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sabato 20 gennaio 2024

Léo Malet "La vita è uno schifo" (1947)



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Classici del noir


Léo Malet

"La vita è uno schifo" (1947)


“Aveva dieci anni. Mi sarebbe piaciuto avere dieci anni. La vita era uno schifo. La conferma veniva quotidianamente. Mi sarebbe piaciuto avere dieci anni. Non so perché ma mi sarebbe piaciuto avere dieci anni. Un immenso desiderio di avere dieci anni. La vita era uno schifo, era un ignobile e spaventoso ingranaggio, e noi tutti contribuivamo a perpetuarne la merda. I soldati erano schifosi, e noi pure. Maiali sanguinari da una parte e dall‘altra. Mi salì dalle budella un‘insopprimibile voglia di vomitare e balzai giù dall‘auto, con la rivoltella in pugno e con un ghigno suscettibile di provocare d‘un colpo solo l‘aborto di un esercito di donne gravide.”


“Mi svegliai con la fronte umida e le cosce appiccicose per la polluzione notturna. Quella notte l‘avevo avuta solo per me. Era stato troppo bello. Fui invaso da un‘immensa tristezza, che accentuò ulteriormente il livido albeggiare che stava entrando furtivamente in camera. Non mi piaceva lo spuntar del giorno, perché da molto tempo non avevo che risvegli da condannato a morte. Non amavo neppure il crepuscolo, che annunciava le tenebre che mi paralizzavano di terrore nella mia solitudine. M‘invase un‘immensa tristezza.”


“Si abbandonò. Colsi le sue labbra come un frutto delizioso e lo divorai affamato, e lei balbettò frasi indistinte e io dissi più volte «amore mio» come un lamento. E poi tutto si sconvolse e il mondo si trasformò meravigliosamente. Mi misi a gemere e a sospirare, fu come se mi dilaniassero le reni con un coltello, soffocai un grido d‘intensa felicità e, in un grande cataclisma, un sommovimento di terra, d‘acqua, di fuoco, di cielo e d‘inferno, il mio seme si sparse in fiotto torrentizio, un delizioso Niagara, portando con sé, in un vento d‘agonia voluttuosa, tutta la mia cattiveria e il mio odio, la mia ignominia e i miei pensieri più sporchi, e mi sentii puro, buono, affettuoso e dolce, disarmato e sensibile, e mi dissi che non era possibile che fossi stato così crudele, che era così piacevole essere buono e tenero, e posai la testa contro la testa del mio amore, mi persi fra i suoi capelli rossi, le baciai il lobo dell‘orecchio e poi lo morsi e unii il mio corpo al suo e singhiozzai dolcemente cucaracha mia, luce mia, oro dei mie occhi, la mia vita nei tuoi occhi, i tuoi seni, il tuo ventre, il tuo sesso, carne mia, seta e raso, figlia mia, amore mio, donna mia, inizio e fine, mia…”


Questo romanzo, pubblicato per la prima volta alla fine degli anni quaranta, è uno dei primi esempi di noir francese. Ed è ancora fonte di ispirazione per molti scrittori di quel particolare genere. È stato inserito successivamente all'interno della raccolta "Trilogie noire". È un inno al nichilismo anarchico, figlio delle folli teorie di Sergej Nečaev, il nichilista russo amico di Bakunin, e del travisamento della filosofia di Max Stirner. Pur non essendo un saggio, la sua lettura offre un’interpretazione politico, psicologico, filosofica di un fenomeno storico, che si è presentato più volte da circa centocinquant’anni a questa parte e che non può essere ridotto solo al banalizzante concetto di terrorismo anarchico.


Nel 1969 la trilogia fu pubblicata in Francia con la copertina di Magritte, in un volume unico dall’editore Eric Losfeld e dalla sua casa editrice “La Terrain Vague” (La Terra di nessuno), e non può sfuggire, a parer mio, il suggestivo richiamo  proprio la Nouvelle vague che in quel periodo furoreggiava. Il terzo capitolo era ancora inedito. Il nome della casa editrice lo ispirò André Breton. La trilogia divenne un caso letterario. Circondato da un alone culturale maledetto e mitico, influenzò e fu influenzato da un'intera area artistica, quella del surrealismo: letteratura, fumetti, cinema, pittura.


Il merito maggiore della pubblicazione andò però a Jean-Claude Rohmer che contattò Malet. All'epoca lo scrittore era già famoso per la serie poliziesca che aveva come protagonista il personaggio di  Nestor Burma.

Malet aveva ottenuto un gran successo, che lo portò ad essere influente su quasi tutta la produzione noir francese successiva, inserendosi anche nel filone classico del romanzo poliziesco d'oltralpe: i romanzi di Simenon col suo Maigret, la serie di Arsène Lupin di Maurice Leblanc, quella di Fantomas di Souvestre e Allain. Tutti un po' debitori di Eugène Sue e dei suoi “Misteri di Parigi”.


Léo Malet aveva perso il padre e il fratello a due anni e la madre a tre. Crebbe con il nonno, personaggio molto pittoresco, appassionato di letteratura. A sedici anni abbandonò Montepellier per Parigi. Si inserì negli ambienti anarchici parigini,  esperienza che ebbe un peso determinante sulla sua narrativa.

Nel 1931 conobbe André Breton che lo introdusse nel mondo del surrealismo e venne a contatto anche con Aragon e Prevert. 

Tuttavia, Malet non si limitò solo al noir e al poliziesco. Esplorò anche altri generi, come il romanzo di avventura.


In questo racconto lungo il protagonista è un anarchico individualista, Jean Fraiger, che fa parte di un gruppo politicizzato dedito al crimine e alle rapine per finanziare un singolare progetto rivoluzionario. In un crescendo di violenza, arriva a calarsi sempre più nel ruolo di folle disperato, e a condividere un'esasperata ed estrema visione dell'esistenza, che lo porterà progressivamente a perdersi all'interno del male in senso pieno e assoluto. 


Infatti, in quest'opera, Malet traspone, in maniera più che tangibile, tutta l'esperienza vissuta nell'anarchismo e nel surrealismo, e il dibattito interno al primo circa la scelta estrema di votarsi al crimine, condizionata ideologicamente dalla famigerata Banda Bonnot.


Una scelta dove appunto il male, per il protagonista, arriva ad incarnare paradossalmente l'ordine supremo. Si innamora di una donna, ma di un amore insano, estremo e narcisistico. C'è da dire inoltre che Malet, nel concepire questa storia, dà come l'impressione di essersi ispirato anche ai "Demoni" di Dostoevskij, non a caso ho citato più sopra Nečaev. Ci sono infatti molte affinità tra il suo Fraiger e lo Stavrogin del grande scrittore russo.


Il noir, nel contesto in cui viveva e operava lo scrittore francese, è la forma narrativa giusta per parlare di tutto ciò, con la sua moralità al di là del bene e del male e con le mille sfaccettature di cui è proprio il genere, in cui niente necessita di essere ricondotto ad un ordine preciso, come avviene nel romanzo poliziesco. 


Il noir è votato in qualche modo all'eversione, all'eresia più cupa, e quindi all'anarchia, è senza una direzione certa, segue delle strade tutte sue, che possono condurre da qualsiasi parte, privo di regole predefinite; il poliziesco, invece, va verso la ricomposizione, in cui in qualche modo, pure se in maniera distorta e a fatica, può  emergere alla fine un'idea di bene.


Opera dura, nihilista, violenta, pessimista, ma appunto mai moralista. Malet, che nella vita ha abbracciato, come ricordato, i principi base dell'anarchismo, con questo suo libro insegue un'idea tutta personale, in cui estremizza le sue posizioni, fino ad arrivare sulla soglia del nulla e della distruttività. 


È consapevole che alcuni atti portati a conseguenze ultime, sconfinano oltre la causa dell'ideale, per serrarsi senza via d'uscita alcuna in un'individualità cieca, nera e senza più speranza. Ma non c'è condanna in tutto questo, c'è solo l'amara e rassegnata constatazione che "La vita è uno schifo".


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