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mercoledì 10 gennaio 2024

Philip K. Dick Trilogia di Valis 3 : "La trasmigrazione di Timothy Archer" (1982)


Consigli di lettura


Classici della fantascienza 


Philip K. Dick

Trilogia di Valis 3 :

"La trasmigrazione di Timothy Archer" (1982)


«Mi pare sia in un romanzo di Aldous Huxley che un personaggio telefona a un altro ed esclama eccitato: «Ho appena scoperto una prova matematica dell’esistenza di Dio!» Si fosse trattato di Tim, il giorno dopo avrebbe scoperto una seconda prova che negava la prima, e avrebbe creduto in quella con altrettanta facilità. Era come se vivesse in un giardino colmo di fiori e ogni fiore fosse nuovo e diverso e lui li scoprisse a uno a uno e restasse deliziato nella stessa identica misura da ogni fiore, ma subito dimenticasse quelli che aveva visto prima. Era totalmente fedele agli amici. Di loro non si dimenticava mai. Erano i suoi fiori perenni.»


«Probabilmente c’è un mondo, non certamente, ma probabilmente, e tu sei collegato a quel mondo attraverso i tuoi organi sensoriali. Crei tu stesso il tuo cibo? Ti servi di te, del tuo corpo, per produrre il cibo che ti occorre per vivere? No, non lo fai. Quindi, è logico presumere che tu dipenda dal mondo esterno del quale hai una conoscenza soltanto probabile, non necessaria. Per noi, il mondo è solo una verità contingente, non inevitabile. In cosa consiste questo mondo? Cosa esiste al di fuori di te? I tuoi sensi mentono? Se mentono, perché sono stati creati? Li hai creati tu stesso? No, non lo hai fatto. Lo ha fatto qualcun altro, o qualcos’altro. Chi è questo qualcuno che non è te? A quanto sembra, non sei sola, non sei l’unica realtà esistente.»


«In Woyzeck c’è una frase che si può tradurre, approssimativamente, con ‘Il mondo è orribile’. Sí, mi dissi mentre correvo sul Bay Bridge infischiandomene nella maniera piú totale della velocità che tenevo, questo dice tutto. È arte somma: il mondo è orribile. Una summa perfetta. È per questo che paghiamo compositori e pittori e grandi scrittori: perché ce lo dicano. Si guadagnano da vivere grazie al fatto di essere arrivati a questa consapevolezza. Quale comprensione geniale, incisiva. Quale penetrante intelligenza. Un topo di fogna potrebbe dirti la stessa cosa, se sapesse parlare. Se i topi sapessero parlare, io farei tutto quello che dicono.»


L'ultimo capitolo della Trilogia di Valis, pur essendo quello apparentemente di più facile lettura, è anche quello più complesso e difficile. "La trasmigrazione di Timothy Archer", al contrario degli altri due, dove appaiono riferimenti espliciti alla fantascienza, in special modo nel secondo, è un romanzo interamente mainstream. 


Qui la fantascienza non ha alcun posto, o lo ha solo in particolari del tutto casuali e marginali, che non cambiano e neppure intaccano minimamente la sostanza del messaggio complessivo. Anzi il mero realismo che lo pervade è il giusto epilogo a quanto narrato nei precedenti episodi. Considerarlo di fantascienza è solo una convenzione perché appartenente a questa trilogia di romanzi.

La qualità dei dialoghi è eccellente. I brani da citare sono davvero numerosi, è stato arduo fare una cernita.


Questo terzo atto è quello che potrebbe vivere meglio di vita autonoma rispetto al resto della saga. Ma non solo, è il sigillo ultimo all'opera di Dick, quello che meglio rappresenta tutta la sua letteratura, ed è quello che in qualche modo contiene la ricomposizione del mondo interiore dello scrittore, o almeno il tentativo volto alla sua ricomposizione. Infatti è un inno alla parola e alla narrazione, ma contemporaneamente è una critica radicale all'uso delle parole e del discorso. 


All'uso stesso della sua "Esegesi", quindi. Fine del percorso terapeutico, autoanalisi, autocoscienza e autocritica.

