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sabato 16 settembre 2023

Leonardo Sciascia, "A ciascuno il suo" (1966)

 


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Leonardo Sciascia, "A ciascuno il suo" (1966)


«Che un delitto si offra agli inquirenti come un quadro i cui elementi materiali e, per così dire, stilistici consentano, se sottilmente reperiti e analizzati, una sicura attribuzione, è corollario di tutti quei romanzi polizieschi cui buona parte dell'umanità si abbevera. Nella realtà le cose stanno però diversamente: e i coefficienti dell'impunità e dell'errore sono alti non perché (o non soltanto, o non sempre) è basso l'intelletto degli inquirenti, ma perché gli elementi che un delitto offre sono di solito assolutamente insufficienti. Un delitto, diciamo, commesso o organizzato da gente che ha tutta la buona volontà di contribuire a tenere alto il coefficiente di impunità.

Gli elementi che portano a risolvere i delitti che si presentano con carattere di mistero o di gratuità sono la confidenza diciamo professionale, la delazione anonima, il caso. E un po', soltanto un po', l'acutezza degli inquirenti.»


«Certo bisogna che quelli di Roma capiscano, che gli diano un ministero importante, un ministero chiave.»

«Capiranno» affermò Laurana.

«Speriamo... Perché è un vero peccato che un uomo come lui, in un momento così delicato della nostra vita politica, della nostra storia, non venga sfruttato per quello che vale.»

«Ma, se non sbaglio, le sue posizioni sono di destra. E forse, in un momento in cui si va a sinistra...»

«La destra dell'onorevole sta più a sinistra dei cinesi, se proprio lo vuoi sapere...

Che destra, che sinistra? Per lui queste sono distinzioni che non hanno senso.»


«Sai come si dice? Tre c sono pericolose: cugini, cognati e compari. Le tresche più gravi si verificano quasi sempre nella parentela e nel comparatico.»


"A ciascuno il suo" è il secondo giallo scritto da Leonardo Sciascia. Un giallo assai singolare così come lo era già stato "Il giorno della civetta", due tra i tanti capolavori dello scrittore siciliano.

Il fine e arguto sarcasmo di Sciascia è cosa nota, e in questa novella dal forte sapore pirandelliano emerge in tutta la sua sfrontatezza.


Il mistero dei due omicidi su cui si basa la storia è al centro non solo dell'ovvia indagine poliziesca, ma soprattutto del cicaleccio continuo della gente del paese, che si sente autorizzata a ricamare, costruire ipotesi, su trame e complotti, compresa l'onnipresente "questione di corna". Ma nel tacere sulle cose essenziali. Una sorta di depistaggio di massa non organizzato, ma che risponde a vecchie logiche omertose.


La maestria del grande scrittore tiene avvinti alla lettura già dalle prime pagine, con un ritmo che scandisce il tempo, dando la sensazione esatta dell'ossessività e della morbosità con cui la gente segue la vicenda. Ma, appunto, anche dell'omertà e dell'ipocrisia. 

Questa sensazione viene accentuata inoltre dai fitti dialoghi che coinvolgono a turno personaggi di indubbio carisma, con qualche pretesa "filosofico morale", intrisi, inevitabilmente, di malsana ambiguità.


Il mistero di una lettera di minacce, posto da Sciascia come antefatto alla storia, contribuisce alla costruzione di una sorta di teorema che spinge la tragedia verso la farsa.

Tutti i vizi del consesso umano emergono a poco a poco. Sciascia, manco a dirlo, usa il giallo come pretesto per evidenziare, oltre alla grettezza, anche l'assenza di ogni capacità realmente empatica di fronte a una disgrazia. 


Le dinamiche del pettegolezzo, oltreché essere distruttive, si autoriproducono, contribuendo ciecamente alla generazione di tante piccole "verità", senza lasciare spazio al senso della misura, e a prescindere dalle indagini che la polizia intanto conduce, e sulle quali l'opinione pubblica mostra di restare indifferente. Indifferenza che risulterà determinante per l'intera vicenda.


