Consigli di lettura
Classici
Henry James, “La lezione del Maestro” (1888)
«Henry James fu un insuperato maestro dell’ambiguità e dell’indecisione […] un disdegnoso gentiluomo dolente, che tenta invano di nascondere sotto eleganti attributi convenzionali ciò che denuncia il suo sguardo tristissimo: che è il più sventurato degli uomini».
Jorge Luis Borges
«Mentre i suoi occhi grigi si posavano su di lui – lo spazio tra essi era piuttosto ampio, e la distribuzione dei suoi capelli dal colore vivido, così compatti che arrivavano a essere lisci, vi creava sopra un ampio arco – quasi si vergognò di quell’esercizio della penna che lei in quel momento era incline a elogiare. Era conscio che avrebbe preferito piacerle di più in qualche altro modo. I lineamenti del suo viso erano quelli di una donna adulta, ma la bambina continuava a vivere nel suo colorito e nella dolcezza della sua bocca. Soprattutto era naturale – ciò era fuor di dubbio in quel momento – più naturale di quanto lui avesse dapprima ritenuto, forse a causa dei suoi bei abiti, che erano anticonvenzionali in maniera convenzionale, suggerendo quella che lui avrebbe definito una spontaneità tortuosa.»
«Questo era troppo – lui era un demonio beffardo. Paul si separò da lui con un puro e semplice cenno del capo di buonanotte e con la sensazione nel cuore dolorante che prima o poi nel lontano futuro avrebbe potuto tornare da quell’uomo e dalla sua disinvolta signorilità, dalla sua maniera raffinata di combinare le cose, ma che in quel momento con lui non riusciva a fraternizzare. Era necessario al suo dolore credere per quell’ora nell’intensità del suo risentimento – tanto più crudele dato che non era legittimo.»
«Fu lieto di uscire nella notte onesta, buia, non sofisticata, di muoversi in fretta, di avviarsi verso casa a piedi. Camminò a lungo, sbagliando la strada, non prestando attenzione. Pensava a troppe altre cose. I suoi passi ritrovarono la direzione giusta, comunque, e in capo a un’ora si trovò davanti alla porta di casa nella stradina deserta e inelegante. Si soffermò ancora a interrogarsi prima di entrare, senza nulla intorno e sopra di sé tranne l’oscurità senza luna, uno o due inutili lampioni e delle fioche stelle lontane.»
Ed eccoci di nuovo a Henry James e ad una delle sue piccole perle, uno dei suoi imperdibili romanzi brevi o racconti lunghi, che dir si voglia. Anche quando l’inizio è banale e anonimo come in questo caso, non bisogna farsi fuorviare, perché il tesoro letterario in poche pagine si rivelerà per quello che è.
Da fine indagatore dell'animo umano, James mette in scena un apologo perfetto sul mondo letterario inglese dell'epoca, senza lesinare in sottile ferocia.
La prosa è come al solito fluida, poetica fino all'estasi dolorosa. Lo scrittore ci annuncia sempre la sua miracolosa perfezione, fatta di giochi ambigui, di perversioni sottintese e appena accennate.
Quanto ci sia di autobiografico si percepisce, ma non se ne ha mai certezza, né se ne riescono a individuare i contorni.
Siamo a Londra e un giovane scrittore, Paul Over, vive abbeverandosi al mito di uno scrittore affermato, Henry St. George, al quale, però, non vengono risparmiate critiche perché la sua qualità pare stia scemando.
Overt che fa di tutto per conoscerlo, viene invitato a un incontro mondano nel quale finalmente fa la sua conoscenza.
Henry James, con l’ironia che lo contraddistingue, descrive lo stato d'animo del giovane che si perde a osservare ogni minimo particolare di ciò che riguarda St. George: dalla moglie alla gestualità del suo idolo. Tutto lo impegna in un'analisi contraddittoria, in cui le sensazioni negative di Overt vengono tenute a freno dall’alone di mito di cui ha rivestito il suo vate.
La descrizione dell’incontro con Marian Fancourt, la figlia del padrone della casa che ospita la riunione mondana, ha qualcosa di magicamente incantevole, è da antologia, richiama i quadri dei pittori preraffaelliti. Le pulsioni erotiche vengono tenute a bada come al solito da James, mascherate in sottintesi di compassata vittoriana discrezione.
La suggestione degli echi delle pagine di “Daisy Miller” si ripropone per intero nell’innocente, ingenua ambiguità di Marian.
Tuttavia, l’ambiguità raggiunge il suo vertice nell'assoluta incondizionata e adorante ammirazione che nutre per St. George, nonostante ne riconosca i limiti e i difetti.
