che gli capita a tiro, dalla scienza fino alle citazioni letterarie e cinematografiche. Oltre ai già citati Dick e Carroll, possiamo riconoscere richiami a Poe e a "Psycho" e "Vertigo, La donna che visse due volte" di Hitchcock, il tutto con estrema leggerezza ed eleganza. E per i lettori è assicurato il massimo godimento possibile.

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