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lunedì 25 settembre 2023

Milan Kundera, "Il valzer degli addii" (1972)

 


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Classici 


Milan Kundera, "Il valzer degli addii" (1972)


«Ti dirò quale è stata la più triste scoperta della mia vita: I perseguitati non erano in nulla migliori dei persecutori. Posso benissimo immaginarli con i ruoli invertiti. Tu, forse, vedrai in questo l’alibi di un uomo che vuole liberarsi della propria responsabilità e scaricarla sulle spalle del creatore, il quale ha fatto l’uomo così com’è. E forse è bene che tu la veda così. Perché arrivare alla conclusione che non ci sono differenze tra il colpevole e la vittima significa perdere ogni speranza. E questo si chiama inferno, ragazza mia».


«Così come l’amore fa vedere più bella la donna che si ama, l’angoscia ispirata da una donna di cui si ha paura conferisce un rilievo smisurato al minimo difetto dei suoi tratti...»


«il desiderio di ordine vuol trasformare il mondo umano in un regno inorganico in cui tutto marcia, funziona, è assoggettato a una norma sovraindividuale. Il desiderio di ordine è al tempo stesso desiderio di morte, giacché la vita è una perpetua violazione dell’ordine. Oppure, con una formula opposta: Il desiderio di ordine è il pretesto virtuoso con cui l’odio per gli uomini giustifica i propri misfatti… Jakub aveva sempre provato orrore all’idea che chi sta a guardare è pronto a tener ferma la vittima sotto la scure del boia. Perché col tempo il boia è diventato un personaggio vicino e familiare, mentre il perseguitato ha sempre qualcosa che puzza di aristocratico. L’anima della folla, che forse un tempo si identificava con i miseri perseguitati, si identifica oggi con la miseria dei persecutori.»


«C.S.: Lei non ha parlato quasi per nulla del "Valzer degli addii". "M.K.: Eppure è il romanzo che in un certo senso mi è più caro. Come "Amori ridicoli", l'ho scritto con più divertimento, con più piacere degli altri. In un altro stato d'animo. Anche molto più in fretta. "C.S.: Ha solo cinque parti. "M.K.: Si fonda su un archetipo formale del tutto diverso da quello degli altri miei romanzi. E' assolutamente omogeneo, senza digressioni, composto di una sola materia, raccontato con lo stesso tempo, è molto teatrale, stilizzato, basato sulla forma del vaudeville.» 

(Milan Kundera, "L'arte del romanzo")


Aveva perfettamente ragione Milan Kundera nell'ultima summenzionata citazione: il "Valzer degli addii" si discosta in maniera evidente dalla consueta produzione letteraria dello scrittore ceco. In fin dei conti, prende il via da una storia banale di adulterio e di menzogne, e pur tuttavia, la capacità di Kundera di costruirci una novella limpida e lineare, nella sua semplicità, ha del sorprendente.


La semplicità, in questo caso, però non corrisponde affatto alla banalità. Il ritmo intenso, la scorrevolezza, la facilità con cui si riesce a seguire la trama, sono dovuti al genio letterario, considerato soprattutto che tutto ciò viene da un autore che di solito non si risparmia in quanto a complessità. Lo scrittore non rinuncia in nessun caso, ad indagare l'animo umano. Lo fa, anzi, anche in questo libro con il solito acume, ma senza dover distogliere l'attenzione dal filo conduttore della trama.


Insomma, Kundera, anche nella linearità della narrazione, era pur sempre Kundera, non ometteva certo la cruda descrizione del contesto sociale e politico, e non lesinava le stoccate al potere tramite precise metafore: si veda la vicenda storica dell'imperatore bizantino iconoclasta Teofilo, oppure l'irriducibile fredda determinazione degli anziani accalappiacani.


E, in fin dei conti, le metafore non costituiscono l'unico strumento utilizzato, non sarebbero neanche necessarie, se non servissero semplicemente come suggestione: la sua critica è, come al solito, diretta e senza esitazioni. La descrizione e il racconto delle vicissitudini di Jakub sono, ad esempio, del tutto espliciti.

