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Tommaso Landolfi, "Racconto d'autunno" (1947)
«Era ormai notte fonda, s’era levato un forte e acquoso vento, che andava su me compiendo l’opera di tutto l’umido di quei due giorni. Sentivo torcersi e rabbiosamente, quasi aggressivamente, frusciare i grandi alberi dattorno, e questo rumore contribuiva a gettarmi nella più scorata malinconia. Non occorre aggiungere che sentivo anche l’imperioso morso della fame e un infinito desiderio di riposo, nonché di umana cordialità. Tuttavia, che fare propriamente contro quella così poco ospitale e, avrei detto, stregata dimora?»
«Uno di quei giorni avemmo persino la neve, un nevischio leggero che imbiancò per qualche ora la montagna. Lì dentro, poi, il vento ululava su tutti i toni dalle imposte più o meno sconnesse, alzando talvolta raccapriccianti grida umane che si ripercuotevano di parete in parete fin nelle viscere della casa; scorrendo nel camino con un rombo ininterrotto di tuono.»
Prima di parlare del mistero del presente romanzo, sarebbe opportuno fare cenno ad un altro mistero: quello che avvolge da sempre la figura di Tommaso Landolfi.
Perché trattasi di vero e proprio mistero, o almeno lo è per chi scrive.
Non mi è mai stato chiaro il motivo per il quale un così grande scrittore non abbia riscosso la giusta considerazione, e non solo in vita.
Uno dei più significativi scrittori del Novecento letterario italiano, relegato sostanzialmente in una nicchia, quasi del tutto trascurato dalla critica; semplicemente ignorato, a quanto mi risulta, dai programmi scolastici. Eppure, la sua prosa possiede un'originalità che poche possono vantare. Uno stile caratterizzato da una decisa impronta gotica, che rendeva Landolfi unico nel panorama letterario italiano dell'epoca.
È stata probabilmente questa sua particolarità ad averlo ostacolato, lo ha reso uno scrittore ostico al grande pubblico e non facilmente inquadrabile dai critici. Detto ciò, comunque sia, chi ha avuto la fortuna di innamorarsi dei suoi racconti e dei suoi romanzi, ha potuto scoprire un mondo fatto di incanto e per dei versi di magia. Un mondo fatto di tormento, ma anche di dolcezza.
Tommaso Landolfi, insieme a Calvino e Buzzati è stato l'alfiere della letteratura fantastica italiana del Novecento, con affinità, ma soprattutto con molte divergenze dai suoi due colleghi. Landolfi è un cantore della narrativa gotica, autore di eccellenti racconti e alcuni ottimi brevi romanzi.
Qualcosa di completamente insolito nel panorama letterario italiano, con analogie con una narrativa di autori di altri paesi: Poe e Borges, soprattutto.
Tuttavia, nonostante tali accostamenti letterari, esclusivamente in sintonia con l'atmosfera che caratterizza i suoi racconti e con la suggestione che scaturisce dalla sua narrazione, la scrittura e la cultura, da cui trae origine la sua arte, sono classicamente italiane, a cominciare dall'originale manipolazione della lingua, e dalla descrizione dei luoghi, dei personaggi e delle abitudini.
"Racconto d'autunno", novella con decisi elementi autobiografici, è forse il suo romanzo più celebre, di cui è protagonista e voce narrante un uomo armato non meglio precisato, reduce da una guerra e in fuga dai suoi inseguitori, probabilmente un partigiano. L'uomo, attorniato da un inquietante e lugubre paesaggio boschivo, finisce per trovare una misteriosa casa, che sembra essere stata abbandonata appena prima del suo arrivo.
Landolfi in poche pagine rende perfettamente l'idea dell'atmosfera cupa, malinconica e inquietante che circonda l'inusuale dimora, riuscendo a fare vivere al lettore le stesse sensazioni dell'uomo: disperazione, sfinimento, fame, paura, solitudine, speranza. La capacità descrittiva, integrata dallo stile intensamente gotico, è semplicemente stupefacente.
In realtà, gli accadimenti pur avendo qualcosa di straordinario, acquistano tutta la loro forza solo per tramite del fascino straniante delle parole dello scrittore, che li consegna al lettore come avvolti nel mito, in una nebbia impalpabile e onirica. Il protagonista precipita del tutto in una dimensione fantastica, in questa casa dalla singolare ed enigmatica architettura, che lo tiene avvinto a sé, come prigioniero di un incantesimo, col suo misterioso e inquietante segreto.
L'uomo conduce ostinate indagini all'interno della casa, cercando di svelarne il mistero recondito che suppone possa contenere. Un'ossessione resa in maniera perfetta da Landolfi, senza mai indugiare troppo sugli oggetti, ma facendone comunque motivo di una esasperata ricerca ai confini col grottesco e con l'allucinazione.
L'esplorazione della casa appare simile a quella di un labirinto senza fine, una sorta di Biblioteca di Babele fatta di mura, di porte, di stanze, di mobili e persino di grotte, con una simmetria che fa venire alla mente un dipinto di Escher, in cui perdersi, per poi ritrovarsi al punto di partenza. Ma oltre che prigioniero, l'uomo sembra avere un ruolo da parassita che infesta quei luoghi senza poterne fare a meno. E qui, sono rintracciabili anche echi di Kafka e di Lovecraft.
È davvero, per il protagonista, un orrore e un terrore, un incubo senza fine, ben al di là delle soglie del tempo e dell'amore, come lo può essere solo la guerra, nonostante lo svelamento del dolce mistero, o forse lo è proprio per questo.
Cosa vuole suggerire Landolfi con "Racconto d'autunno" toccherà ai lettori scoprirlo, comprenderlo ed interpretarlo, a secondo della prospettiva e della sensibilità di ognuno.
Trovarmi di fronte a un libro di tale pregevole livello è una di quelle occasioni, che mi fa benedire la sorte, perché posso agevolmente leggere un testo in lingua originale, senza bisogno della mediazione di alcuna traduzione. Posso solo immaginare l'estrema difficoltà nel cercare di tradurre certe espressioni e licenze poetiche di Landolfi in un'altra lingua. Lo scrittore, infatti, come già accennato, giocava con grande estro con la lingua italiana, come pochissimi hanno saputo fare.

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