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lunedì 12 febbraio 2024

Pietro Citati, “Kafka” (1987 - 2007)

 




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Pietro Citati, “Kafka” (1987 - 2007)


[«Rispetto alla prima edizione Rizzoli 1987 di questo libro, l'edizione Adelphi comprende l'ultimo capitolo completamente nuovo e l'ottavo capitolo parzialmente rifatto.» L’ultimo capitolo è decisamente più lungo nell’edizione Adelphi. Consiglio la lettura di questo.]


«Tutte le persone che incontrarono Franz Kafka nella giovinezza o nella maturità, ebbero l'impressione che lo circondasse una «parete di vetro». Stava là, dietro il vetro trasparentissimo, camminava con grazia, gestiva, parlava: sorrideva come un angelo meticoloso e leggero; e il suo sorriso era l'ultimo fiore nato da una gentilezza che si donava e si tirava subito indietro, si spendeva e si chiudeva gelosamente in sé stessa. Sembrava dire: «Sono come voi. Sono uno come voi, soffro e gioisco come voi fate». Ma, quanto più partecipava al destino e alle sofferenze degli altri, tanto più si escludeva dal gioco, e quell'ombra sottile di invito e di esclusione sul margine delle labbra assicurava che egli non avrebbe mai potuto essere presente, che abitava lontano, molto lontano, in un mondo che non apparteneva nemmeno a lui.»


«Scrivere non era altro che questo flusso inarrestabile: aveva la qualità illimitata, indefinita e ininterrotta dell'acqua, e insieme sembrava una navigazione sopra l'acqua, come se masse successive si sovrapponessero nell'unità dell'oceano. Afferrato alla scrivania come a uno scoglio o a un sepolcro, non poteva alzare la mano dal foglio, perché altrimenti il racconto avrebbe perduto lo slancio, l'impeto, l'andamento naturale e continuo, - la magica fluidità del respiro che aveva tanto desiderato. Comprese che bisogna scrivere tutto di un fiato: non solo i racconti, ma anche i grandi romanzi, come l'Education sentimentale, che aveva sognato di leggere in una volta sola ai suoi ascoltatori: «Soltanto così si può scrivere, soltanto in una simile connessione, con una completa apertura del corpo e dell'anima».»


«Scriveva spesso in stato di quasi incoscienza: «rapito», «interamente rapito » dalla continua e disperata forza dello scrivere, che lo trascinava via come una corrente d'acqua. Aveva trovato il suo tono: una lunga, monotona modulazione, un soffocato lamento, un lento dissanguarsi, una minuziosa cineseria, senza che la sua voce vibrasse mai, o un'immagine ne turbasse l'uniformità meravigliosa. Mentre scriveva, scendeva sempre più verso il profondo: scavava verso il basso - che era per lui l'unico modo di volare, a ali ferme e sicure, attorno alle irraggiungibili cime dei monti.»


La prima volta che mi recai a Praga fu nel 1986, arrivato in città, mi adoperai con cura particolare nella ricerca dei luoghi di Franz Kafka e di Milan Kundera, e li trovai. Riuscii a trovare anche la casa di Kafka e la targa che era affissa fuori sulle mura. Non trovai solo i luoghi, ma anche l’atmosfera evocata dai due scrittori. La loro inesplicabile dimensione interiore che si rifletteva nelle strade, nei vicoli della città. Avevo preso l'abitudine di alternare le loro figure nella mia immaginazione, vedendole come se fossero accomunate da un unico discorso narrativo, cosa che anche oggi mi accompagna.


Li immaginavo aggirarsi nel quartiere ebraico di Josefov, su al Castello, sulla Collina, nella cattedrale di San Vito, nel vicolo d’Oro degli Alchimisti, nella maestosità di Ponte Carlo, nell'obliquità di Mala Strana, nel vecchio cimitero. La seconda volta portati con me “Il processo” che lessi di nuovo durante il viaggio e durante il soggiorno; e nel cuore “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, riletto pochi giorni prima.

Da allora, non sono più tornato a Praga, ma mi è rimasta una grande nostalgia e il sapore che mi ha lasciato il suo ricordo.


Molto più di Kundera, parigino nella sua seconda parte di esistenza, Kafka è l’incarnazione di Praga; e questo magnifico libro, questa toccante biografia conferma il mio convincimento. Col suo famoso e delizioso incipit, che riporto in testa alle citazioni, l’autore del libro ci introduce immediatamente nel mondo di Kafka. 

