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giovedì 15 febbraio 2024

Tommaso Landolfi, “Cancroregina” (1950)

 


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Tommaso Landolfi, “Cancroregina” (1950)


«Questi contorti o levigati apparecchi, questi bottoni, queste chiavi, queste leve, questi complicati sistemi, grappoli, fasci, grovigli di elementi d’acciaio, di vetro, di non so cosa; questi quadri queste trasmissioni queste distribuzioni queste spie questi indici questi quadranti; queste articolazioni, questi giunti e snodi; in una parola tutto questo infernale macchinario, brilla crudelmente davanti a me, distinto nelle sue più minute parti dalla luce bianca, spettrale, la quale anzi ne sollecita piccole e vaghe ombre azzurrine, pari alle brevi ombre del meriggio estivo, che con simile inganno parlano di riposo, di speranza, in quell’altro mondo tanto più vasto ed egualmente angusto... Odo il solito, ininterrotto ronzio acuto, sibilo, che soltanto, a tratti, sale di tono fino a superare il potere di percezione del mio orecchio e a perdersi in un’inafferrabile, muta vibrazione sonora.»


«Io sto per mostrarvi la mia creatura, il frutto di lunghi anni di studio e di lavoro, la cosa, e posso ben dire l’essere, che più di tutto al mondo mi è cara, la mia figlia viscerale. Io sto per rivelarvi il suo nascondiglio e per metterla, infine, in vostra balia. Sarete voi degno di ciò? Non mi tradirete voi? E, poiché è veramente venuto il momento per voi di decidere; poiché, come ho ben inteso, voi aspettate questa prova per giudicare se io sia pazzo o no; ditemi: se ella esiste, mi accompagnerete voi nella luna? Promettete voi solennemente di farlo quando abbiate, ripeto, constatato la di lei esistenza? O potrà esserci altro a trattenervi?».


«Metodicamente, sistematicamente, con lacerante pazienza ogni giorno rinnovata, per lunghissimo tempo ho toccato, accarezzato, tentato, smosso ogni chiavetta, ogni leva, ogni bottone, sperimentando le più varie combinazioni, nei più diversi modi coordinando o subordinando i movimenti. E nulla: al suo primitivo corso essa non ha voluto in nessuna maniera tornare. Tutto quanto ne ho ottenuto sono stati brontolii fieri e minaccevoli, rantoli, ululati, schianti, traballamenti, squilibrii; e allora dovevo desistere, ché insistere avrebbe significato svellerla da quella sua qualunque stabilità e da ogni possibile corso, per precipitarla, per precipitarci senz’altro nel vano abisso. E tutto quanto so fare è alimentarla per questa sua fuga inutile e senza fine.»


Ogni volta che parlo di Tommaso Landolfi, autore immenso e immensamente sottovalutato, cerco di “proteggerlo” dalle generalizzazioni. Questa di “Cancroregina”, secondo uno schema consolidato e banale, visto che parla di un viaggio in astronave, dovrebbe essere fantascienza. Ma non è esattamente così. È un’opera perturbante, assolutamente fuori dagli schemi.


Detto questo, faccio un ulteriore passo: Tommaso Landolfi era uno scrittore incatalogabile. Sì, è vero, per semplificare, la convenzione usata è quella di genere fantastico. Stesso destino del suo affine Buzzati. Per non parlare di Jorge Luis Borges o di Edgar Allan Poe.


“Cancroregina”, è dunque anche un singolare racconto di fantascienza, un racconto lungo. La definizione in questo caso aiuta a chiarire alcuni punti, al di là dei pregiudizi sulla narrativa di genere. L’architettura non è quella usuale della storia di fantascienza, se è lecito parlare di usuale in questo genere letterario. La sospensione dell’incredulità non può avere limiti. Ma, soprattutto, è di fantascienza come lo può essere una novella di Landolfi. 


Come ricordavo qualche recensione fa, Sturgeon diceva che «Il novanta per cento della fantascienza è spazzatura, ma in effetti il novanta per cento di tutto è spazzatura.» Appunto, si faccia tesoro di questa citazione, e per quanto riguarda Landolfi, fantascienza o meno, lui, inutile dirlo, non rientra nel novanta per cento.

