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Classici
Luther Blissett, "Q" (1999)
«Una delle poche cose piacevoli della giornata sono le discussioni con Hermann, un contadino rincoglionito che tiene dietro all'orto di Vogel. Per la verità parla quasi solo lui, mentre vibra colpi con l'ascia sui ciocchi di legno, perché ognuno, dice, ha le mani che si merita, e lui è nato che aveva già i calli, e i dottorini come me è meglio che tocchino soltanto libri. Sorride, bocca mezza sdentata, e giura che questa guerra l'hanno vinta i poveracci come lui. Racconta di quando hanno preso il castello del conte e per dieci giorni si sono fatti servire da lui e dai suoi uomini, mentre la notte si scopavano la signora e le figlie. Quella è stata la loro grande vittoria: nessuno può pensare di rovesciare i potenti per molto tempo, anche perché se governassero i contadini e i signori lavorassero la terra si morirebbe presto tutti quanti di fame, ché ognuno ha le mani che si merita... Eppure, per un signore, leccare i piedi di un servo e dover rimettere il coso dove l'ha messo un bifolco, è la piú accecante delle sconfitte. Per quelli come Hermann, il piú sacro dei godimenti. Ride come uno scemo, sputacchiando tutt'intorno, e per fargli ancor piú piacere, gli dico che, forse, il prossimo conte sarà proprio figlio suo e che quello è un bel modo di abbattere i potenti: inquinargli la prole. vinta i poveracci come lui.»
«Se dunque dalle onde di questo burrascoso oceano tedesco emergesse un Altro Lutero, piú diavolo del frate del diavolo, qualcuno che ne offuscasse la fama e desse voce alle richieste del volgo... qualcuno che mettesse a ferro e fuoco la Germania con le sue parole costringendo Federico e tutti i principi alla guerra, costringendoli a chiedere l'appoggio dell'Imperatore e di Roma per sedare la ribellione... Qualcuno, mio signore, che impugnasse il martello e colpisse la Germania con tale forza da farla tremare dalle Alpi al Mare Nordico. Se un uomo di tal genere esistesse da qualche parte, lo si dovrebbe tenere piú prezioso dell'oro, poiché sarebbe l'arma piú potente contro Federico di Sassonia e Martin Lutero.»
«Di questo sto parlando, capito? Dell'impossibilità di fermarsi. Non è giusto. Non lo è mai. Avremmo dovuto fare altre scelte, tanto tempo fa, oggi è troppo tardi. La curiosità, quella insolente, caparbia curiosità di sapere come va a finire la storia, come si concluderà la vita. Di questo, di nient'altro si tratta. Non sono mai soltanto i guadagni a menarci per il mondo, non è mai soltanto la speranza, la guerra... o le donne. C'è qualcos'altro. Qualcosa che né io né voi potremo mai descrivere, ma che conosciamo bene. Anche adesso, anche nel momento in cui vi sembra d'esservi allontanato troppo dalle cose, in voi cova la voglia di conoscere il finale. Di vedere ancora. Non c'è piú niente da perdere, quando s'è perso già tutto.»
"Q" è uno dei romanzi più importanti degli ultimi decenni del novecento letterario italiano, pubblicato esattamente nel 1999, proprio a conclusione di quel secolo, ponendosi anche come sigillo di un'epoca. Riletto a distanza di quasi venticinque anni, rivela implicazioni e aspetti non ben compresi allora.
Accuratissimo romanzo storico: è il primo del collettivo di scrittori, che all'epoca andava sotto il nome di Luther Blissett, e che poi cambierà nome in Wu Ming. Per me resta il loro romanzo migliore in assoluto, per una serie di motivi, primi tra tutti il valore di metafora che assume, al di là del contesto della Guerra dei contadini in Germania e della nascita dell'Anabattismo.
Ma anche per la mancanza assoluta di preoccupazioni atte alla giustificazione di impostazioni ideologiche soggettive, di qualche verità dogmatica, anche se mascherata; oppure da ansia da politically correct.
Cose che nei successivi in qualche modo è, purtroppo, rintracciabile.
D'altronde il valore delle opere artistiche prescinde dalle posizioni politiche e ideologiche degli autori.
Da questo romanzo, ogni gruppo sociale, politico e religioso viene a fondo analizzato con a uno sguardo assolutamente disincantato e impietoso. Ci possiamo benissimo leggere una metafora degli anni settanta nell'Italia del secolo scorso, oppure, andando più indietro, relativamente alla prima e seconda parte del libro, della Rivoluzione d'Ottobre e della Guerra civile in Spagna.
Resta comunque sempre attuale. Dovrebbe essere una lezione per antagonisti e antisistema di tutte le epoche, "vittime" predestinate della coazione a ripetere sempre gli stessi schemi.
La vicenda prende il via nel 1519 a Wittenberg, città che è teatro delle tesi del monaco Martin Lutero, da cui origina la riforma Protestante, patrocinata dal principe elettore di Sassonia Federico III, detto "Il Saggio".
Così possiamo assistere alle dispute dottrinarie teologico-politiche, tra Melantone, Carlostadio e lui, Thomas Muntzer, il grande protagonista della prima parte del libro.
Questo quadro si inserisce in un più ampio scenario: il conflitto di una parte dei principi tedeschi con l'Imperatore, alleato del Papa, in una crescente escalation che rischia di precipitare la Germania già dilaniata da insanabile divisioni interne in una vera e propria guerra di religione.
Ma su tutto questo si innesta il più grande dei conflitti in seno all'alleanza cattolica: quello tra l'imperatore Carlo V e il Soglio di Pietro.
Nel frattempo, le posizioni si radicalizzano, e, all'interno della riforma, si viene a creare una frattura insanabile tra Lutero e l'ala indisponibile a qualsiasi compromesso non solo col potere ecclesiastico, ma anche con quello dei prìncipi.
E iniziano le scomuniche e le relative persecuzioni.
C'è chi deve vedersi da due nemici: la chiesa di Roma e la nuova nascente chiesa riformata.
La rivolta impazza e si diffonde, così anche l'utopia che affonda le radici nell'egualitarismo di "omnia sunt communia". E ha come base teorica le Sacre Scritture. La rivolta non disdegna la violenza, anzi le attribuisce un valore purificatore.
La mobilitazione si diffonde e vengono date alle stampe, per la prima volta dei fogli di carta che invitano all'insurrezione: i volantini, idea partorita, così dice, dall'eretico narratore.
Tuttavia, il punto critico di svolta è rappresentato dall'esperienza fallimentare di "autogoverno" della città di Münster, vicenda paradigmatica di presa del potere da parte di rivoluzionari che, per imporre la "verità", si trasformano in persecutori peggiori dei loro oppressori, instaurando un crudele terrore.
A questa vicenda è dedicata la parte seconda del romanzo, la parte migliore in assoluto.
L'uomo dai tanti nomi e dalle tante abilità attraversa decenni di battaglie e relative sconfitte, e a ogni sconfitta è come se morisse, per poi, dover rinascere sotto altro nome. Così gli capita anche nel 1538 quando ad Anversa viene salvato da una morte definitiva per incontrare un paradiso: una comunità di uguali.
È lì che inizia a raccontare alla comunità le vicende che lo porteranno, rinato come Gert dal Pozzo, all'incontro con visionari predicatori, che formeranno una compagnia di dodici grotteschi apostoli, diretti verso quello che sarà destinato a trasformarsi nell'inferno di Münster, la Città della Follia, la Nuova Gerusalemme.
Parallelamente a Münster, si diffonde sempre più la fede anabattista, che è espressione più radicale di ogni eresia, si raccolgono attorno ad essa diversi predicatori sovversivi. L'ordine costituito viene minacciato. E per fronteggiare questa peste, si salda l'alleanza tra cattolici e luterani.
La ricostruzione dei fatti e della terribile escalation di fanatismo di Münster, anche se fantasiosi, sono da manuale. I personaggi storici sono quelli, nonostante siano tratteggiati in maniera assai colorita, ma non così esagerata.
Il Regno di Sion della città di Munster è un'orgia senza fine, un vero e proprio baccanale, così come viene magistralmente descritto nel capitolo dedicato al carnevale. Ma è anche un tentativo di emancipazione, finché dura e non naufraga nel sanguinoso fallimento. Perché il carnevale finisce presto e inizia il periodo delle sempre più crudeli epurazioni e della repressione del dissenso, come in ogni rivoluzione che si rispetti.
Dopo Münster, tuttavia, la battaglia continua. Gert dal Pozzo non trova requie, ci sono già nuovi obiettivi, nuovi nemici, che sono pur sempre gli stessi, ma con forma e sostanza diversa: il potere che schiaccia i miseri e li rende schiavi.
Ogni nuova battaglia è come una rinascita che determina di conseguenza una nuova apocalisse. Tutto è lecito per far cadere la "Bestia", anche mettere su una colossale truffa.
La terza parte del romanzo ruota attorno al trattato il "Beneficio di Cristo", opera di fra Benedetto Fontanini da Mantova, ispirata alle tesi di Giovanni Calvino, e messa all'indice dell'Inquisizione. Un piccolo libro che potrebbe cambiare le sorti dell'Italia e dell'Europa, dietro il quale si nascondono anche illustri personaggi.
Vicende legate al conflitto in seno alla Chiesa Cattolica sulle trattative coi Luterani.
Intanto, l'eretico dai molti nomi continua a viaggiare attraverso l'Europa, come un Barry Lyndon ante litteram: da Anversa a Basilea e poi, a Venezia, e le dispute teologiche in seno ai protestanti vanno avanti, mentre sullo sfondo si profila l'ombra del Concilio di Trento, incontra un piccolo uomo che giganteggia sugli altri: Pietro Perna, libraio, ma anche i fratelli Miquez, ebrei sefarditi portoghesi. Tutti quanti compagni delle ultime battaglie.
È così che dalle nebbie del tempo viene fuori frate Tiziano, il tedesco, l'eretico predicatore, e sul Beneficio si ingaggia l'ultima battaglia con l'Inquisizione e con il cardinale Carafa.
In questa battaglia di inserisce anche l'aspro conflitto interno alla chiesa cattolica tra Spirituali e Zelanti e tra questi ultimi e i giudei.
Un antigiudaismo di vecchia data che da sempre, anche oggi, getta un'ombra inquietante su una parte del cattolicesimo e che attraversa i secoli.
E in ballo c'è la riuscita del Piano di Carafa,un piano per un Nuovo Mondo: la "Maggior Gloria di Dio".
Il viaggio continua attraversando anche il delta del Po, regno del popolo della palude e poi, di nuovo a Venezia. E nel frattempo, gli Anabattisti tornano a organizzarsi.
Ultimo atto della battaglia dell'eretico dai tanti nomi contro Q.
Per l'eretico è ormai soprattutto una sfida personale, quella per chiudere i conti.
Ma la resa dei conti non è come te l'aspetti. E riserverà un' incredibile sorpresa.
Ma chi è "Q", il misterioso "cacciatore di eretici", l'occhio di Gianpietro Carafa, il futuro Paolo IV, che lo ragguaglia su quanto sta accadendo in Germania e poi nel resto d'Europa, e a cui il cardinale affida missioni fondamentali? L'antagonista dell'altrettanto misterioso eretico dai tanti nomi?
I due antagonisti sono anche i narratori della cronaca dei fatti. Escamotage usato dai Luther Blissett per fornirci una doppia prospettiva della vicenda.
Q. sta per Qoelet (l'Ecclesiaste), il libro della Bibbia contenente riflessioni sulla necessità di bene e male e sulla morte. E tale è il personaggio, caratterizzato da grande ambiguità, un provocatore.
Q., il doppiogiochista.
La storia è come un mosaico che si ricompone un po' alla volta, con il progredire della narrazione.
Questo romanzo non è di facile lettura, è un testo che va attentamente decifrato, teso come un giallo, ma dal quale ogni appassionato di narrativa storica non può prescindere.
Tuttavia, è anche un libro sulla disillusione, sulla solitudine dell'eretico, sulle aspettative tradite, sulle debolezze degli umani che si lasciano soggiogare dal potere e distogliere dalle parole; sulle sottigliezze usate dagli imbonitori e da certi radicali infiltrati; sui giochi di potere, sui compromessi e sul conseguente trasformismo. È un libro sul valore della vita e sul sacrificio, a difesa delle proprie idee e degli affetti; sulla durezza delle relazioni umane, sulla sfida per raggiungere l'estremo limite, e superarlo, e sull'imprescindibile importanza della sfera individuale, sulla perenne ricostruzione di un "sé" apparentemente distrutto.

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