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martedì 7 novembre 2023

Josè Saramago, "Memoriale del convento" (1982)

 


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Josè Saramago, "Memoriale del convento" (1982)


«Per le vie di Lisbona, piene di donne che vestono allo stesso modo, con i loro veli, la sopragonna tirata sulla testa, uno spiraglio appena per il cenno d’occhi o labbra, codice generale appreso nella clandestinità dei sentimenti o delle voluttà proibite, per queste vie, con una chiesa ad ogni angolo, un convento per rione, corre un vento di primavera che fa girare la testa, e, se non c’è il vento, sono i sospiri a fare le sue veci, quelli che si lasciano andare nei confessionali o in luoghi nascosti, propizi ad altre confessioni, quelle della carne adultera, in bilico fra la sponda del piacere e quella dell’inferno, entrambi piacevoli in questi giorni di mortificazione, di altari spogli, di lutti rituali, di peccato onnipresente.»


«Sette-Soli e Sette-Lune, se un nome così bello le hanno messo, è bene che lo si usi, non sono scesi da S.Sebastião da Pedreira al Rossio per vedere l’auto da fé, ma non è mancato il pienone alla festa, di alcuni che vi furono, oltre ai registi che sempre restano nonostante gli incendi e i terremoti, è rimasta memoria di quel che hanno visto e di chi hanno visto, bruciati o penitenti, la negra d’Angola, il mulatto della Caparica, la suora ebrea, i religiosi che dicevano messa, confessavano e predicavano senza avere gli ordini per questo, il pretore di Atraiolos con quarti di ebreo da ambedue i rami, in tutto centotrentasette persone, perché il Santo Uffizio, quando può, lancia le reti nel mondo e le ritira piene, così peculiarmente praticando la lezione di Cristo quando disse a Pietro che lo voleva pescatore di uomini.»


«… gli uomini si avviarono verso il terreno tutto sottosopra, con carriole e pale, riempiendole qui, sul monte, svuotandole là, sul declivio verso Mafra, mentre altri uomini, con la zappa in spalla, scendevano nei fossati già profondi, vi scomparivano mentre altri ancora vi buttavano giù cesti e poi li tiravano su pieni di terra e li andavano a svuotare lontano, dove altri uomini andavano a loro volta a riempire carriole, che lanciavano nello sterro, non c’è nessuna differenza fra cento uomini e cento formiche, si porta questo da qui a lì perché le forze non consentono di più e poi viene un altro uomo che trasporterà il carico fino alla prossima formica, fino a che, come al solito, tutto finisce in un buco, nel caso delle formiche luogo di vita, nel caso degli uomini luogo di morte, come si vede non c’è nessunissima differenza.»


«Non vale la pena narrare i secondi viaggi, se sono già stati spiegati i primi. Di quanto sia cambiato chi li fa, si è già detto a sufficienza, di come mutano i posti e i paesaggi basta sapere che ci passano gli uomini e le stagioni, ogni volta poco quelli, casa, tettoia, terra, muro, palazzo, ponte, convento, siepe, selciato, mulino, una volta per tutte, radicalmente quelle, come se fosse per sempre, primavera, estate, autunno che è ora, inverno che sta per arrivare.»


Saramago ci aveva abituati a dei miracoli. Miracoli letterari.

Quello che è davvero notevole è come lo scrittore portoghese sia riuscito paradossalmente a sposare perfettamente la sua scrittura, la cui punteggiatura procede per sottrazione, con un linguaggio contestualizzato all'epoca in cui questo libro è ambientato. Anche per questo, "Il memoriale del convento" è un romanzo unico, nel quale di "miracoli" si narra.


Saramago è stato indubbiamente uno dei massimi del Novecento e uno dei pochi grandi scrittori di inizio nuovo millennio. Non si contano i capolavori: da "Cecità", a "La Caverna", passando per "Tutti i nomi", "L'uomo duplicato". Per non parlare dello "scandaloso" "Il Vangelo secondo Gesù". E solo per citarne alcuni.

La sua era una narrativa la cui suggestione era sospesa tra il surreale e il tangibile, con un amore per il bizzarro.


"Memoriale del convento" è uno dei suoi romanzi storici, uno dei primi. Ma nel caso di Saramago, parlare di romanzo storico è improprio, considerata la dose di finzione che inseriva in ogni sua opera. Tanto da restare sempre in qualche modo, a dir poco, disorientati.

Il rigore storico di buona parte del romanzo si sposa, però, perfettamente con l'invenzione letteraria.


L'azione si svolge nel Portogallo del settecento, sotto l'inquisizione, la persecuzione degli ebrei, e si apre alla corte di re Giovanni V e della regina, donna Marianna d'Austria, che pare sia sterile. Il re è in attesa di un miracolo che possa donare alla sua sposa un erede, visto che finora ogni tentativo è stato vano. Promette ai francescani, nel caso che il miracolo si compia, la costruzione di un grande convento a Mafra che i frati aspettano da più di un secolo.


Sono pagine visionarie, dissacranti, a tratti sconfinano nel fantastico e nell'onirico.

È assai suggestiva la descrizione dei riti connessi alla propiziazione dell'evento, l'uso molto particolare del linguaggio di Saramago, fa pensare esattamente a un memoriale scritto a quell'epoca. 

Allo stesso modo, lo scrittore procede alla descrizione di una Lisbona granguignolesca, quasi caricaturale, in cui il sacro e il profano vanno a braccetto con noncuranza, come se fosse l'ovvia manifestazione della natura delle cose. 


Un'umanità misera è messa impietosamente alla berlina, in un'orgia di dolore e di piacere.