Il territorio letterario frequentato da Landolfi è analogo a quello dei già citati Borges e Poe, e anche a quello di Kafka e di Gogol, sempre in bilico tra realtà, simbolico, paradosso e surrealismo. In questo caso soprattutto di Gogol, con le sue “Le memorie di un pazzo”.


La prosa dello scrittore è la componente di punta della sua narrativa: una prosa dominata dall'uso della lingua italiana che non ha eguali. Landolfi è inconfondibile, bastano poche righe per capire che è lui che scrive. Giocava con la lingua come pochi, si concedeva affascinanti licenze poetiche. La lingua stessa è come se fosse parte integrante della trama delle sue opere. L'uso che faceva dello stile è di straripante ed epica bellezza.


Il racconto è uno di quelli non antologizzati, pubblicati a sé come se fossero romanzi, in questo caso un romanzo breve come altri della sua produzione.

In realtà, la figlia Idolina, nella nota al testo, ci fa sapere che la novella è stata edita successivamente anche in alcune raccolte.


“Cancroregina” pubblicato nella forma voluta da Landolfi è diviso in due parti. Questa edizione, oltre alla nota di Idolina, contiene in appendice anche la terza e la quarta parte. La terza di poche pagine è in forma di dialogo teatrale, diviso in due atti. La quarta è solo una postilla di pochissime righe. Quelle poche pagine, che lo scrittore aveva deciso di eliminare, danno però al racconto una prospettiva e una spiegazione completamente diversa, una giustificazione razionale, generando quindi un doppio finale. Nel procurarsela, ci si accerti che è l'edizione giusta, quella di 108 pagine.


Il viaggio sull’astronave verso la luna è al centro della trama. L’io narrante è l’astronauta, che racconta in un manoscritto, la sua storia, e che inizia il racconto da un non meglio precisato 23 marzo 19…, mentre si trova con la Terra sotto, e la Luna sopra, ed esattamente in corrispondenza dell’Europa. 

Ma poi, il protagonista va a ritroso nel tempo e ci narra di come fu che divenne astronauta. Fu a causa dell’irrompere nella sua banale vita del grottesco e del paradossale nelle vesti di un uomo apparentemente folle. 


Il nostro eroe si lascia “rapire” come d’incanto dal misterioso personaggio e dalle sue allucinate promesse relative a un mondo meraviglioso e a un grande potere. Con questi si avvia per un impervio cammino, attraversando valli, coste e oscuri abissi, fino a un paesaggio montuoso verso il Corno del Diavolo, il picco più alto. Il racconto diventa visionario, si tinge di confusi colori, mentre l’astronauta si chiede come sia stato possibile aver obbedito così passivamente, e chi sia quel dissennato incantatore e la sua Cancroregina.


L’astronave è una creatura viaggiante un po' macchina e un po' sontuoso animale: palpita, pulsa, geme, sbuffa. Anche le membra stesse sembrano avere qualcosa di morbido, di sensuale. Prende il volo lentamente, titubando, quasi annaspando. 

Landolfi descrive un delirio cosmico, progressivo, ma lento; racconta di un folle in compagnia del narratore anonimo, che dà l’impressione di essere lo stesso scrittore.


L’atmosfera diventa sempre più onirica, un viaggio nello spazio, anche interiore, non solo in quello esterno, al seguito di un’insensata motivazione. Sogno e incubo si alternano di volta in volta sullo scenario di cui Cancroregina, creatura cosmica, è la principale artefice. È, sì, un delirio, ma come se abbia un’inesplicabile logica, come se risponda a un disegno geometrico. 


Il manoscritto diventa vieppiù un diario di bordo con date che si susseguono freneticamente e così pure vorticose speculazioni filosofiche.

I fenomeni astrofisici del moto dei corpi celesti, sotto la penna di Landolfi, diventano metafisici giochi caleidoscopici di fredda solitudine e di remota bellezza. In un puntino, lassù nell’universo, si compie la grande tragedia di un novello Giona nel ventre della balena.


Ed è qui che emerge il vero senso della novella di Landolfi, che non è quello di un banale racconto di fantascienza, ma ha a che fare col significato dell’esistenza, di una sospesa ripetuta attesa tra la vita e la morte, fatta di angoscia, perdita di memoria, solitudine, noia e caos. E a mano a mano che avanza, il racconto gradatamente abbandona la fantascienza per entrare nel surreale.

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