Non esiste un cedimento nello stile di James, e i dialoghi non sono da meno delle descrizioni, così come la cura che mette nell’intreccio, trasformando appunto anche la banalità in qualcosa di avvincente.
Le tracce che dissemina nel testo, anche in uno breve come questo su analogie, riferimenti, ammiccamenti sono molteplici.
Quando, per esempio, il «grand’uomo» si ferma ad ammirare un dipinto di Gainsborough, Overt esclama che sembra San Giorgio e il Drago, cosa che porta il curatore della mia edizione a scrivere una nota molto rivelatrice.
Cito testualmente:
«L’affermazione di Paul Overt ha suggerito in buona parte della critica un esplicito invito a un parallelismo tra la vicenda del romanzo e la leggenda di San Giorgio e il Drago, (con Paul Overt nella parte del drago, al quale il cavaliere San Giorgio/Henry St George strappa la fanciulla Marian Fancourt). Si osservi che nelle sue opere Henry James ha sempre cura di fornire ai propri personaggi dei nomi in un certo qual modo “parlanti” o simbolici. In questo caso, si noti che overt in inglese significa “palese”, “evidente”, “manifesto”; Marian, oltre a reminiscenze legate al folclore intorno alla leggenda di Robin Hood, come aggettivo significa “mariano”, nel senso di relativo alle regine Maria Stuart e Maria Tudor, ma anche “mariano” in senso religioso. Per quanto riguarda il cognome della ragazza, si osservi che court significa “corte”, anche nel senso di “corteggiamento” (proprio come in italiano). Infatti to make court to significa “fare la corte a”, con lo stesso significato della lingua italiana.»
Il dialogo tra i due scrittori avviene in un’atmosfera di placida astrazione, all’insegna di una dissonante, appena percepibile, ambiguità. Il giovane, pieno di ipocrita degnazione, ma che pone sopra ogni cosa, la sua ammirazione per il Maestro e per il suo successo, è l'astro nascente, mentre St. George, consapevole del suo declino, sembra non aver bisogno di fingere. Le sue sono parole amare, ma che appaiono sincere. Il contrasto tra i due non dovrebbe essere più evidente di così, se lo scrittore non insinuasse tra le righe un sospetto capovolgimento.
Ed è durante questo dialogo, nel mentre i due si lasciano andare a considerazioni letterarie e all’ammirazione per Marian e per il suo incantevole modo in cui esprime entusiasmo per i due scrittori, che St. George, dopo aver gratificato il giovane per la sua scrittura, infila elegantemente un breve accenno a quale sarà alla fine la sua “lezione”.
Il racconto prosegue con questa altalenante situazione di ambiguità a tre dove gli altri sono solo delle comparse. Overt è preso da entrambi per motivi opposti. Ma prova invidia e gelosia per il rapporto così intimo tra il Maestro e Marian. Una relazione che al giovane appare così innocente, ma anche così insolita, presentimento che viene confermato anche nell’incontro successivo che Overt ha con la fanciulla, nel quale a parti scambiate l’oggetto dell’ammirazione è il Maestro, mentre con lui ora parla Marian.
Tuttavia, tutto ciò nella mente del giovane sfuma, mentre più intensa si fa la discussione con Marian su altri temi, quasi in un crescendo di intesa intellettuale, durante la quale il tempo sembra fermarsi e le sue percezioni gli appaiono uguali a quelle di lei, una suggestione che lo infiamma e lo perde irreversibilmente.
Nell’ultimo incontro prima della partenza che ha con il Maestro, questi rende solo in parte più esplicita, con fine doppiezza, la sua lezione, dilungandosi molto sulla propria autodemolizione. Gli mostra in maniera contraddittoria tutta la sua infelicità insita nella soddisfazione delle gioie materiali, connesse alla gloria e alla realizzazione della stabilità familiare. Rinnova in maniera sottile il suo consiglio, incontrando la sorpresa perplessità del suo giovane “allievo”.
Una perplessità che si rivelerà dopo due anni a Overt in tutta la sua crudele evidenza al suo rientro a Londra.
La sensazione di trovarsi al cospetto di una sorta di ponte gettato tra “Daisy Miller” e “Il giro di vite” è fortissima. Un misto tra le due opere, la prima già scritta e la seconda che verrà. Sembra come se James in ogni sua creazione dovesse tornare a rivivere o ad anticipare le altre. Come se ci fosse un filo invisibile, ma concretamente palpabile che il lettore debba rintracciare di volta in volta, un puro gioco intellettuale, ambiguo, sottile e leggero.

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