Consigli di lettura
Gianfranco Manfredi
"Magia Rossa. La rivolta degli spettri" (1983)
« La stanza era in penombra. Le pareti, i divani, i cuscini sparsi per terra, il tavolino basso, il grande tavolo da lavoro, persino gli infissi della porta finestra che si apriva su un giardinetto grigio, tutto ridondava di occhi, teste e piccoli corpi appesi. C'erano marionette dappertutto: alcune giacevano sul tavolo di lavoro a pezzi, una testa qua, un frammento di gommapiuma là, un occhio di vetro, denti, mani di legno e un groviglio di aghi, punteruoli, scalpellini, forbici.»
«Lo studio ov'egli m'aveva chiesto di raggiungerlo e che taluno chiamava La casa del Mago era di enormi proporzioni, rischiarato da immense vetriate di color verde e vermiglio che conferivano striature di follia alle caricature, alle teste fatte a tratto, quasi a punta di coltello, che ne ornavano le pareti. Ovunque modelli in gesso, teste non terminate, figure nascoste da bianchi lenzuoli coperti di polvere giallognola... V'era in quello studio di pittura qualche cosa di somigliante ad un palcoscenico, vecchi panni, armature dorate, bestie impagliate, divinità incognite, un drappo oscuro, macchine; un non so che di grande e di infinito, come la Morte.»
«Credette che gli scoppiasse il cervello. Sbarrò gli occhi senza riuscire neppure a gridare. L'accendino gli cadde a terra. Restò ad ansare nella semioscurità. Voleva ritrarsi, fuggire, e non poteva. Qualcosa, qualcuno, stava entrando in lui. Al panico subentrava una calma innaturale. Una cupa risata gli s'allargava nel petto come una macchia.»
Nel 2006 la "Gargoyle Books", casa editrice romana specializzata in horror e letteratura gotica, nell'ambito delle sue proposte editoriali, inserì anche la terza edizione del primo romanzo di Gianfranco Manfredi "Magia Rossa", novella uscita nel 1983, rieditata negli anni novanta e di nuovo, appunto, pubblicata nel 2006. Un'ottima iniziativa, che rende onore ad un'opera assai originale della nostra recente letteratura. Quest’ultima è l'edizione del romanzo in mio possesso. Poi, credo ne siano uscite altre edizioni.
Gianfranco Manfredi all'epoca della prima pubblicazione era noto come cantautore della sinistra alternativa. Aveva inciso infatti un pugno di elleppì dal contenuto decisamente radicale, che esprimevano, con creatività ed ironia, la rabbia, le illusioni e le disillusioni dei movimenti post sessantottini. Canzoni dalla notevole forza evocativa, con cui una generazione ha potuto riconoscere, sottoscritto compreso, i propri ideali, i propri vizi e i propri limiti.
Ed è ad uno di questi album che in modo particolare, si riallaccia "Magia Rossa", al disco "Zombie di tutto il mondo unitevi", uscito in pieno ‘77, annus horribilis, ma allo stesso tempo mirabilis, chi conosce la complessità della Storia dovrebbe comprendere facilmente questa mia affermazione, che in questo tempo di semplificazioni non ha molto successo: la Storia è falsificabile, manipolabile, figuriamoci se non è anche semplificabile.
Un disco permeato già dalla sconfitta imminente, quasi fosse proprio alla portata del cantautore un potere magico da premonizione.
I versi della canzone omonima parlavano chiaramente: "E attraverso i muri / attraverso le porte / passano i fantasmi / delle persone morte / passa il desiderio / di zombie proletari / che solo nel silenzio / sanno illudersi uguali ...".
Sarebbe troppo lungo disquisire sul valore simbolico e allegorico della parola zombie e del concetto legato ad essa, che nel "Movimento", nel corso del tempo, aveva assunto significati del tutto particolari. Bastano comunque alcuni richiami logici, fatti dallo scrittore stesso, a fine romanzo, nella postfazione che Manfredi ha scritto per questa edizione.
