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Classici
Georges Simenon, “La camera azzurra” (1964)
«Era vero. In quel momento tutto era vero, perché viveva ogni cosa così come veniva, senza chiedersi niente, senza cercare di capire, senza neppure sospettare che un giorno ci sarebbe stato qualcosa da capire. E non solo tutto era vero, ma era anche reale: lui, la camera, Andrée ancora distesa sul letto sfatto, nuda, con le gambe divaricate e la macchia scura del sesso da cui colava un filo di sperma.
Era felice? Se glielo avessero chiesto, avrebbe risposto di sì senza esitare. Non gli passava neanche per la testa di avercela con Andrée perché gli aveva morso il labbro.»
«Con un secchiello rosso ciascuno, padre e figlia avevano percorso la spiaggia da un capo all’altro, a testa bassa, scrutando la sabbia scura per non lasciarsi sfuggire il luccichio di una sola conchiglia, inciampando ogni tanto nelle gambe dei bagnanti stesi al sole ed evitando per un pelo di prendersi qualche pallonata.
Tony non avrebbe saputo dire se lo facesse con la sensazione di compiere un dovere, per farsi perdonare una debolezza, per riscattare una colpa. Sapeva solo che quella passeggiata sotto il sole, accompagnata dalla vocetta di sua figlia, era dolce e malinconica al tempo stesso.
Si sentiva felice e triste. Ma non a causa di Andrêe né di Nicolas. Non ricordava di averci pensato. Felice e triste come la vita, così avrebbe voluto dire.»
«Questa volta lui fu incapace di girare la testa dall’altra parte, tanto il suo volto lo affascinava. Mai neppure nei momenti in cui i loro corpi erano stati più uniti, l’aveva trovata così bella, così raggiante. Mai aveva visto sulla sua bocca carnosa un sorriso che esprimesse così intensamente il trionfo dell’amore. Mai, con un solo sguardo, si era impossessata di lui in modo così totale.»
È un Georges Simenon del tutto diverso da quello del Maigret, non solo per la qualità, sicuramente a più alti livelli. Non per lo stile, sempre stringato e intenso, travolgente come un fiume in piena, ma lo è senz’altro per il contenuto.
Tuttavia, guai a parlare di mainstream, il noir si fa più cupo, più intenso, più profondo, si riempie di simboli, il morboso non ha più freni, è diventato incontenibile, veste gli abiti del capolavoro.
“La camera azzurra”, da molti definito, come una sorta di remake de “Lo straniero” di Albert Camus, fa parte della serie dei cosiddetti “romanzi duri”, questa la differenza sostanziale, creazioni parallele ma divergenti da quelle di Maigret. È un romanzo dell’introspezione psicologica, dagli sfumati toni nichilisti, nel quale il destino, che procede inesorabile come una belva infuocata, è iscritto nella passione adulterina dei due protagonisti.
È un Simenon, più concentrato e meditato, che scrive per qualcosa di altro, per qualcosa di più sentitamente suo.
Non ho nulla in contrario alla serialità del commissario, ma qui siamo da un’altra parte, nel suo luogo oscuro, un luogo oscuro che esplora più volte, tante sono le novelle di questo filone parallelo, il romanzo sociale e maledetto dello scrittore belga.
Simenon era prolifico come Balzac e a un secolo di distanza scrive la sua Commedia umana, mediante i Romanzi duri.
Ne “La camera azzurra” sembra sia il caso a dominare le esistenze dei protagonisti, il caso e il voluttuoso capriccio.
La narrazione interseca piani temporali diversi, fluidamente e senza fratture.
Tony, il principale protagonista si trova sempre sospeso in un mondo vuoto, sconcertato da quello che gli accade attorno, come attonito. E anche l'indagine poliziesca sembra vuota nella sua implacabile progressione. Qualcosa di estraneo e assurdo per Tony. Solo l’incubo assume concreta e vivida chiarezza.
Tony segue gli eventi che lo riguardano, e che riguarderanno successivamente l’indagine, senza badarci troppo, la sua prevedibile routine familiare non ne è intaccata, resta intatta, come trovarsi su un'isola a sé stante senza un effettivo significato, se non l’indiscutibile e rassicurante forza dell’abitudine, nessun dubbio turba Tony.
È come se la cose gli scivolino addosso. Sembra convincersi che non sia lui in fondo a prendere le decisioni, lo fa la vita al posto suo, ma non immagina quanto inesorabilmente.
Parole banali, lasciate quasi cadere nel vuoto a caso, lo rendono prigioniero dell'ossessione di una donna, e potrebbero forse contenere la fatalità di una severa condanna.
La moglie, perfetta, ordinata e ordinaria, compresa in modo classico nel suo ruolo, senza una pecca, una trasgressione, una piega, un difetto, e la loro bambina, copia inquietante della madre, costituiscono l’alienante, ma rassicurante e in qualche modo “felice” quadretto familiare.
Lui è di un’inspiegabile innaturale passività, persino di fronte ai poliziotti, al giudice, allo psichiatra. Rassegnato a subire la vita.
La vicenda è tenuta viva da diversi espedienti narrativi: una sorta di tiramolla nella trama e un sostenuto andamento ritmico.
Sono appunto le relazioni tra i personaggi, non solo Tony e la trasgressiva Andrée, “gli amanti sfrenati”, il vero centro della storia, con l’indagine che resta remota, nella sua freddezza e nella sua inesorabilità.
La data stessa del 2 agosto con la quale si apre il romanzo con il fulminante incipit della stanza d'albergo, è pienamente simbolica nella rappresentazione dell'effimero dell’estate, e contemporaneamente imprescindibilmente legata al compiersi di un destino.
Tony Falcone, di origini italiane, è come un ragazzino irresponsabile che viene spinto in una dimensione sconosciuta, è un singolare esempio di “ingenuità”, ignaro della gravità dei coinvolgimenti, che usa il sesso come un gioco infantile. È uno straniero in terra straniera, vittima di pregiudizi, oppure semplicemente un sociopatico privo di empatia? Gli “inquisitori” li percepisce come se fossero in un’altra dimensione, non riesce a fare affidamento persino sul suo avvocato.
Parlano una lingua che lui non comprende. Non si intendono, sembrano frequentare territori logici diversi.
Neanche lui capisce bene se stesso: si chiede in continuazione quale sia la natura dei suoi sentimenti e quella di chi gli sta attorno. Si interroga anche sul motivo della sua reticenza, avvolto nella nebbia come le sue sensazioni. Implacabile la trama si stringe su di lui sempre più come una morsa, in una trappola dalla quale è veramente arduo uscire.
Inebetito, è costretto però a fare i conti con l'angoscia e con un crescente panico, tenuti il più possibile accuratamente lontani e celati.
La vicenda è ambientata in un paese della provincia francese e nei suoi dintorni. Il contesto è assolutamente adeguato al noir, tra lo straniamento e la concretezza delle piccole comunità, che sanno tutto di tutti.
Il protagonista viaggia continuamente con la memoria avanti e indietro nel tempo sia per conto suo, che sollecitato dalle domande di chi sta conducendo l’indagine. L’oggetto delle indagini verrà svelato un po’ alla volta, lentamente, con il procedere degli inquietanti eventi.
Simenon era di magistrale bravura nel plasmare la materia della tormentata narrazione, lo faceva con audacia e malinconia; e la storia si dipana fino alla fine come un meccanismo che funziona alla perfezione.

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