Consigli di lettura
Classici
Jules Michelet, "La strega" (1862)
«Non bastano i roghi al clero, né al popolo le villanie né i sassi al fanciullo, contro la disgraziata. Il poeta (fanciullo anch’esso) la lapida con un’altra pietra, ancora più crudele per una donna. Suppone, chissà perché? Che fosse sempre laida e vecchia. Alla parola strega, appaiono le orrende vecchie di Macbeth. Ma i crudeli processi mostrano il contrario. Molte morirono proprio perché giovani e belle.
La Sibilla prediva la sorte, la Strega la fa. Ecco la grande, autentica differenza. Lei chiama, cospira, opera il destino.
Non è l’antica Cassandra che tanto bene conosceva l’avvenire, lo lamentava, l’attendeva. Lei lo crea. più di Circe, di Medea, possiede la verga del miracolo naturale, e per sostegno e sorella ha la Natura. Tratti del Prometeo moderno son già suoi. Con lei ha inizio l’industria, specialmente l’industria sovrana, che guarisce, rinnova l’uomo. Al contrario della Sibilla, che sembrava osservare l’aurora, lei osserva il tramonto: ma è proprio il grigio tramonto ad offrire (come sulle vette delle alpi) molto prima dell’aurora, un’alba precoce del giorno.»
«La fidanzata del Diavolo non può essere una bambina; ci vogliono trent’anni, la figura di Medea, la bellezza dei dolori, lo sguardo profondo, tragico e febbrile, con grandi ondate di serpenti che cadono in disordine; intendo dire un mare di neri e ribelli capelli. forse, sopra, la corona di verbena, l’edera delle tombe, le violette della morte.
Fa allontanare i bambini (fino alla cena). La funzione inizia.
“Entrerò in quest’altare. Ma, Signore, salvami dal perfido e dal violento (dal prete, dal signore).” Poi il ripudio di Gesù, l’omaggio al nuovo padrone, il bacio feudale, come nelle ammissioni al tempio, quando si concede tutto senza riserve, pudore, dignità, volontà; con questa oltraggiosa aggravante al ripudio dell’antico dio: “che è meglio il didietro di Satana”.
A lui, consacrare la sua sacerdotessa. Il dio di legno l’accoglie come un tempo Pan e Priapo. Fedele alla forma pagana, lei si dà a lui, siede un momento su di lui, come quella di “Delfi” al tripode d’Apollo. ne riceve il soffio, l’anima, la vita, ne viene (per finta) fecondata. Poi, altrettanto solennemente, si purifica. Da allora, è l’altare vivente.»
«Ah, mascalzone, chi sei insomma? E cosa vuoi?» «Quello che si regala ogni giorno. Vorreste esser meglio della signora lassù? Lei ha impegnato la sua anima al marito, all’amante, ma la offre ancora intera al paggio, un bamboccio, uno sciocchino. Io sono molto di più di un paggio per voi; sono di più di un servitore. In quante cosette vi ha servito il piccoletto. Non arrossite, non arrabbiatevi. Fatemi dire soltanto che vi sto sempre attorno, e forse già dentro. Come potrei conoscere se no i vostri pensieri, persino quello che tenete nascosto a voi stessa. Chi sono io? La vostra piccola anima che, senza far complimenti, parla alla grande. Noi siamo inseparabili, siete sicura di sapere da quanto tempo stiamo insieme? Mille anni. Stavo con vostra madre, con la madre di lei, coi vostri avi. Io sono il genio del focolare.»
L’edizione che vedete nella prima immagine è un pezzo oramai da collezione del 1972, che trovai su una bancarella. È una versione ridotta, neanche la metà del testo originale, una specie di antologia, anche perché i capitoli di questo libro, volendo, possono essere letti separatamente, come singoli articoli.
Le edizioni integrali che raccomando sono quella in circolazione attualmente della BUR, e quella sontuosa di Einaudi in cofanetto col famoso saggio introduttivo di Roland Barthes, che credo si trovi difficilmente in commercio.
Come dice giustamente Roland Barthes, "La Strega" è Storia e Romanzo insieme. E l'approccio corretto alla sua lettura è esattamente questo. Perché aspettarsi un saggio storico convenzionale, sarebbe un errore.
"La Strega" è innanzitutto un inno alla Donna, un'apologia alla ribellione eretica della stregoneria, alla femmina vilipesa, offesa, disprezzata.
Davvero tanto per un uomo del XIX secolo. L'attualità di questo libro, sta tutta qui, nella scelta di difendere ed esaltare una figura eretica, a prescindere da qualsiasi valutazione razionale o da qualsiasi riduzione all'Illuminismo.
D'altronde gli scientisti positivisti ritenevano Michelet uno storico screditato.
Barthes continua nel suo elogio del pensiero di Michelet, definendolo "mitologia storica", una definizione che si adatta perfettamente al taglio di questa mitica opera.
«... poiché la Chiesa è vacillante, alienata ai grandi, tagliata fuori dal popolo, sarà la Strega a esercitare le magistrature di consolazione, la comunicazione con i morti, la fraternità dei grandi sabba collettivi, la guarigione dei mali fisici nel corso di tre secoli in cui essa trionfa… In altre parole, poiché il mondo è votato all'inumanità dalla terribile collusione dell'oro e della servitù, tocca alla Strega ritirarsi dal mondo, divenuta l'Esclusa, raccogliere e preservare l'umanità.»
Scrive ancora Roland Barthes.
E questo fin nel momento in cui verrà sostituita, nel XVII secolo, dall'incedere di ciò che aprirà la strada all'Illuminismo. Quando verrà spezzata la "crosta dell'oscurantismo", le ideologie dominanti, chiesa e feudalesimo perderanno terreno, e si affermerà l'esplorazione della natura da parte dell'uomo. La Strega non è più necessaria.
La Strega però continuerà a esistere, protagonista dei processi dell'Inquisizione, Michelet ne riporta alcuni, terreno di scontro tra oscurantismo ed emancipazione.
Ma al di là di questo, la Strega incarna un movimento di liberazione è l'impersonificazione in un'unica, ideale donna, di tutte le streghe di tre-quattrocento anni di storia, che attraversa tre età in cui per Michelet il modello di strega si trasforma e si trasfigura. E qui ha la meglio l'elemento romanzato.
Insomma, la Strega è avvolta in uno stato di Natura, in cui si contrappone alla fase finale, la parte degradata della società medievale dal XIV al XVII secolo, quando in verità, definirlo medioevo è già improprio.
La Strega è una donna mitica, caratterizzata da un'aura erotica molto intensa, di quell'erotismo proprio delle concezioni dello storico, sul quale Barthes insiste di continuo. Perché Michelet è turbato dalla figura femminile, la difende, la esalta, ma la mediazione che trova è nell'ambiguità del possesso erotico, seppure simbolico e sublimato. Le metafore usate nel testo sono assai eloquenti, ma restano metafore, lungi da essere ammiccamenti e doppi sensi da sessuomane.
La Donna emancipa l'uomo perché "installandosi" in lei, si trova immerso nell'intera Natura.
La concezione di Michelet è chiaramente progressista, ma non lo è mai in maniera schematica, sa benissimo che non è così che procede la storia. D'altronde, mai la figura della Strega si farebbe incasellare in categorie scientiste, tanto è radicata nella tradizione e nelle antiche usanze. Per cui la narrazione dello storico francese si arricchisce di elementi visionari, si impregna di magico.
Il tentativo di razionalizzazione non può fare a meno della totale componente eretica, che male si conforma a un modello di normalità.
E infatti lo scrittore nel libro non contesta mai l'efficacia dei riti magici, ne è emotivamente rapito, anche se cerca di razionalizzarli. Ciò che non gli risparmiò critiche da parte dei positivisti.
E ancora Barthes:
«... esiste una affinità fra la donna e la magia per Michelet questa affinità è fisica in quanto la Donna si accorda alla Natura tramite il ritmo sanguigno; per Mauss è sociale nel senso che la particolarità fisica fonda una vera e propria classe delle Donne. Ciò non toglie che il postulato sia lo stesso: questo tema erotico non è certo riducibile a un indecente mania del vecchio storico innamorato: è una verità etnologica, che fa luce sullo statuto della Donna nella società a magia.»
Nonostante la sua "eresia", la solitudine della Strega era fisica, non sociale, viveva inserita nella comunità, era, sì, diversa, ma in qualche modo complementare alla società ufficiale. Era esclusa, ma necessaria, fin tanto quanto non la si riconosceva come estranea e quindi Strega, alla stregua di quello che potrebbe essere l'intellettuale di oggi, finché non viene bollato come traditore, in quanto non più complementare alle regole istituzionali.