Quei richiami, per esempio, allo "Spettro che si aggira per l'Europa", richiami decisamente politici. Richiami che diventano ancor più decisi, quando torna alla mente perfino una sorta di mitologia del movimento operaio, che invoca a sé anche lo spirito dei morti per realizzare il compimento della riscossa proletaria.
C’è anche un riferimento ben preciso sulle triadi hegeliane, che l’autore svela nella postfazione.
Ma il messaggio non si esaurisce certo qui, "Magia Rossa" è innanzitutto un horror, con componenti gotiche molto marcate. Un romanzo che fu caso letterario nel periodo in cui fu pubblicato. Nessuno infatti si aspettava un successo di tale portata, tanto da trasformarlo in un cult nel giro di pochi mesi. Neanche la stessa Feltrinelli che l'aveva fatto uscire quasi solo per scommessa.
Un horror che, nel suo genere, è un po' il capostipite di certa letteratura italiana. Un romanzo dal quale inizieranno le fortune di Manfredi come scrittore, sceneggiatore e autore di fumetti, soprattutto dell'ormai mitico “Magico Vento”.
"Magia Rossa" è essenzialmente una novella gotica, influenzata da certo cinema di genere dell'epoca (Romero e Argento su tutti), e che va letto soprattutto come un romanzo horror, fatto tra l'altro molto bene: ottima la scrittura, originale e decisamente appassionante il plot.
Tuttavia, come dicevo, è anche in maniera metaforica un romanzo politico (anche se Manfredi nella prefazione sostiene che la metafora sia inconscia), con elementi storici di curioso interesse, non è un caso che Manfredi faccia esplicito riferimento al movimento della "Scapigliatura" di fine ottocento.
E quindi è politico, non solo per la valenza simbolica legata agli anni settanta. Tra l'altro, nel primo risvolto di copertina è presente un errore: viene detto che la vicenda è ambientata a metà di quel decennio, mentre invece i fatti si svolgono nei primi anni ottanta.
Non è una differenza da poco se si tien conto che tra i due decenni si verifica un passaggio che definire epocale non è affatto azzardato, anzi. Anche se oggi può apparire di poco conto. Chi ha vissuto quel periodo lo sa molto bene, se la memoria ancora gli funziona.
Un errore che però è facilmente spiegabile: eravamo ancora in buona parte in quello che io definirei “lungo ‘77”, che finì del tutto solo con l'arrivo inoltrato del nuovo decennio. Le spontanee illusioni di quel periodo furono uccise dal terrorismo, dalla repressione, dall’eroina, dalla malafede, dal settarismo e dall’ingenuità. Rimasero il riflusso e la solitudine. Fermo restando che era destinato comunque a finire, a causa della sua componente effimera.
Ed è quindi attraverso questo passaggio che la metafora del romanzo ha il suo motivo più profondo. La caduta nell'abisso oscuro, la fine di ogni speranza gioiosa di trasformazione, trova nell'incarnazione dell'horror la sua anima maledetta. Tutto si stravolge: è un mondo di morti quello che appare nella storia, reso molto bene dai continui inserimenti nella trama di automi e macchine folli, che spesso sembrano più vivi dei vivi stessi, per non parlare degli zombie, orde di nuovi venuti, che reclamano il loro dominio su una realtà in evidente disfacimento.
E quando ancora non c’erano i social, nel 2006, Manfredi scrisse questo nella postfazione al romanzo, Ancor più grave se riferito alla nostra de-realtà virtuale:
«Basta fare un semplice conto per scoprire che tutti noi abbiamo dedicato a certi conduttori televisivi o a certi corsivisti di giornale molto più tempo della nostra vita di quanto non ne abbiamo dedicato a scrittori monumentali o a scrittori di margine, fino ad allora ignorati o dimenticati e ritrovati magari su una bancarella e scelti perché segretamente ci attiravano. Più il contesto è distratto e distraente, più è importante che un libro sappia destare emozioni, Il non-luogo dell'Utopia è anche questo.»

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