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giovedì 9 novembre 2023

Henry James, "Daisy Miller" (1878)

 


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Henry James, "Daisy Miller" (1878)


«Winterbourne provava da un punto di vista generale grande interesse per quella gamma di effetti; era solito notarli e, per così dire, analizzarli; pertanto fece parecchie osservazioni sul viso di quella signorina. Non era per niente insignificante, eppure allo stesso tempo non era volutamente – ma quale volontà avrebbe potuto manifestare quella ragazza? – espressivo. E anche se offriva una tale collezione di piccole bellezze e di eleganza, lo accusò mentalmente – pronto nello stesso istante a perdonarglielo – di una certa carenza di tocco finale. Riteneva possibilissimo che la titolare di quel visino avesse sperimentato gli effetti del proprio fascino e ne avesse di sicuro ricavato grande sicurezza; ma se anche da questo dipendeva il suo maggior divertimento, il suo faccino superficiale, dolce e luminoso non mostrava né derisione né ironia.»


«Ebbene» disse Winterbourne «quando si ha a che fare con la gente del posto, ci si deve adattare alle abitudini del paese. La civetteria all’americana è una sciocchezza esclusivamente americana; è un modo di comportarsi – nella sua sciocca innocenza – che non trova spazio in questa società. Quindi, quando lei si mostra in pubblico con Mr Giovanelli e senza sua madre…»

«Ah, povera mamma!» Il commento fu meravigliosamente indicibile.

Winterbourne lo percepì, ma non modificò il proprio atteggiamento. «Anche se lei crede di civettare, Mr Giovanelli no… ha in mente qualcos’altro.»

«In ogni caso non mi fa la predica» replicò. «E se ci tiene tanto a saperlo, nessuno dei due sta civettando… neanche un po’. Siamo troppo buoni amici. Siamo davvero amici stretti.»


Come resistere alla magia che ti coglie ogni qualvolta si viene a contatto con la narrazione di Henry James, la dolce vertigine che ti assale e che trasformerebbe anche l'evento più banale in un'avvincente storia? Tutto ciò è presente anche in quest'altro breve adorabile romanzo. Un grazioso cinismo la fa da padrone in tutte le pagine. Specchio di un'epoca e di due mondi che cominciano a venire in contatto in quegli anni. Metafora dell'eterno, ambiguo e irrisolto rapporto di amore e odio, innocenza e perversione tra America ed Europa.


È lo stesso Henry James a farci sapere in una prefazione al romanzo quale fu la sua genesi. L'ispirazione gli venne durante un viaggio a Roma nell'autunno del 1877. Quello che fu definito da un critico di Philadelphia «un oltraggio alle ragazze americane» era destinato a diventare la «più ricca creatura della mia invenzione», definizione autoironica, dati gli scarsissimi guadagni in America a causa anche della diffusione di un'edizione pirata, ma probabilmente anche il suo romanzo che riscosse maggior successo popolare alla sua pubblicazione.


"Daisy Miller", all'epoca, era stato visto come una provocazione, letto come una sorta di romanzo sociale: da una parte, appunto, come un'offesa all'innocenza, dall'altra un invito all'emancipazione femminile. James nega che il suo intento fosse questo e ne rivendica uno, semplicemente e unicamente poetico, aggiungendo che non era mai stato altro, se non l'omaggio ad una ragazza innocente vittima del pregiudizio.

Scioglie quindi l'ambiguità delle ipotesi, d'altronde, il finale non dovrebbe lasciare dubbi.


Ci troviamo a Vevey, piccola cittadina turistica della Svizzera, ed è qui che facciamo la conoscenza con Winterbourne, giovanotto ventisettenne americano di buona famiglia, residente in Europa fin dall'infanzia. Ed è qui che, complice il di lei fratellino Randolph, fa la conoscenza della sua compatriota Daisy. L'incontro produce un effetto fulminante nel giovane, per l'enigmatico aspetto e per quello che percepisce come ambiguo comportamento da parte della ragazza.


