Consigli di lettura
Classici
Giorgio Scerbanenco
"Uomini ragno" (1946)
«I fatti narrati in questi racconti sono effettivamente accaduti. Ma l’autore se ne è servito solo come di spunti, non potendo, per ovvie ragioni, e non volendo neppure seguire la falsa riga della realtà. In questo modo i fatti, veri, sono stati immersi in un bagno di fantasia che dona ad essi il colore del romanzo, ma non li priva della sostanza documentaria. Nomi, luoghi, tempo azione possono essere quindi immaginari, pur avendo un fondo di verità che il lettore accorto riconoscerà subito.»
«La bestia comincia a invadere anche la terra intorno», disse il vecchio.
«La bestia?», domandò il giovane.
Sedevano tutti e due alla stessa tavola, nel caffè affollato. A una tavola alle spalle del giovane, tre uomini parlavano in tedesco.
«Sì», disse il vecchio. «Ecco là, alle sue spalle, la bestia. Senta la sua lingua. In tedesco guanto si dice Handschuhe. Handschuhe significa letteralmente scarpa della mano. Infatti la bestia non ha mani, ma piedi soltanto».
«Io mi vergogno di essere uomo, capitano! Io do le dimissioni da uomo!»
«Così era dolce dormire in quell'alba di febbraio, nella dolce grande città di Milano. E continuare a dormire, insieme, anche con la nuca forata dai proiettili.»
«…in tutto il mondo aleggiava in un modo o nell'altro, là mostruosa, qui più lieve, la paura e solo la paura.»
Dalla vita a dir poco rocambolesca, Giorgio Scerbanenco è ritenuto da molti il padre del giallo italiano. Lui che italiano lo era solo a metà, dato che era nato a Kiev nel 1911, che a quei tempi faceva parte della Russia zarista, da madre italiana e da padre ucraino. Il suo nome è infatti quasi nome d’arte, quello originale era Volodymyr-Džordžo Ščerbanenko, registrato all’anagrafe italiana come Wladimiro Giorgio Scerbanenko.
Una vita all’insegna della fuga, prima dal regime bolscevico e poi da quello fascista.
Lui e la madre, vissero da apolidi in Italia e la cittadinanza gli fu riconosciuta solo nel 1934. Lavorò anche nella redazione di alcuni rotocalchi.
Definirlo però giallista non è del tutto corretto, fu più che altro scrittore di genere, anche se in questa raccolta di racconti, va ben oltre il genere.
Sono passati esattamente sessant'anni dalla prima edizione del libro, fino alla sua ristampa nel 2006. Quattro racconti in qualche modo "perduti", sicuramente dimenticati, che ci consegnano un'immagine del tutto inedita del grande scrittore italo-ucraino.
Uno Scerbanenco che però tiene fede alla sua fama di autore nero, duro e diretto come pochi, con uno stile personalissimo, che qui assume anche delle caratteristiche ancora più marcate.
Questi racconti sembrano essere scritti in presa diretta e il motivo di ciò è chiaro: causato essenzialmente da una febbre di urgenza e di istintualità quasi animalesca, da una rabbia trattenuta troppo a lungo, tenuta sotto pressione e poi lasciata esplodere, percepibile già dalle prime righe. Il primo racconto infatti si apre con un incipit a dir poco memorabile, che contiene in sé tutta l'essenza del resto del libro.
Siamo nel 1946 a guerra appena terminata, e quello che muove lo scrittore, esule in Svizzera dal 1943, è un odio limpido e irriducibile. Un odio che accomuna i nazisti in una definizione ben più estesa, quella di "tedeschi", ma che semplifica anche un concetto che lo stesso Scerbanenco mette in bocca ad uno dei protagonisti del primo racconto, che però non corrisponde affatto al significato corrente della parola stessa, e non ha assolutamente nulla di xenofobo, semmai qualcosa di etico filosofico.
Uno Scerbanenco tutto politico, dunque, che non rinuncia però alle sue caratteristiche di scrittore noir. Non c'è nessun delitto, nessuna morte misteriosa, ma l'incedere della struttura narrativa ha gli stessi tempi e gli stessi artifizi del racconto di genere, dove tutta la tensione accumulata trova compimento in un finale tragico, e che prescinde dall'esito della vicenda.
Storie cupe e di una spietata durezza, dove i nemici vengono descritti quasi fossero alieni, al pari di quegli alieni che rappresentavano il nemico assoluto nella letteratura di quel periodo. Scerbanenco mette infatti persino in discussione la loro natura umana.
Non c'è redenzione, in queste pagine, nessuna pietà possibile per i "tedeschi", solo odio e necessità di liberarsi di loro, proprio come fossero dei ragni che infestano una casa.
Nello specifico i quattro racconti occupano, in maniera strettamente cronologica, il periodo nel quale l'occupazione nazista è stata presente nel nostro Paese. Ognuno dei quali ne racconta modalità e tempi diversi, fino all'aprossimarsi della Liberazione.
Scerbanenco sceglie un linguaggio semplice e popolare, ma molto suggestivo. Un linguaggio che ha dalla sua l'immediatezza, senza inutili orpelli, un linguaggio, però, che non è affatto scelto a caso ed è del tutto funzionale alla struttura del libro.
Evita di dare indicazioni storiche, affidando alla sola nuda ed essenziale narrazione l'inquadramento ambientale e temporale.
"Uomini ragno" è un'opera forse inusuale, me che riesce non solo a catturare il lettore alla stregua di un romanzo di genere, ma che completa il quadro di uno Scerbanenco scrittore geniale e versatile, uno dei maestri della letteratura italiana del secolo scorso, fin troppo sottovalutato.

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