Ho da sempre ritenuto di avere in comune con lo scrittore praghese molte affinità caratteriali. Lo spleen e la voglia di rendersi invisibili al mondo, che lo hanno sempre contraddistinto, sono anche i miei.


Pietro Citati è stato un grande biografo, oltre che uno scrittore assai raffinato. Tuttavia, il suo libro più che una biografia, è un vero e proprio inno d’amore per lo scrittore praghese, un poema straordinario, un omaggio che mette in evidenza tutta l’unicità dell’eroe Kafka. Un libro difficile, ma meravigliosamente intenso. Una lettura imprescindibile.

Questa recensione fiume è il mio misero e modesto omaggio a entrambi.


La dolcezza, l’eccentricità, l’acume, la sottigliezza, l’ironia, la malinconia, il pessimismo di Kafka in queste pagine diventano palpabili, epiche. Citati ha la capacità di far rivivere lo scrittore mediante le sue descrizioni suggestive. Le descrizioni minuziose del carattere, della casa in cui abitava, delle relazioni familiari e di quelle sociali, della sua vita da impiegato, delle sue manie. Era una sorta di benefico e bizzarro folletto che come all'improvviso appariva, così scompariva, alla stregua di un sottile clown senza corpo. In queste pagine diventa egli stesso un personaggio letterario.


Kafka e la sua lettura ad alta voce, che incantava tutti quelli che ascoltavano, è come se lo vedessimo lì un po’ ingobbito davanti a noi, col suo sguardo enigmatico, che legge, e che leggendo, si esalta, diverte e si diverte. La sua scrittura notturna ininterrotta, in preda a una sorta di febbre delirante, e a un potere supremo, dalle dieci di sera alle sei del mattino. 

Non aveva uno schema di lavoro, un progetto. Scriveva di getto come se fosse un libro unico, infinito. Con ciò si spiegano anche i tre grandiosi romanzi incompiuti.


L'insonnia era la sua forza, rubando alla veglia solo qualche ora. Anelava una notte infinita come un lungo inverno. La “prigione” che si era costruito da solo fu all'origine della sua grandezza. 

E attraverso le pagine del libro di Citati, quasi un romanzo, prendono corpo in lui Gregor Samsa, Josef K., l’agrimensore K., Karl Rossmann, Georg Bendemann e il misterioso protagonista de “La tana”, tutte variazioni di Franz Kafka, cosa che sapevamo già, ma che Pietro Citati rende più concrete, circondandole di magia.


Kafka nel corso del tempo imparò a giocare con la sua fervida immaginazione, a costruire dimensioni fantasiose e paradossali. Costrinse se stesso a confrontarsi brutalmente col suo mondo interiore e con le sue miserie, a fare i conti col suo dolore, la solitudine, il disgusto per l’esistenza, la necessità dell’isolamento, le stanze chiuse, il rapporto controverso col suo corpo e intanto edificava un universo letterario di prima grandezza. In quelle ore, era dimentico di tutto: degli affetti, dell'amore e di se stesso, intento solo nell'atto creativo della scrittura.


Per rendere più verosimile la sua solitudine, Citati gli fa “dono” di due appellativi, che tornano quasi ad alternarsi nel corso di tutto il libro, due ruoli che gli fa interpretare: lo Scapolo e lo Straniero, a secondo della rappresentazione delle circostanze, dei ricordi e delle relazioni umane. Kafka è chiuso in solitudine dentro un’immaginaria prigione mentale, vorrebbe che fosse reale, fisica, tanto si sente estraneo alla realtà che lo circonda. 


Non aveva «niente davanti a sé e quindi niente dietro di sé», non passato, non presente, né futuro. C’era solo l’istante fuggevole. Quando lo stato di depressione era più forte, sentiva come di essere già morto. Era afflitto da un sentimento intenso di autodistruzione, di masochismo. L’unica sua salvezza era il rifugio nella letteratura. La sua salvezza e la nostra fortuna, oserei aggiungere.

L’amicizia con Max Brod, che poi divenne il suo primo biografo, fu determinante nella vita di Kafka.