C'è chi pure, al di là di ogni dubbio, ritiene già di aver trovato il capro espiatorio, cui far ricadere la colpa, facendo in modo che sia messo alla gogna.

Una dinamica consueta, valida per tutti i tempi, che scaturisce da un maniacale interesse per lo scandalo, le cui motivazioni risiedono spesso nella frustrazione e nella tendenza a voler giudicare il prossimo senza alcuna remissione, stando accorti, invece, dal rendere intangibili i fatti che potrebbero condurre a svelarne la soluzione. 


La storia offre a Sciascia il pretesto di presentare anche una serie di figure caratteristiche, non solo tipiche della Sicilia, maschere tragicomiche dell'eterna commedia umana. E di giocare col mistero, di muoversi agevolmente nell'intricata, fitta costruzione di una trama avvincente.

Il mistero del detto latino "unicuique suum", "a ciascuno il suo", sembra uscire dalle nebbie in cui è avvolto il delitto.


Mistero che viene intuito dal prof. Laurana, che indaga per conto suo parallelamente alla polizia; vero protagonista della novella, unico personaggio, che emerge come un fiore dalla melma; limpido e disinteressato, un uomo mite, onesto, scrupoloso e di cultura, ma non particolarmente brillante, considerato comunista senza esserlo; timido con le donne, a quarant'anni condizionato ancora dalla madre. Quindi, un personaggio assolutamente improbabile come "investigatore".


Laurana incarna una sorta di versione del Candide, un ingenuo, che indagando, scopre intrallazzi, ambiguità, retroscena economici e politici e improbabili alleanze dietro le quinte, tutte cose la cui esistenza ignorava completamente. E sono solo la Sicilia e l'Italia degli anni sessanta, di circa sei decenni fa, ma potrebbero essere anche quelle del "Gattopardo", oppure quelle di oggi. Ognuna con le sue particolarità e differenze, calate nel loro contesto storico, ma con molti vizi ed elementi culturali e sociali in comune.


Sbaglierebbe, però, chi volesse vederci solo una storia siciliana e italiana di mafia. È un apologo sul potere, sulla solitudine dell'individuo moralmente integro, schiacciato dal dominio della collettività, messo alla berlina dalla furbizia dei prepotenti, dei vili e dei mistificatori. 

Un apologo che mette in guardia dalle blandizie del potere stesso, di una realtà che lascia isolati i più deboli e dove prevalgono i soliti noti.


Laurana però si interessa al mistero, non per sostituirsi alla polizia, ma per il piacere dell'enigma da risolvere. Spinto anche dal fatto che uno dei due assassinati era un ex compagno di studi. Segue indizi, coglie intuizioni, muovendosi in una sorta di ginepraio, senza mai mollare.

Il professore è un personaggio complesso, preda di profondi conflitti interiori e di una feconda curiosità. Tuttavia, la sua integrità non ha fatto i conti con la passione, che lo cattura di sorpresa e impietosamente.


Sciascia, nel frattempo, coglie l'occasione, nel far parlare i tanti personaggi coinvolti in un modo o nell'altro nella vicenda, per descrivere caratteri, modalità di pensiero, paradossi, visioni confuse della realtà, modelli comportamentali. Una realtà con più di qualche "cretino, non privo di astuzia", ma anche con qualche "cretino" e basta. Ne viene fuori un piccolo straordinario affresco di una società e di un'epoca, ma anche visioni, punti di vista in fondo comuni a tutte le epoche, sospesi sempre tra saggezza e grettezza, in uno splendido contraddittorio mondo fatto di incredibili maschere.


Lo scrittore, in definitiva, gioca con il lettore, così come fa con Laurana. Dissemina la trama, oltre che di tracce e di indicazioni, di enigmi, di depistaggi e di trappole, crea illusioni, tutto funzionale alla resa di un'atmosfera di ambiguo mistero. 

Il suo è uno sguardo spietato, mediato dalla magnificenza di una prosa a tratti sintetica, ma che improvvisamente si fa minuziosamente descrittiva e comunque sempre geniale.

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