Il candore di lei è disarmante per Winterbourne, perché unito a vivacità, a grande disponibilità a dialogare, ma anche a tranquilla naturalezza, a raccontare di lei e della sua famiglia: l'amore per l'Europa, del prossimo viaggio in Italia, dell'educazione di Randolph, delle sue frequentazioni maschili. In bilico sempre tra innocenza e spregiudicatezza. Winterbourne resta perplesso da tanta disinvoltura, lui che non sapeva più quale fosse un metro con cui giudicare le abitudini americane, da tanti anni abituato ormai al calvinismo ginevrino, che aveva fortemente introiettato.


Ed è su questo conflitto che vive nella mente del giovane, fatto di malizia, stupore e sospetto, che Henry James gioca efficacemente, evidenziando il contrasto dell'atteggiamento dei due protagonisti: la frenata, strategica audacia di lui, e la naturalezza di lei nell'accettare con quieto entusiasmo proposte che potrebbero apparire sconvenienti. Winterbourne non sa decidersi, sospeso in una sorta di magico incanto, in cui cerca di tenere a bada i pregiudizi. Pensa che sia solo una "graziosa civetta americana", ma senza la malizia delle "grandes coquettes".


La zia di Winterbourne, Mrs Costello, è un tipico prodotto della gilded age: snob, altera e ricca quanto basta. Disprezza Daisy e la sua famiglia: «Sono terribilmente ordinari… Appartengono a quel tipo di americani verso i quali si compie il proprio dovere semplicemente ignorandoli.» Non nasconde certo la sua contrarietà per il fatto che il nipote intenda frequentare una ragazza così poco raffinata.

Opposizione che non mostra invece la svampita madre di Daisy. Ma che invece mostra l'inquietante Eugenio, il maggiordomo dei Miller.


Un complesso di personaggi singolari, ognuno con un ruolo particolare, che partecipano a questa piccola farsa come in un gioco fatto di crudeli dinamiche, che sembrano ordite da Daisy, di piccole provocazioni, di desideri celati, alternati a intenzioni parzialmente rivelate, a improvvisa indifferenza; in una sensazione di straordinarietà, alternata a monotone espressioni ordinarie, una condizione che sconcerta Winterbourne e che si espande durante l'agognata gita. 


Dalla Svizzera, l'esasperante gioco riprende con maggiore intensità, un po' di mesi dopo, a Roma, di cui Daisy è davvero entusiasta per la possibilità di frequentare una divertente vita di società e molti giovanotti. E naturalmente Winterbourne è stuzzicato da tanta deliziosa indisponenza. Cosa che lo porta di nuovo a dubitare se sia davvero una ragazza per bene, nella sua «imperscrutabile combinazione di audacia e innocenza.» 

Tuttavia, Daisy si mostra assolutamente incurante del fatto che stia destando scandalo attorno a sé, la sua indipendenza è superiore a ogni cosa.


La figura di Mrs Walker, amica di famiglia dei Miller, che inizia a far le veci della madre col suo pressante moralismo, entra in scena con dirompenza nella parte romana del racconto e dà un colore tutto particolare alla narrazione. Così come Mr. Giovanelli, un bell'italiano che si accompagna a Daisy e che rappresenta lo strumento simbolico dell'innocente impertinenza della ragazza. La quale non mostra però un interesse particolare esclusivo per quest'uomo, anzi è con grande disinvoltura felice se può conversare allo stesso tempo con entrambi, anche con Winterbourne. "... era libera, senza per questo avvalersi della propria libertà."


Il resto lo fa la vivace e dolce atmosfera romana. La sua «mal aria».

Lo svelamento finale giunge troppo tardi, tuttavia, rivela al lettore che l'ambiguità è da tutt'altra parte, ed è nella vuota ipocrisia di un mondo fatto di puritanesimo e di apparenza, di cui lo stesso Winterbourne è il latore forse del tutto inconsapevole, cosa che però non ha più alcuna importanza.

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