Ma andiamo con ordine. La vicenda narra del vescovo californiano Archer e della sua spasmodica ricerca della verità, che altro non è che la semplice ricerca di Dio. Archer è per questo pronto ad abbracciare qualsiasi teoria e qualsiasi interpretazione dell'esistenza umana, ignorando ogni conseguente rischio di eresia, ogni naturale rischio di alienazione e il principio di non contraddizione.


Sua antitesi è la nuora Angel, voce narrante del romanzo. Donna estremamente razionale, ma affettivamente molto legata al vescovo, che cerca con la logica e la dialettica stringente di bilanciare le fughe in avanti del suocero, preoccupandosi oltre misura della sua salute mentale. Tutto si svolge quindi sul piano delle parole, quelle vicine al delirio del vescovo, che non è mai certo di nulla, ma che contemporaneamente lotta per ogni sua idea come se fosse una verità assoluta; e quelle estremamente logiche, ma fragili della nuora, che cerca di seguirlo in ogni sua ossesione, per negarla con risolutezza e per negare conseguentemente la possibilità e il pericolo per se stessa di perdere la bussola del razionale.


Attorno altri tre personaggi, non esattamente di contorno, ma che anzi sono fondamentali per il dispiegarsi degli eventi. Jeff, il figlio del vescovo e marito di Angel, Kirsten, amante del vescovo, e il di lei figlio schizoide Bill. Tutti quanti in qualche modo gregari dei due maggiori protagonisti, ma che nell'essenza, nel comportamento e nell'epilogo mostrano un'alternativa alla schiacciante presenza del "verbo", tanto caro agli altri due.


E' evidente il ruolo giocato da Timothy e Angel, che in "Valis" era di Phil Dick e Horseloverfat, di incarnare due diversi aspetti dello scrittore. Anzi, una delle più importanti novità, sicuramente l'unica eccezione nella letteratura dickiana, è data dalla presenza di Angel, voce narrante, personaggio femminile molto forte e sicuramente centrale nella vicenda. Dick quindi, nel suo testamento narrativo, sceglie di farsi rappresentare da una figura femminile, lui che aveva sempre mancato con la dovuta efficacia la resa del mondo femminile, ci lascia invece il personaggio più profondo e complesso della sua vita letteraria. 


Quasi volesse comunicare al mondo che la sua trasformazione è piena e totale, includendo anche la presa di coscienza della sua parte femminile, che alla fine diventa in qualche modo perturbante e  alquanto preponderante.

Come nelle precedenti produzioni, anche ne "La trasmigrazione di Timothy Archer" Dick non mette la parola fine rispetto alla sua concezione della percezione della realtà, tutto resta tendenzialmente indefinito. 


Tuttavia, qui il discorso si amplifica e si definisce come non mai, viene meno buona parte del pessimismo oscuro della sua intera produzione e una sorta di luce appare, che sarebbe esagerato, però, definire speranza. Comunque fa la sua apparizione quella ricomposizione ideale e psicologica che mancava precedentemente. E inoltre, cosa da non trascurare, Dick tiene a mostrare quanto sia inutile, aldilà del puro esercizio fine a se stesso, seppur divertente ed interessante, la ricerca di Dio attraverso l'uso delle enunciazioni, e quindi la ricerca della verità come discorso meramente filosofico, metafisico o scientifico.


La verità può essere concepita solo attraverso la consapevolezza della nostra impossibilità ad interpretare il mondo con la logica, perché ogni interpretazione presume anche l'eventualità del suo esatto contrario. L'unico modo dato di avvicinarci a Dio è attraverso l’amore, l'empatia, l'agire solidale che si esplica per mezzo dei rapporti umani, e attraverso l'accettazione incondizionata della percezione della realtà per quella che è, senza disperare per l'impossibilità di arrivare ad una più profonda comprensione o, ancor più, alla comprensione dell'assoluto.


Amare ed agire, guardando al dubbio con rassegnazione, con disincanto, ma anche con serenità, questa è la conclusione a cui arriva Angel. E questa è la conclusione che ci lascia in eredità Dick, uno dei più grandi scrittori del novecento.

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