Ma oltre a Brod, l'incontro fatale fu quello con l’amata Felice Bauer, in casa di Brod stesso. E qui Citati si dilunga in particolari, descrivendo accuratamente l’atmosfera e la suggestione che avvinsero Kafka sin dal primo sguardo. Un amore singolare, privo di desiderio carnale, proprio com’era nel suo stile, eppure pieno, ansioso, gioioso, fatto di un intenso, inesausto e insaziabile epistolario tra Praga e Berlino, dove viveva Felice, il suo primo grande “romanzo”. Citati anche qui rende pienamente le sensazioni di Kafka, il suo trepidante corteggiamento, le sue aspettative, le sue smisurate lettere, la sua ossessione per una passione priva di desiderio fisico, ma paradossalmente più ossessiva. 


Anelava il matrimonio con Felice, ma allo stesso tempo ne provava repulsione. Avrebbe voluto per loro due un sorta di matrimonio monastico, votato alla castità, che però, si rendeva conto, avrebbe condannato lei ad una vita claustrale.

Superò questo suo conflitto insensato, perché il desiderio di stare con lei era più forte e nel maggio del 1914 si fidanzarono ufficialmente a Berlino. Ma solo l'atto che si compiva lo gettò di nuovo nel dubbio. Si sentiva in prigione. Quindi, a luglio, la rottura fu inevitabile, ricadde nella sua tensione tragica, ricominciando il flusso di scrittura ininterrotta.

Tuttavia, Franz e Felice non potevano stare lontani, portarono avanti un continuo tiramolla, si fidanzarono di nuovo nel 1917, per separarsi definitivamente sempre quell’anno.


Anche se scritti in terza persona, secondo Citati (punto questo di estremo interesse), quasi sempre i romanzi e i racconti di Kafka erano narrati dal punto di vista del personaggio narratore, non da un io narrante in prima persona, ma il punto di vista restava comunque lo stesso, e contemporaneamente era diverso, distaccato, come se tra il narratore e l’io ci fosse uno schermo di vetro, dopodiché ricorreva all’espediente del silenzio su alcuni fatti determinanti. 


Citati ci accompagna per mano nella lettura straniante dell’incubo-sogno allucinato de “La metamorfosi”, che Kafka scrisse nel 1912 interrompendo momentaneamente “Il disperso” (“America”). La novella è basata sulla perdita di identità fisica umana, del mondo dei sensi, ma non dei sentimenti, questa era la condanna  di Gregor Samsa, un intenso amore umano, in un corpo da mostro. Una metamorfosi diversa da quelle di Ovidio, quella di Kafka non è completa, è scissa tra umano e animale. Gregor Samsa è una creatura a metà, il cui sacrificio ultimo per il bene della famiglia, però non redime, lasciando intatta la banalità dell'esistenza.


Ogni riga di questo racconto vale oro ed è giustamente entrato nel mito. L’irrompere del mostruoso nella quotidianità, provenendo dal nulla è semplicemente agghiacciante, ma allo stesso tempo divino, conduce il divino con sé. Sfido chiunque dopo averlo letto a non sentirsi immedesimato con Gregor Samsa, a non palpitare con lui, misera creatura in cerca solo di amore. Più umano dell’umano.


Citati è convinto che nessun altro suo personaggio Kafka abbia amato come Karl Rottman de “Il disperso”. Forse inizialmente concepito come una saga familiare, il suo protagonista sembra uscire fuori dai canoni kafkiani abituali, rappresenta i buoni sentimenti e gli ingenui ideali. Nonostante un’infanzia assai difficile, l’essere cacciato da casa, la derisione e lo scherno di cui è fatto oggetto, Karl conserva, nel suo essere errante, sempre inalterato, il suo candore e la convinzione che si possa cambiare il mondo anche solo con l’amore. 


Un piccolo Don Chisciotte o un giovane Idiota? No, diversamente da loro è solo un ragazzo mite che cerca un rifugio e rifiuta di crescere. Un eterno fanciullo.

L’America a cui assiste strabiliato Karl è la mega macchina dell’automatismo. L’America è «una farsa buffonesca, assurda e astratta, come nelle clowneries della giovinezza di Kafka.» L’America è il paese dell'insonnia.

“Il disperso” è soprattutto una parabola (chassidica?) sulla Legge Paterna, con toni chiaramente dickensiani e dostoevskijani. Figura di passaggio fondamentale e quella dello zio Jakob. L’ultimo capitolo sul teatro dell’Oklahoma è semplicemente da antologia.


Il Dio senza nome domina “Il processo”. È il Dio dell’ambiguità che contiene verità e inganno, luce e tenebre, aperto e chiuso. Il Dio degli opposti. Il Tribunale è il luogo soffocante dell’oppressione di Josef K. È abitato da esseri ridotti ad automi: gli impiegati, le guardie, i funzionari. Tutto suona falso, ma i suoi sono giudizi infallibili, inappellabili, crudeli. Torna il tema dell’automatismo dell’America del Disperso.


Come quella delle tre religioni monoteiste, la Legge del Tribunale è una Legge scritta, una Legge del libro. E la legge ha affinità di volta in volta con quella del Talmud, della Bibbia, della Torah. Tuttavia, tutto quello che i giudici compilano è inaccessibile, sia agli accusati, che agli avvocati, ma nello stesso tempo è accessibile. Vedasi la celeberrima parabola “Davanti alla Legge”, il cui vero significato Josef K. non riesce però a comprendere. Viene ingannato dal sacerdote o dal proprio senso di colpa?


I luoghi del Tribunale sono degradati e degradanti. Riempiti da gente di tutte le risme: infima, bugiarda e abietta, maschere carnascialesche, assai inquietanti.

“Il processo” è anche un apologo sul senso di colpa, che conduce alla condanna. 

Viviamo in un senso di colpa eterno. In un eterno procedimento giudiziario. In un eterno rinvio. In una vita sospesa e monotona senza più luce.


L'altro parallelismo è col famoso racconto dello stesso Kafka, “Nella colonia penale”.

Il Tribunale deride Josef K. e i suoi avvocati, esseri ridicoli e inutili. Qualsiasi memoria, documentazione non ha valore di fronte all’enigma divino. 

Tutto fa parte del Tribunale. Tutto fa parte del Dio trascendente della Legge che resta lontano e inaccessibile. Citati: «Il Tribunale è segreto e manifesto, celato e apparente, invisibile e visibilissimo, - come lo è Dio.»


Il “sacro” occupa tutto. È totalizzante, ma si è degradato. La Legge ha assunto tutta la realtà ma è diventata una cosa più turpe che nel “Disperso”.

Citati evidenzia acutamente in questo un parallelismo e contemporaneamente la diversità tra Josef K. e il Raskolnikov di “Delitto e castigo”. Kafka rendeva così omaggio a Dostoevskij, che reputava il suo grande maestro.


Dio a quanto pare, ce lo ricorda Citati, attraverso Kafka, può rivelarsi anche mediante l'infimo, o mediante il prolungamento infame e indefinito dell’istruttoria.

«Il lentissimo apparato processuale non serve che a confermare la sua prima, folgorante intuizione. Non ci sono innocenti, non ci sono assolti, - questa è la tremenda sentenza su cui Kafka ha costruito il suo libro.»

Una realtà dove la speranza è presente, ma che l’uomo è condannato a non cogliere.


Sul racconto “Durante la costruzione della grande muraglia cinese” Citati non ha dubbi, la Grande Muraglia per Kafka è l’anti-Torre di Babele, non solo per l’andamento orizzontale della costruzione, opposto a quello verticale, ma anche per la rappresentazione della pazienza e dell’accettazione dei limiti umani. È l'armonia della Cina come appare all’epoca allo scrittore praghese, e in considerazione anche della frammentarietà, la muraglia non è una costruzione totale; al contrario della circolarità e della tensione della Torre, ben rappresentata dal Tribunale del Processo. L’imperatore-Dio è lontano, non incombe su di loro. Quasi non esiste. Un po' come avviene nel racconto “Il canto delle Sirene”: l’astuzia dell’Ulisse di Kafka costringe il divino al silenzio.


L’arrivo della tubercolosi gli diede nuovamente modo di ritrovare la sua “infelicità nella felicità”, di godere di nuovo delle sue sventure. Con la stessa predisposizione d’animo lasciò per sempre Felice. 

La pausa di serenità che si concesse a Zürau, ospite della sorella, a settembre del 1917, lo mise però alla fine di fronte alla necessità di riprendere la ricerca del Tutto. 


