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venerdì 12 gennaio 2024

Victor Serge, “Memorie di un rivoluzionario 1901 - 1941”


Victor Serge, “Memorie di un rivoluzionario 1901 - 1941”

«Molti scrittori scrivono per il loro piacere (i ricchi evidentemente) e talvolta fanno bene; molti altri esercitano coscienziosamente un mestiere, per vivere e trovarci la fama. 

Coloro che portano in sé un messaggio lo esprimono, in questo modo, e il loro contributo ha un valore umano. 

Gli altri riforniscono il mercato del libro... 

Io concepivo, io concepisco ancora lo scritto come bisogno di una giustificazione più solida, come un mezzo di esprimere per gli uomini ciò che i più vivono senza sapere esprimere, come un mezzo di comunione, come una testimonianza sulla vasta vita che fugge attraverso di noi e di cui dobbiamo tentare di fissare gli aspetti essenziali per coloro che verranno dopo di noi. 

Ero così nella linea degli scrittori russi.»

Questo è un viaggio, è un meraviglioso e terribile viaggio, non è solo una grande, ma scarsamente nota autobiografia. Un viaggio attraverso una parte d’Europa, ed è un viaggio attraverso il tempo, un viaggio che occupa un periodo che coincide quasi con la prima metà del XX secolo. Non solo un memoriale, e non solo un diario personale, ma un incredibile e rocambolesco viaggio attraverso cambiamenti e sconvolgimenti clamorosi che hanno caratterizzato e scosso fin dalle fondamenta la Storia del mondo, che da allora non è stata più la stessa.

Ci sono uomini che sono destinati a coltivare per sempre lo spirito critico, screditare perenni oppositori, eretici, non allineati, anche rispetto ad altri eretici, e sotto qualsiasi sistema, all'interno di qualsiasi movimento. Definiti magari disfattisti, irresponsabili, ben che vada, individualisti, fino ad arrivare a essere criminalizzati, emarginati, repressi.

Uno di questi era Victor Serge, libertario russo, con un percorso politico e umano davvero assai complesso. Un uomo libero, scevro da ogni ideologismo e fedele solo alla sua intima coscienza.

La sua adesione al bolscevismo fu da subito critica. Divenne, poi, un fervente oppositore di Stalin.

Individuò, nel corso del tempo, anche l'illusione legata al trotskismo, a cui si era successivamente legato. Iniziò da anarchico e finì comunque da anarchico, se non formalmente, almeno nell’animo. Un libertario irriducibile.

In Russia partecipò a tutte le battaglie, entrò nel partito bolscevico, cercando di influenzarlo in senso libertario, si spese per aiutare i dissidenti e gli oppositori, fino a diventare dissidente lui stesso. La prima vera disillusione arrivò con la repressione di Kronstadt, che descrive in modo fosco e memorabile.

Denunciò inoltre lo strapotere della Ceka e il terrore che impose, che sotto Stalin divenne totale. Ne chiese invano la soppressione per ristabilire tribunali regolari.

L’intolleranza e il dispotismo del regime bolscevico, attraverso lo Stato, il monopolio del potere in tutti i campi e in tutti i settori della società: economico, culturale e sociale, uccise qualsiasi iniziativa dei singoli e dei gruppi indipendenti. Tutto ciò per mezzo della centralizzazione e della burocratizzazione di ogni aspetto della vita del Paese.

Il permanere del terrore dopo la fine della guerra civile fu la rivelazione dei veri intenti egemonici del partito bolscevico, cancellando spesso e volentieri persino il rispetto della vita umana e i diritti degli individui.

Victor Serge ci tiene più volte a ribadire che il problema non fu solo Stalin, nel corso del libro non risparmia duri attacchi a Lenin e Trotsky. Il processo totalitario era già bello che avviato. L'esperienza bolscevica conteneva in nuce già il suo germe. La paranoia si diffuse come una malattia con l’arrivo di Stalin al potere. I profili psicologici e politici che Victor Serge traccia dei dirigenti bolscevichi, di alto, medio e basso livello, e degli agenti provocatori, sono da antologia.

Un nuovo stato dispotico stava prendendo forma e sostanza, tradendo gli ideali di libertà, democrazia e giustizia sociale, per mezzo di quella che Serge definisce “controrivoluzione burocratica”. Tuttavia, allora, nessuno di loro tra gli oppositori riuscì o volle ammetterlo. Trotsky, dal suo esilio, per esempio blaterava di un’astratta fedeltà al partito.

Tutto questo venne coronato dalla guerra ai contadini con le requisizioni forzate della terra, che ebbe come conseguenza una grande carestia.

La collettivizzazione totale si rivelò un fallimento disastroso ed è così che si arrivò al 1930 al culmine della carestia e del terrore. Terrore che si propagò persino nei più piccoli villaggi.

Quante vittime abbia fatto la collettivizzazione forzata non si riuscirà mai a sapere con esattezza. Alla fine nel 1936, in sette anni erano comunque sparite cinque milioni di famiglie. Tutti i tecnici che segnalavano gli errori e gli eccessi venivano arrestati, calunniati e accusati di sabotaggio. Il rublo intanto precipitava.

Deportato in Siberia, prima, ed espulso poi, restò sempre coerente ai suoi ideali di libertà e di giustizia, fino alla morte nel 1947. Le pagine sul suo confino in Siberia sono di potente suggestione.

Nell'ultima parte della sua vita, si dedicò intensamente alla produzione letteraria. 

Il suo libro più importante resta "Memorie di un rivoluzionario", uno dei miei libri preferiti in assoluto. Un’autobiografia scritta come un romanzo avvincente.

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