Classici
Robot. Rivista di fantascienza.
n. 1 - aprile 1976 (prima serie)
«Mai permettere a un robot di farti perdere le staffe.»
«… non stiamo giocando contro un mostro di metallo, ma contro un certo tipo di programmazione.»
«… mi sento molto pessimista sulle possibilità che hanno i neuroni contro i relè in questo torneo. I relè non si fanno prendere dal panico e non si stancano.»
«Sandra disse: «Beh, c’è qualcosa che non si può inserire in una macchina: l’ego» «Oh, questo proprio non lo saprei,» disse Simon Great.»
Fritz Leiber
«Quando Wesson si voltò ansimando, tutta l’enorme struttura della Stazione intorno a lui sembrò contrarsi alla grandezza di una normale stanza, e Wesson con essa, tanto che gli sembrava di essere un minuscolo insetto che arrancava freneticamente giù per i muri, verso la salvezza.»
«Laggiù, lo sapeva, era primavera, e in certi luoghi, dove il margine del buio si ritirava, era mattino: un mattino azzurro acqua, come la luce del mare colta in un'agata, un mattino di fumo e nebbia, un mattino di pace e promesse. Laggiù, lontana anni e miglia, la macchiolina che era una donna stava aprendo la sua porta microscopica per ascoltare la canzone di un atomo. