Consigli di lettura
Classici
Amos Oz, “Non dire notte” (1994)
«Si piega verso il buio per guardare l’orologio, trova sì le lancette fosforescenti ma dimentica la domanda. Forse, sta cominciando il processo di lenta discesa dal dolore verso la tristezza. I cani riprendono ad abbaiare, questa volta con impeto, con furia: abbaiano nei cortili e negli spiazzi aperti ma anche dal uadi e oltre, dal buio remoto, dalle alture, cani pastore dei beduini, e cani randagi, avranno fiutato una volpe, ecco un latrato si trasforma in un ululato e un altro gli risponde, penetrante, disperato, come perso per sempre. Questo è il deserto nelle notti d’estate: antico. Indifferente. Vitreo. Né morto né vivo. Presente.»
«Assai di rado veniva una paura: non proprio paura, un vago timore che l’assenza di sofferenza significasse perdere qualcosa di irreparabile. Senza avere la minima idea di cosa fosse, questa cosa irreparabile, e se fosse mai una perdita. A volte gli pareva di avere dimenticato una cosa che non andava dimenticata e quando con il pensiero si sforzava scopriva di avere dimenticato che cosa c’era di dimenticato.»
«Sul confine dell’udito il cieco ascolta il fruscio della notte perché, dietro l’alito del silenzio e sotto il fischio del grillo, gli pare s’insinui un gemito di morti: lieve e straziante come fiato che svapora nel fiato. Il pianto dei morti freschi che ancora non si rassegnano suona sottile e candido, offeso, come lo strillo di un bimbo abbandonato nel deserto. I morti vecchi singhiozzano con un mugolio monotono, quieto: un pianto di donna, quasi soffocato nel buio sotto una coperta pesante. Mentre i morti vetusti, ormai dimenticati da tutti, donne beduine estinte dalla fame su queste colline, nomadi, pastori di secoli fa, inviano dagli abissi una specie di lamento desolato, cavo, silente ancor più del silenzio: voce del loro aspirare al ritorno. Profondo e ottuso, dietro tutto, alita anche il grugnito dei cammelli morti, il grido di un capro sgozzato ai tempi di Abramo, la cenere di un fuoco ancestrale, il crepitio di un albero fossile che forse fu verde, qui nel uadi, una primavera di tante ere fa e il suo rimpianto ancora bisbiglia nella tenebra della pianura.»
Tra Noa e il sessantenne Theo ci sono quindici anni di differenza; la coppia sembra in crisi, o quantomeno si trova ad affrontare qualcosa di molto simile: un muro di sordo e inespresso fastidio e di incomprensione si erge tra i due, un muro più solido e indistruttibile di qualsiasi altro. È venuto su con gli anni, costruito dall’inerzia, l’inerzia che è comune a tante altre coppie. Il loro rapporto si è trasformato in un amore muto, che non trova più le parole adatte.
Il fatto che lei sia più giovane appare forse solo un pretesto.
Lui è un affermato urbanista, lei è un'appassionata professoressa di lettere che ha il compito di occuparsi, dopo la scuola, di un progetto finalizzato a un centro di recupero di giovani tossicodipendenti.
La storia è in parte narrata in soggettiva, le voci si alternano nei capitoli senza numeri: ora quella di lui e, poi, a sua volta, lei, inframmezzati in contrappunto da capitoli raccontati da una voce narrante fuori campo.
Amos Oz usa questo espediente per evidenziare le differenti prospettive, sensazioni e riflessioni nel vivere anche gli stessi momenti, nel divenire del tempo, e mette in scena la plastica rappresentazione di una crisi, in un prevedibile crescendo conflittuale, delineato con implacabile precisione chirurgica.
Eppure il loro rapporto era nato in forma gioiosa e passionale, un amore intenso e spontaneo, come ricorda Theo con nostalgia, in quelle che sono tra la pagine più struggenti del romanzo.
La menzogna che non è proprio autentica menzogna, ma omissione, l’artificio, la mortificazione di sé e dell'altro, il dolore e la rabbia per l’incomunicabilità, per il desiderio frustrato, per l’abitudine, il sordo rancore tra persone che condividono lo stesso destino, sono un terribile inferno e Amos Oz lo rende alla perfezione.