Michelet, «Vedendo la propria società lacerata fra due postulazioni che riteneva ugualmente impossibili, la postulazione cristiana e la postulazione materialista, ha abbozzato di persona il compromesso magico si è fatto stregone, raccoglitore di ossa, risuscitatore di morti, si è preso la responsabilità di dire no, senza ritegno, alla Chiesa e alla scienza, di sostituire il dogma o il fatto bruto col mito.» Così si avvia a concludere Roland Barthes.
Non si poteva parlare di stregoni, perché questi erano ben poca cosa, quindi aveva "ragione" Sprenger nel suo "Malleus Maleficarum", soprattutto perché le streghe erano un prodotto della rigida divisione del lavoro, ma questo Sprenger se ne guardava bene dal dirlo. La donna doveva occuparsi del focolare, quindi si ingegnava, faceva lavorare l'immaginazione, aveva un rapporto intimo con la natura. L’autore del libro è chiaro su questo punto.
Una cosa è certa e non si può negare: l'alta qualità poetica della scrittura di Michelet. D'altronde, non può fare altrimenti. Deve in qualche modo esorcizzare tutti gli orrori che gli passano davanti,
contenuti nella documentazione che deve esaminare e a cui deve attingere. Nel suo elogio poetico, sposa anche un'esaltazione apparentemente decadente del demonio, che di volta in volta, può essere Satana, Bacco, Pan o Priapo, il figlio ripudiato e maledetto.
Lo fa come atto di ribellione, non come affiliato di una nuova fede.
Come se tale esaltazione implicasse una forma di omaggio vendicativo in onore della Strega, come se la bestemmia fosse spesa a favore del suo riscatto.
È questa anche una potente invettiva contro il cristianesimo reo di aver calpestato queste creature e di avere in odio la Natura, si illude di aver distrutto per sempre il paganesimo. Un'invettiva che assume i toni del pamphlet, tipico di certo ateismo ottocentesco. Gli dei vivono ancora, ed è la femmina strega che si occupa di preservarli, tenuti al caldo nel focolare. Ma al medioevo Michelet non riserva certo sorte migliore.
Da qui parte la redenzione della Donna, attraverso quello che viene chiamato Sabba o Messa nera.
"La Donna al Sabba fece tutto. È il clero, l’altare, è l’ostia, che comunica tutto il popolo. In fondo, non è Dio?"
Con la descrizione teatrale del rito, Michelet eleva la sua poetica a livelli notevoli, degni del miglior romanzo gotico.
Tuttavia, ci tiene molto ad assolvere i riti del Sabba e a definire false le voci che calunniavano questi raduni silvestri, vi aleggiava uno spirito di dolcezza e di pace, al contrario dei viziosi ritrovi dei signori. Falso anche l'incesto.
Il Sabba era una festa consacrata alla sterilità e col tempo fu anche un affare di denaro. Non sarà più la festa della ribellione degli inizi ma come una fiera dove divertirsi. Perse la sua connotazione esclusivamente plebea, contadina, per essere sempre più frequentato dell'aristocrazia.
Satana diventa nobile e comincia a frequentare anche i conventi, intimo amico di preti e di monache.
Da qui, il suo capovolgimento simbolico: da benigno amico della Donna, ne diventa il suo oppressori.
Ma il culmine poetico lo raggiunge coi presunti casi di possessione diabolica, casi da manuale appunto, pagine in cui Michelet racconta di alcune famose vicende di stupro, di abuso, di persecuzione e di plagio di cui furono vittime delle monache. Pagine terribili.
Michelet non si preoccupa troppo di cadere in contraddizione, perché la materia è complessa, anche lui ci si perde nel narrarla, ma sembra come se lo faccia di proposito.
Il valore letterario del testo è la cosa sicuramente di maggior pregio, perché il furore anti medievale che lo pervade è spesso fatto di teorie e luoghi comuni che poi nel tempo furono smentiti.
Michelet forse non aveva gli strumenti adatti per poterlo sapere, e per l'epoca, resta comunque uno studioso rigoroso, ma soprattutto un grandissimo visionario che ci ha lasciato un capolavoro assoluto.



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