Saramago non si risparmia certo in descrizioni piene di particolari lugubri, prosaici, scabrosi, grotteschi, osceni e disgustosi. È nel suo stile rendere il più coerente possibile l'ambientazione, anche se nel contrasto con un'atmosfera quasi surreale. Così è per esempio, durante lo svolgimento dell'"edificante" spettacolo dell'auto da fé: anche qui torna il contrasto tra una Lisbona elegantemente acchittata a festa e l'orribile nefandezza che si sta per compiere.


Poco alla volta, entrano in scena, quasi balbettando, storie parallele e miseri personaggi, maschere anche loro di un'epoca, come, uno dei protagonisti: Baltasar Mateus, il Sette-Soli, di ventisei anni, reduce di guerra mutilato della mano sinistra, che usa un uncino o uno spiedo e che fanno le sue veci, sta tornando a casa, a Lisbona, chiedendo l'elemosina. 


Baltasar incontra Blimunda e questa diventa anche la loro storia. Una storia d'amore al primo sguardo, durante l'auto da fé, in cui assistono alla condanna della madre della ragazza.

Il terzo a entrare in scena è padre Bartolomeu Lourenço de Gusmão, gesuita, nato in Brasile, estroso personaggio in odore di eresia giudaica realmente esistito, dalle teorie bizzarre e contraddittorie, detto il Volatore, perché ideatore di un aerostato e di un pallone che riuscì a far volare veramente.


E così, inizia un sodalizio tra i due sull'invenzione del gesuita, a cui si aggiungerà anche Blimunda, e Bartolomeu sarà anche una sorta di nume tutelare dell'amore dei due, in cerca delle "volontà", per far volare la macchina, "l'uccellaccio". Il quarto personaggio è Domenico Scarlatti, che col suo clavicembalo, entra nella vita dei tre costruttori della macchina volante. Straordinarie sono le pagine del dialogo tra lui e de Gusmão.


Donna Marianna, intanto, ha beneficiato del miracolo e incinta aspetta la nascita dell'erede, ma i riti propiziatori non si interrompono certo qua: che nasca in salute, senza difetti visibili o invisibili, che soprattutto nasca maschio. Nascerà femmina, ma poco importerà. Importa che sia finalmente nato un erede. 

Saramago si profonde nella descrizione della suggestiva gran pompa della cerimonia del battesimo della principessa donna Maria Barbara, che avrà l'onore di avere come maestro di musica proprio Domenico Scarlatti, e destinata in futuro a sposare Fernando di Spagna.


Blimunda ha un segreto, un oscuro potere, di cui mette a parte anche Baltasar, divenuto suo amante e convivente, un segreto svelato che cambierà la vita a entrambi, il fantastico irrompe nella narrazione. 

Sette-Soli non è più solo, perché ha Sette-Lune a fianco a sé, nella strada verso Mafra, verso casa di Baltasar, dove c'è la sua famiglia e sta crescendo il convento.


Sullo sfondo: la costruzione del convento, la guerra coi francesi, poi la pace e la nascita del secondogenito dei reali, che sarà il primogenito maschio, don Pedro, che replica il miracolo dei Francescani, e che pur tuttavia, vivrà poco. Ne verranno altri tre, tutti maschi, per cercare di consolare il dolore del re.


Quando Saramago si ferma a descrivere il lavoro di costruzione del convento, il realismo la fa da padrone, talmente tanto che risulta facile percepire l'odore del sudore e del fango, sentire i rumori degli attrezzi, il sapore della polvere e del marmo; e poi le voci dei manovali che presentano se stessi, in una lunga sequela. 


Tutto questo in un progressivo crescendo, come se fosse una sinfonia, che ha il suo apice nei tremendi giorni della "crociata", che sembra più una via crucis, per recuperare una grande pietra destinata a fungere da altare, e nella forzata deportazione dei poveracci costretti a esaudire il delirio di onnipotenza del sovrano.


Lo scrittore portoghese infila nel romanzo una storia dopo l'altra, storie minori, storie parallele, sottotrame, che si separano dalle due principali. Alterna anche le rappresentazioni di massa che accompagnano gli eventi, in un tourbillon di sensazioni, visioni e ricordi, elencando luoghi, chiese e persone, snocciolati come in un rosario, e a tratti con un delirio descrittivo sempre più ossessivo, con un ritmo mozzafiato, trasmettendo una vertigine sempre più intensa. 


Non importa se siano auto da fé, corride, carnevale, quaresima, il corpus domini, un'epidemia, la cerimonia della posa della prima pietra al convento di Mafra e la sua consacrazione, o il corteo reale verso la Spagna per lo scambio delle principesse, per celebrare i matrimoni reali tra Portogallo e Spagna; non importa se siano aneddoti su personaggi improbabili o intrighi di monache; l'importante è la suggestione della singola vicenda dello spettacolo collettivo e il rispetto del rituale, in una continua atmosfera apocalittica. Ma guai se ci fosse solo questo, c'è anche una struggente e poetica vena romantica che attraversa tutto il romanzo, tipica della melanconia dell'animo latino.


Inoltre, già in queste pagine, lo scrittore affronta il tema della cecità, diversi anni prima che nel suo più famoso romanzo, ma con prospettiva capovolta: qui la cecità degli uomini, che non tutto possono vedere, risulta essere una benedizione.

Altra tematica importante del romanzo, anche se sottintesa, e che stava molto a cuore a Saramago, è l'iberismo, quella ideologia politica che auspica una sola nazione nella penisola iberica, ma senza alcuno spargimento di sangue, solo mediante una pacifica volontà consensuale e tramite il federalismo. 

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