Ciò che in definitiva emerge è una storia semplice ma piena di intrecci, di equivoci, di dinamiche relazionali complicate e di strade che si intersecano.


Anche l'odio e l'amore si intrecciano, così come il desiderio e il disgusto. Cambiano di posto, nascono e muoiono allo stesso tempo come una danza, come un valzer, un valzer degli addii e del capovolgimento. 

Basta l'apparente casualità di un gesto, un'intenzione mal interpretata, la proiezione del proprio io, il conformarsi a un ordine, o alla disobbedienza a questo ordine, che il destino, che si ritiene in qualche modo governato e controllato dalla propria volontà, possa, invece, improvvisamente prendere strade diverse.


In danze simmetriche e opposte, si agitano personaggi con visioni esistenziali contraddittorie, ma con una loro intrinseca e singolare coerenza. Maschere perse in un gioco creato da loro stesse, senza minimamente avvedersene. Un gioco che ha l'aspetto di un sogno, ma destinato a infrangersi in un incubo.


"Il valzer degli addii" è il secondo romanzo in ordine di tempo di Kundera, dopo l'immenso capolavoro de "Lo scherzo", ecco servito un altro capolavoro.

Nonostante la linearità e la "leggerezza", le tematiche dello scrittore vengono fuori inevitabilmente: e così tornano l'ineluttabilità del destino, l'inestinguibile senso di colpa e il forte disagio esistenziale.

Tuttavia, il racconto riesce a essere addirittura avvincente come un thriller, un singolare thriller kafkiano.


Seppur con un'impostazione da commedia nera, lo scrittore riesce a trasportare lo stesso il lettore nella sfera interiore dei personaggi, si diverte a imbastire situazioni equivoche, grottesche, di complicità, di tragedia e di crudele ambiguità. L'uso sarcastico dei cliché e dei luoghi comuni, lungi dal far venir meno la qualità, rende invece più ricca e intensa la trama, e per una volta il tono ferocemente ironico di molte pagine fa la differenza, donandole l'aspetto di una perversa satira.


I singoli personaggi del romanzo vivono ognuno in un mondo interiore separato, con logiche diverse, anche contrapposte, che venendo in contatto, spesso confliggono e si trasfigurano. Ma quasi sempre non posseggono la capacità di comunicare tra loro, al massimo si illudono di poter comunicare. 


Seguono una loro linea comportamentale, dei loro ben precisi scopi, bisognosi di manipolare la realtà e la vita, e con esse anche gli altri. Si convincono altresì di dover interpretare una parte che gli altri hanno loro assegnato, cercando di districarsi, e tali sforzi producono anche una dose di nera comicità involontaria.


Kundera porta alla luce contraddizioni, manie, fissazioni, sempre con l'ausilio di una teatralità mai doma, che anzi prende forma in un inesauribile crescendo. 

La fisicità dei personaggi si nasconde tra le pieghe del testo e affiora così, inaspettata, insieme al coup de theatre, e gli intendimenti vengono capovolti, il controllo sfugge. 


Commedia, dramma e tragedia si fondono insieme irrimediabilmente.

All'improvviso, tutto cambia. La nostalgia che il protagonista crede di non provare, lo viene a catturare a un passo dalla fine e l'imprevedibile accade. Gli addii si fanno più leggeri, ma anche più pesanti, perché una vita consacrata all'odio e a un ideale astratto non è riuscita, però, ad alienarlo dall'amore e rende più insostenibile la separazione, così come il senso di colpa.


Questo romanzo è anche una commedia degli equivoci, una terribile allegoria sulla realtà politica di un mondo che si regge sull'ipocrisia dell'autoritario vuoto burocratico e che sta lentamente degenerando. In cui, attraverso l'agnello sacrificale, viene ristabilito un equilibrio che potrebbe andare in pezzi, facendo in modo che qualsiasi tessera torni al suo posto, da cui ogni personaggio possa trarre il suo proprio egoistico vantaggio, rimandando però il crollo finale che, prima o poi, verrà a esigere il conto.

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