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Adolfo Bioy Casares, "L'invenzione di Morel" (1940)
«Scoprii una porta segreta, una scala, e un'altra cantina. Entrai in una stanza poliedrica — simile a certi rifugi contro i bombardamenti, che ho visto al cinema — con le pareti ricoperte da piastrelle di due tipi — le prime di un materiale simile al sughero, le altre di marmo — disposte simmetricamente. Feci un passo: sotto archi di pietra, in otto direzioni vidi ripetersi, come negli specchi, otto volte la stessa camera. Dopo, udii molti passi, terribilmente chiari, intorno a me, di sopra di sotto, e che percorrevano il museo.»
«Quando vidi il colle disabitato ebbi il timore di trovare la spiegazione in una trappola pronta a scattare. Sussultando, nascondendomi di tanto in tanto, percorsi tutto il museo. Ma bastava guardare i mobili e le pareti, che sembravano rivestite di isolamento, per convincersi che lì non c'era nessuno. O meglio: per convincersi che non c'era mai stato nessuno.»
«Abituato a vedere una vita che si ripete, trovo la mia irrimediabilmente casuale. I propositi di ammenda sono vani: per me, non c'è prossima volta, ogni istante è unico, diverso, e parecchi vanno perduti per disattenzione. È vero che neanche per le immagini c'è prossima volta (tutte le volte sono identiche alla prima).
Si può pensare che la nostra vita è come una settimana di queste immagini e che torna a ripetersi in mondi attigui.»
Romanzo breve o racconto lungo, come meglio credete, "L'invenzione di Morel" è forse l'opera più famosa ed il primo romanzo di Adolfo Bioy Casares, scrittore argentino, tra i maggiori autori della letteratura fantastica del novecento, grande amico di Jorge Luis Borges, ha curato con lui e con Silvina Ocampo (moglie dello stesso Bioy Casares) una famosa "Antologia della letteratura fantastica".
Ed è proprio Borges nell'introduzione a elogiare la perfezione di questa novella, paragonandola a "Il giro di vite" di Henry James e a "Il processo" di Franz Kafka.
In effetti la vicenda, avvolta in una singolare e inquietante atmosfera, e narrata in prima persona da un misterioso protagonista, mostra più di un punto di contatto coi capolavori di James e di Kafka, straordinariamente in bilico tra fantastico, fantascienza, horror, thriller e surrealismo.
È di fatto una fiaba nera sulle dinamiche di controllo, sulla manipolazione tecnologica, sul delirio malthusiano, sull'immortalità, sull'apparente libertà che in realtà è una nuova prigione, sulla coazione a ripetere come metafora dell'esistenza, e sulla forza dell'amore che ci fa andare avanti nonostante tutto.
Un intreccio di tematiche così diverse, che Bioy Casares riesce a far interagire tra loro con grande maestria in poche pagine, in una cornice assolutamente coerente, e di farne intravedere anche i possibili sviluppi nella realtà futura, nella nostra realtà, con l'impressionante anticipo della realtà virtuale e della pretesa cieca onnipotenza scientifica che si rivela in tutta la sua nemesi.
La storia è ambientata in un'enigmatica isola tropicale, in apparenza deserta, abbandonata, si dice, a causa di una devastante epidemia. È un'isola dominata da due soli e da due lune. La narrazione rimanda chiaramente ad altre isole misteriose, di cui è colma la letteratura fantastica, soprattutto a "L'isola del dottor Moreau" di H.G. Wells.
A ben vedere questo romanzo è proprio un luogo dove si incontrano "Il giro di vite", "Il processo", "Moreau" (notare l'assonanza), ma anche la paranoie di un Poe e la labirintica narrativa dello stesso Borges.
L'isola è uno dei luoghi per eccellenza che si presta alla costruzione di favole dalla natura mutevole e dai molteplici espedienti.
Il protagonista, anonimo scrittore, sostenitore delle teorie di Malthus, ricercato, è in fuga perché condannato all'ergastolo per aver commesso un non meglio precisato crimine, si rifugia nell'isola, incurante di tutti i rischi.
Nella parte alta dell'isola ci sono tre fabbricati costruiti in pietra rozza: la cappella, la piscina e il museo. Il protagonista si stabilisce nel museo, che contiene anche una serie di biblioteche piene di romanzi, poesia e teatro, e un unico saggio che gli sarà utile per decodificare il mistero.
L'edificio rivela un'architettura molto variegata, a tratti gotica, a tratti allucinata, a tratti moderna. Il fuggiasco attraversa i locali devastandone alcuni, alla ricerca di qualche oggetto utile: armi, cibo, medicinali, qualche tesoro.
Intento a scrivere il suo diario, trova delle strane macchine, alcune le fa funzionare, danno energia, altre non sa cosa siano.
È tormentato da continui echi, prodotti dall'architettura del museo, e da incomprensibili e misteriose presenze sull'isola, da intrusi con i quali cerca di interagire, soprattutto con una donna, Faustine, e con Morel, una sorta di scienziato pazzo, e con altre persone che non dovrebbero essere lì, che scompaiono, per poi riapparire, che fanno una vita a parte, ignorandolo completamente.
Donne e uomini riempiono i locali delle costruzioni e i luoghi dell'isola, per poi lasciarli di nuovo vuoti, come se il loro passaggio non fosse mai avvenuto.
Ballano, mangiano insieme, chiacchierano. I discorsi sono allusioni, cose dette e non dette. E poi, c'è la musica di "Tea for two" e di "Valencia" che si ripetono in continuazione. Fantasmi?
Il suo diario sembra il delirio di un paranoico, o forse, è lui stesso a essere protagonista di un folle incubo, di un gioco crudele, oppure è morto e si trova in una sorta di purgatorio, o addirittura in un inferno? Non lo sa, non riesce a capire quale condanna gli è stata riservata.
A tratti, la narrazione esce dal delirio e descrive poeticamente il dolore dei sentimenti e il malinconico ambiente circostante.
Tuttavia, il senso di solitudine e di allucinata condizione sovrasta tutto il resto, l'uomo comincia a farsi delle domande, le ipotesi più fantasiose si affacciano nella sua mente, in un crescendo di terrore, ansia, sconcerto.
Alla fine, l'intreccio dal meccanismo perfetto, di cui parla proprio Borges nell'introduzione, è del tutto pienamente tangibile, tutto si incastra alla perfezione, anche e soprattutto nello svelamento.
Affermare, quindi, che "L'invenzione di Morel" è un capolavoro sarebbe un'inutile ovvietà.

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