Eppure, erano arrivati insieme nel deserto, scelsero di andarci per iniziare una nuova vita. Tutto iniziò con serenità, con desiderio appagato, con un amore quieto ma equilibrato, con una vita sociale intensa. Ma era solo l’inizio.
In parallelo ci sono pagine assai suggestive dedicate alla descrizione del contesto. Siamo nel distretto Meridionale di Israele, presumibilmente alla fine degli anni ottanta, nella piccola immaginaria cittadina di Tel Kedar, costruita pochi anni prima, circondata dal deserto del Neghev, nei pressi della città di Be’er Sheva. La popolazione della cittadina proviene da trenta paesi diversi. L’ultima immigrazione è arrivata da poco dalla Russia.
Assai evocativa è la prosa nella descrizione dell’ambiente circostante, in piena estate, con un’afa assoluta, nel periodare fitto e incessante, come l’atmosfera polverosa che si fa incandescente, sempre in bilico tra angoscia ed esaltazione, in un turbinio di soggetti, luoghi, eventi. Sembra di essere su una giostra, oppure in una festa grandguignolesca alla luce del sole.
Le schermaglie tra i due protagonisti si estendono, quasi per contagio, anche agli altri personaggi, di particolare rilevanza è Muki Peleg, l’amico di Noa, rivelando un intreccio di notevole spessore, attraverso il quale Amos Oz costruisce gradatamente la trama dell’intera vicenda e rappresenta la complessità di Israele e del mondo ebraico coi suoi conflitti interni.
L'uso dei dialoghi incastonati nel testo, senza soluzione di continuità, né di virgolette, non appesantisce affatto la narrazione, la rende invece più fluida e riflessiva.
Uno studente della sua scuola, Immanuel Orvieto, è morto per overdose e questo ha influito sulla scelta di Noa di dedicarsi al progetto di realizzazione del centro sulle tossicodipendenze, coinvolta da Avraham, il padre del ragazzo, perché Immanuel, studente problematico e solitario aveva stima solo di lei, era una sorta di infatuazione, e lei invece si era accorta a malapena della sua esistenza.
Da questo momento in poi la “missione” di Noa diventa un’ossessione, talmente si sente invasa dal senso di colpa. E questo, ovviamente influenza ancor più il rapporto con Theo, sia nel bene che nel male, confermando una certa staticità.
Il romanzo sociale si sovrappone così alla storia esistenziale. Le riflessioni e i ricordi su Immanuel, offrono l’occasione per aprire uno squarcio sulla vita di provincia di Noa e Theo e sulle relazioni umane di quel contesto, con tutti i pregiudizi di qualsiasi altra provincia; e un’occasione alla coppia di fare riemergere anche vecchi e recenti ricordi.
Sullo sfondo, ci sono la vita quotidiana in Israele, il senso di precarietà, i conflitti mai del tutto esplicitati, il nemico esterno come fosse un “convitato di pietra”, una cupa presenza che accompagna l'atmosfera malinconica del romanzo.
Sono semplicemente da antologia le pagine sulla descrizione minuziosa della cittadina, quasi in piano sequenza cinematografica.
Lo sguardo dello scrittore si alza, si abbassa, scruta lontano, arretra e avanza, fa una panoramica dei piccoli agglomerati di case, dei quartieri, per poi, scendere nei particolari: gli edifici, che sembrano venuti su direttamente dalla terra polverosa e acquitrinosa, i personaggi, il deserto, l’architettura, la struttura delle strade. Un paesaggio che ora palpita, ora è spoglio e scheletrico, ora ricco di luce, quasi abbagliante.
“Non dire notte” è un romanzo incantevole, incredibilmente poetico, contiene anche delle piccole deliziose e terribili storie all’interno del plot principale. È un romanzo colmo di sapori, di odori, di parole, di rassegnata malinconia, di un’atmosfera quasi fiabesca con la presenza perenne, polverosa, inevitabile e imprescindibile del deserto.

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