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domenica 24 settembre 2023

Democrazia assembleare


 Insomma, anche il concetto di democrazia assembleare, e non solo la democrazia rappresentativa, è in buona sostanza una mistificazione, che nasconde il desiderio di potere dei singoli, anzi riesce a farlo ancora meglio di quella con delega.

Questo meccanismo è ancora in essere in moltissime situazioni assembleari dal "basso", e non riguarda solo il Sessantotto, anche se da esso, nella forma contemporanea, trae origine.

Comprenderne la mistificazione, vuol dire acquisire consapevolezza. 

Il passo successivo dovrebbe essere quello di prenderne le distanze, o quantomeno non mistificarne la natura.

Prima di progettare nuove forme, sarebbe necessario acquisire la convinzione che certi strumenti (assemblearismo, parlamentarismo, delega), non solo sono inutili, ma dannosi.

Faccio notare che la dinamica descritta soprattutto alla fine della lunga citazione, rispetto al Sessantotto, quando non esistevano, si attaglia perfettamente anche agli influencer o guru del dissenso da social, grandi e piccoli, che nutrono il loro ego con i like e le visualizzazioni, sentendosi elevati nell'empireo degli eletti. 

Rifletterei in maniera particolare sul concetto di "figure genitoriali sostitutive". 

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«Gli studenti del Sessantotto hanno esaltato il momento assembleare del loro movimento come espressione della sua democrazia vera, sostanziale, di contro alla finta democrazia delle istituzioni rappresentative, nelle quali i rappresentanti espropriano il supposto potere decisionale dei rappresentati, e si lasciano a loro volta espropriare da potenze nascoste, che dietro le quinte stabiliscono cosa deve essere deciso. 

Fin dall'inizio, però, nelle molte decine di assemblee delle altrettante facoltà «in lotta» emergono altrettanti leader che vi acquisiscono un carisma tale da orientarle come vogliono. Si tratta di individui il cui carisma nasce, e non potrebbe essere altrimenti, da un talento vero nell'intuire, in situazioni complicate, vie efficacemente percorribili da una massa, e nel saperne comunicare persuasivamente la validità alla massa stessa. 

Questo talento, però, innestato su personalità narcisistiche, quali sono, con varie gradazioni, quelle del novanta per cento di questi piccoli leader, dà frutti avvelenati, e, quel che è peggio, invisibilmente avvelenati. Non si parla qui, del dopo, che manifesterà come per la maggior parte di costoro i pochissimi anni in cui si sono autorappresentati come rivoluzionari hanno costituito un apprendistato alle tecniche di comunicazione manipolatoria poi sfruttate per emergere nei sistemi mediatici. Qui si parla dell'allora. 

Allora, nelle assemblee studentesche del 1968, il mito egualitario del movimento convive con diseguaglianze assai marcate e dure, e lasciate nell'ombra dell'inconsapevolezza totale. La prima, fondamentale diseguaglianza è quella tra chi riesce a prendere la parola in assemblea e chi non ci riesce (intendendo per prendere la parola anche la capacità di tenerla, evitando che vi si sovrappongano troppo presto altri interventi, e di ottenerne l'ascolto, suscitando un minimo di silenzio). 

Si tratta di una diseguaglianza di matrice classista, simile a quella denunciata da Don Milani nella scuola, perché gli studenti che riescono a prendere la parola nelle assemblee sono quasi sempre quelli provenienti da famiglie borghesi acculturate, dalle quali hanno tratto lo strumento linguistico e lo stile comportamentale adatto a farsi spazio in una discussione collettiva. 

Costoro devono bensì spesso superare ostacoli psicologici come la timidezza o la paura di un'esposizione a un pubblico impersonale, ma hanno le risorse interiori per superarli, e, superandoli, compiono un'esperienza inebriante di emancipazione e di protagonismo. Gli altri, che non riescono a prendere la parola, sono automaticamente emarginati, e quelli tra loro che nonostante ciò rimangono nel movimento, non possono rimanervi che in maniera totalmente gregaria. 

La parte non gregaria, ma discutente e perciò attiva, di un'assemblea studentesca del tempo, finisce per proiettare se stessa nel carisma di un leader, il cui talento, generalmente indubbio, come già si è detto, non è tuttavia tale da giustificare realisticamente tale elevazione, che si spiega con il non elaborato conflitto generazionale dello studente di allora, il cui inconscio è alla ricerca di una figura genitoriale positiva da contrapporre a quella negativizzata. 

Sia il collettivo come tale, che l'individuo costituito come leader del collettivo, sono inconsciamente vissuti come figure genitoriali sostitutive, e perciò resi depositari di un'accoglienza, una preveggenza ed una superiorità umana che non hanno affatto. Un leader sessantottino, perciò, nella misura in cui ha una personalità narcisistica (e sono davvero pochi, anche se ci sono, quelli che non l'hanno affatto), trova già bello e fatto il proprio «sé grandioso», inerente a siffatta personalità, nelle proiezioni psichiche di coloro che lo attorniano.»

Massimo Bontempelli da "Il Sessantotto" (2008)

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