Consigli di lettura
Classici della fantascienza
Theodore Sturgeon
"Nascita del Superuomo" (1953)
«Il novanta per cento della fantascienza è spazzatura, ma in effetti il novanta per cento di tutto è spazzatura.»
Theodore Sturgeon
«Era primavera, quel periodo della primavera in cui ha luogo l'esplosione della natura, quando la linfa fa pressione negli alberi e i germogli sbucano dai loro sigilli e tutto il mondo si affretta a farsi bello. L'aria era dolce e pesante; pesava sulle labbra fino ad aprirle a un sorriso, entrava con impudenza in gola pulsando come un secondo cuore.
Era aria con un mistero, perché era ferma e piena dei colori dei sogni, tutti immobili; eppure conteneva un senso di fretta. L'immobilità e la fretta erano vive e intrecciate insieme, ma come potevano esserlo? Qui stava il mistero.»
«Dovunque andiamo, qualsiasi cosa facciamo, siamo circondati da simboli, da cose talmente familiari che non le osserviamo mai, o che non le vediamo quando i nostri occhi cadono su esse. Se qualcuno potesse riferirti esattamente ciò che vediamo e che pensiamo mentre percorriamo tre metri per la strada, avresti le immagini più contorte, offuscate, parziali che tu abbia mai incontrato.»
«Qui si trovava il perché dell'esistenza dell'umanità, dinamica e preoccupata, santificata dal tocco del proprio grande destino. Qui era spiegato il perché non veniva tesa una mano a migliaia che morivano, se la loro morte rappresentava la vita per diversi milioni. E qui inoltre risiedeva la guida, il faro delle epoche in cui l'umanità poteva trovarsi in pericolo; era qui che si trovava il Custode che tutti gli esseri umani conoscevano. Non era una forza esterna e neppure un terribile Occhio Divino vivente in cielo, ma una cosa cordiale con un cuore umano e un grande rispetto per le sue origini umane, che odorava di sudore e di terra fresca, invece di essere soffusa dal pallido odore della santità.»
Il titolo “Nascita del Superuomo”, seppur suggestivo e metaforicamente appropriato, può essere, a mio parere, fuorviante, dato che il titolo originale è “More Than Human”, infatti una vecchia edizione italiana porta il titolo tradotto letteralmente in “Più che Umano”.
Inoltre, proprio per essere precisi, il presente romanzo è un'espansione del racconto “Baby is Three” del 1952.
Una genesi complessa e particolare, per un romanzo complesso e assai originale. Arricchito, nell’edizione di Urania Collezione, da una bella e commovente postfazione di Giuseppe Lippi.
Sturgeon era essenzialmente un poeta. Come definire altrimenti la sua narrazione, se non inquietante e intensa poesia?
Anche per questo, come per tutti i poeti, di fronte alla lettura delle sue opere è facile smarrirsi, rischiare di perdere il filo e di perdersi nelle maglie del suo raccontare.
Un urlo disperato che invoca l’amore apre il romanzo. Un urlo poetico prolungato, allucinato, che giunge fino alla fine. Non solo disperazione, ma anche speranza per l’umanità.
Chiariamoci, la prosa di Sturgeon, anche se sofferta e visionaria, è una prosa che scorre limpida e naturale davanti ai nostri occhi, la trama è tutta lì, non ci sono intoppi né spiegazioni ulteriori che il semplice intreccio non riesca a sciogliere. Ma nonostante questo, è di una complessità unica, non è facile capire Sturgeon fino in fondo, perché la sua fantascienza non è solo metafora del presente, del passato o del futuro. La sua letteratura è altamente filosofica, nuda e cruda filosofia ad uso e consumo dei grandi temi universali, la negazione assoluta del minimalismo.
Ecco perché opere come questa, oppure come "Cristalli sognanti", trascendono non solo il genere, ma il tempo e lo spazio, seppur apparentemente legate ad un contesto spaziale e temporale.
È la condizione esistenziale umana che interessa Sturgeon, ma non è l'esistenzialismo contemplato nella sola dimensione individuale, è l'esistenza dell'individuo in rapporto all’umanità e dell’umanità in rapporto all'individuo.
Ed è appunto questo il tema centrale di tale capolavoro.
La metafora del superuomo come nuova identità collettiva e contemporaneamente identità individuale è la possibilità che Sturgeon ci regala nel suo romanzo, pura anticipazione, ma anche parabola atemporale. E cioè l'evoluzione dell'homo sapiens nel gradino successivo: l'homo gestalt, formato da singoli individui che ne costituiranno braccia, gambe, testa e cervello. Individui che “si fonderanno” insieme in un unicum.
Ma è per lo più, appunto, come ho scritto all’inizio, una metafora e leggendo la storia capiremo il perché.
Si comprenderà, a lettura avvenuta, di conseguenza, quanto può essere complesso il messaggio contenuto in questo semplice grande romanzo e quanto complesse le implicazioni che ne derivano.
L'implicazione più evidente è quella di carattere psicologico-sociale. I singoli personaggi che fanno parte integrante di questo nuovo “individuo” sono dei disadattati. Anzi, dei giovani disadattati, ma con poteri particolari: telepatia, telecinesi, teletrasporto, e la fusione, che non è, si badi bene, fisica, ma del tutto psicologica, avviene tramite simbiosi. Tuttavia, la simbiosi non è sufficiente se mancano etica e amore.
Questo è uno dei ricorrenti temi della narrativa di Sturgeon: raccontare di esseri ai margini, e usare soprattutto come modello ideale i bambini e i giovani. Giovani emarginati che appunto scoprono di avere dei poteri particolari, che invece di aprire loro le porte dell'onnipotenza, aprono quelle della solitudine.
Figuriamoci poi se quest'individuo è un insieme di singoli, come avviene in “More Than Human”.
Inoltre questa novella è anche un apologo sulla solitudine e sull’empatia.
La solitudine sarà ancora più accentuata e sarà più accentuato anche il senso alienante di una condizione di fatto schizofrenica. Ed è semplicemente per questo che pur fondendosi, restano individui unici, anche dopo questa unione empatica, questa simbiosi. Tutto si regge sulle contraddizioni esistenziali. Un'ambiguità in equilibrio sull’abisso.
Ci si potrebbe chiedere nel corso della lettura se ci troviamo di fronte ad un'utopia o ad una distopia. Ma è un falso problema. Anche volendo vederla in questo modo, non è un punto di facile soluzione e può essere benissimo di entità trascurabile, anche se lo scrittore lo risolve in senso ottimistico, e potremmo benissimo disfarci del dubbio. Tuttavia, qualcosa da aggiungere, in fin dei conti, c’è.
Ci sono, infatti, opere in cui il confine tra utopia e distopia si confonde. Pensiamo per esempio ad Huxley e al suo “Il mondo nuovo”. È lecito supporre che oltre al “canarino nella miniera” che ci avverte del rischio che stiamo per correre, sia anche una sorta di “istruzioni per l’uso” per le élites, vista la prossimità dello scrittore inglese con i malthusiani della sua epoca? Non sono certo il primo a pormi questo interrogativo.
E quanta letteratura distopica, può adattarsi a questa interpretazione che mischia timori, denuncia e auspicio? Un’analisi più dettagliata di questo tipo di narrativa potrebbe fornire la risposta. Ci sono infatti casi in cui la distinzione è netta e non ci possono essere dubbi, e casi in cui l’ambiguità non permette di sciogliere il dubbio. Casi in cui, però, può valere anche un'altra ipotesi: che si possa interpretare sia in senso positivo che negativo, in cui le istruzioni sono per tutti e servirebbero ad evitare il baratro.
Quest’ultimo potrebbe anche essere, appunto, il caso di “More Than Human”, anche se la chiave distopica/utopica è solo una di quelle che aprono le porte per una parte della sua comprensione, ma non l’unica. Anzi.
Quindi, se risposta ci deve essere, non può essere quella del transumanesimo, e neanche del superomismo nazista. Niente a che vedere con la concezione di ubermensch opposto all’untermensch, ma di un gruppo di umani che abbia le capacità di tenere insieme i singoli saldandoli per mezzo di un vincolo di solidarietà; mediante lo sviluppo di capacità empatiche non solo a livello emotivo, ma spirituale e telepatico.
Tuttavia, non è così semplice. Pur cooperando in un progetto unico, sono individui ben distinti l’uno dall'altro, ognuno con caratteristiche proprie non riducibili, non annullabili.
Alla fine più che un passaggio evolutivo è una metafora sull'auto mutuo aiuto tra deboli. È quindi l’esatto capovolgimento del superomismo, visto che la “creatura collettiva” è composta da “untermenschen”.
Allora, eccoci alla seconda grande questione che pone Sturgeon: quella filosofico-universale. Non possono esistere relazioni umane date, se non attraverso la morale e l'etica, per evitare che il potere degeneri in sopruso. E allora a quale morale e a quale etica un uomo gestalt dovrebbe far riferimento?
Sturgeon sembra fornire una risposta, ma è una risposta aperta e del tutto logica.
Un’etica che preservi l’umanità, in cui ogni parte del corpo sociale sia tenuta insieme dall’amore, dall’umano più che umano.
Un'umanità non massificata, come vorrebbero le versioni più autoritarie di alcune ideologie ottocentesche, dei totalitarismi novecenteschi e della tendenza al totalitarismo transumanista odierno, ma consapevole dei suoi limiti e dei suoi poteri, che trova ragion d'essere nel momento in cui riunisce in un solo “individuo sociale” dei soggetti incompleti e disadattati, consegnando loro un futuro che val la pena di essere vissuto e, cosa più importante, che abbia un senso e che li riscatti dalle sofferenze e dai torti subiti, e che sia del tutto umano.

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