Così nacquero “gli aforismi". In realtà, Kafka non ebbe intenzione affatto di elaborare una teoria sistematica. Come un vecchio rabbino, pensava una cosa e il suo esatto contrario. Speculava, sperimentava in continuazione. Era contemporaneamente sia un monista, che un manicheo. In quei pochi mesi di soggiorno dalla sorella acquisto ciò che gli mancava: una teologia, una morale, una mistica degli opposti. Una morale della solitudine.


L’ultima parte della sua vita fu contrassegnata dall’amore per Milena Jesenkà, una giovane ceca. Un altro rapporto a distanza e un altro intenso epistolario. Con Kafka, non poteva essere altrimenti. Alimentarono entrambi il fuoco della passione per corrispondenza. Lei collaborò in maniera paritaria nella relazione, anzi fu lei più intensa in questo gioco appassionato, a differenza di Felice. Lo voleva con lei a Vienna.

Alla fine, dopo la solita lacerante battaglia interiore, acconsentì. Passarono insieme solo quattro giorni. Quello fu l’unico loro vero incontro felice.


Lui fu sbrigativo e crudele con la fidanzata Julie, ma Milena non lo fu col marito. Troppo sottomessa e attaccata a lui. Si videro di nuovo, ma la fiamma del desiderio era oramai spenta, non ardeva più come prima, al suo posto bruciava quella dell’angoscia, nera, cupa, che teneva ugualmente viva la passione d’amore. Finché gradatamente la loro corrispondenza si diradò per terminare alla fine del 1923, con Kafka irrimediabilmente malato.

Così finì per comprendere che l'unica vera donna della sua vita era stata la sorella Ottla, solo con lei poteva stare tranquillo. Lei allargava le sue ali protettive e, sotto di loro, lui si placava.


Precipitato in uno stato di disperazione, di piena solitudine, quasi fosse morte, dissociato dal tempo e dallo spazio, nel baratro della follia, Kafka stava per accingersi a scrivere il suo ultimo capolavoro, una sagoma si stagliava all'orizzonte: era arrivato sul ponte di legno ai piedi della collina al cospetto del “Castello”, il più alto prodotto della “quiete” di Zürau. La furia si trasformò di nuovo in letteratura. Si attaccò al libro come ci si attacca a un'ancora di salvezza.


È il terzo grande incipit che ci accoglie, dopo quello de “La metamorfosi” e de “Il processo”. K. è arrivato nel paese del buio e del freddo. Il Castello è solo «una misera cittadina, un’accozzaglia di case di villaggio.» Anche la torre è una triste diroccata costruzione con merlature in rovina. Dove nel Processo la luce era accecante, qui non abbaglia, è morta, insensata, sembra che arrechi la follia dei morenti.


Una sola cosa induce al divino: la quiete, il silenzio, la calma sovrumana, disumana; tutto sembra colmo di disperazione e di degradazione. K. non tollera tutta questa immobilità. Desidererebbe percepire qualcosa in movimento.

La voce di Dio è lontana, irraggiungibile. Un sussurro, un ronzio che esce dalla cornetta del telefono. Così come la sua presenza. È il vuoto di un villaggio in rovina. Gli stessi abitanti sono figure degenerate, spettri, più che uomini.


L’Essere Unico, invisibile, inaccessibile ha il nome frivolo di Conte West-West, il Signore del nostro e del suo tramonto. Ma il suo nome è tabù, non può essere rivelato in pubblico. 

Kafka, come dice Citati, in questo romanzo non è più monoteista come nel “Processo”, ma diventa politeista. Tuttavia, è un politeismo illusorio, fatto di figure beffarde, emanate dall’unico, per marcare Ancor più la sua inaccessibilità: sotto l'Altissimo Conte, c'è infatti una folla di dèi: i funzionari, i segretari, i servi di grado superiore, i servi di grado inferiore. 


«La civiltà del Castello, come quella del Processo, è una civiltà del Libro e del documento scritto.

Lassù, sulla collina, nelle stanze interne, vi sono dei grandi libri aperti, che i funzionari compulsano stando in piedi: non sappiamo cosa contengano, se la Legge o l'interpretazione della Legge.»


La burocrazia del Castello è regolata da una grande macchina umana, che non commette errori. Gli errori non sono contemplati perché non possono essere commessi, perché non ci sono, così come Dio resta inaccessibile, perché da lontano appare in tutta la sua grandezza e da vicino si degrada. Questo non vuol dire che sia un inganno, ma nella sua apparenza bisogna saperlo cogliere solo quando ci si rivela. 


Contro il Castello si erge solo lui, K., lo Straniero, l’agrimensore, che da una località sconosciuta arriva al villaggio, alla “terra di Canaan". In lui si concentra l’essenza dell'Occidente, una combinazione di Faust e di Ulisse. 

K. non si rassegna all’apparenza, all’inafferrabilità, vuole entrare a tutti i costi, lotta e non si rassegna vuole essere introdotto al cospetto degli dèi e poi del Dio supremo. Detesta il volto umoristico e buffonesco della burocrazia, che vorrebbe solo abbindolarlo.


Citati analizza con dovizia di particolari i personaggi del romanzo, facendoli quasi rivivere separati dal romanzo stesso. Il capitolo dedicato al Castello è quello più ricco, pieno di dettagli, di interpretazioni, anche contraddittorie, è ovvio che sia così: siamo quasi all’ultimo atto della vita di Kafka e della sua produzione letteraria e l’esaltazione degli opposti arriva all’apice. Le pagine sublimi di questo capolavoro sono colme di distruzione, di tenebra e di luce, di una luce malata. 


Tuttavia, sono colme anche di ribellione, di passione erotica distruttiva. K. è il ribelle assoluto. Quello che non ci sta a sottomettersi, fosse anche solo a Dio. Vuole vivere con gli dei.

Nonostante tutta la determinazione, pur nell’incompiutezza del romanzo si percepisce il fallimento. Le rivelazioni di Max Brod nella biografia dell’amico non sciolgono questa sensazione, nonostante l’interpretazione positiva di Brod stesso.


Gli unici racconti scritti in prima persona sono tra gli ultimi della sua vita.

Uno del 1923, un anno prima della morte, a parte “La metamorfosi”, è indubbiamente il suo capolavoro tra i racconti. “La tana” è un inno alla claustrazione, un'esaltazione della dimora sotterranea in senso metaforico, dove Kafka, incarnato nella misteriosa creatura è padrone assoluto, l’unica condizione per vivere in maniera profonda. 


Ma anche qui emerge la contraddizione: amore e odio per la tana, perché l’entrata resta aperta. Via di fuga per lui e di accesso per chiunque. Quando è fuori è veramente felice. Ma la tana lo attrae irrimediabilmente. È il suo “Memorie dal sottosuolo”. È la sintesi finale di tutta la sua opera. La metafora dello sdoppiamento è completa e il sublime “delirio” paranoico finale è servito.


L'altro racconto è “Indagini di un cane”, scritto nel 1922, un anno prima de “La tana”. L'io canino del racconto è una proiezione di Kafka, l'indagine è una ricerca filosofico religiosa dell'io ebraico dello scrittore. Scritto durante la stesura del Castello, il racconto ne è una sorta di compendio. Non c'è risposta alle domande poste dall'uomo-cane. La risposta è che non c'è alcuna risposta.

L'incontro della prima e unica volta con Dio, nelle spoglie di un altro cane è rivelatore della distanza tra l'umano e il divino, ma anche del fatto che Kafka nella sua esistenza non aveva fatto altro che indagare l'Uno.


A settembre del 1923 con la sua ultima fidanzata Dora, una dolce giovane ragazza ebrea chassidica della Galizia, si trasferì a Berlino, dove iniziò lo studio del Talmud presso la Scuola superiore di scienza dell’ebraismo. Riprese a fantasticare sul sogno, che sapeva oramai impossibile di trasferirsi in Palestina, dove iniziare una nuova vita con lei. 


Questo sogno lo aveva coltivato per una vita, aveva preso corpo già con Felice. Era lì, nel sole della Terra Promessa, che desiderava iniziare una nuova esistenza. Ora doveva però naufragare del tutto e restare frustrato. A marzo del 1924 la malattia si aggravò e dovette interrompere anche lo studio del Talmud. Morì in un sanatorio vicino a Vienna il 3 giugno. Dora fu accanto a lui fino all’ultimo.


Uno dei più grandi cantori dell’umanità, a neanche quarantuno anni, se n’era andato per sempre, lasciando a noi la sua immortalità.


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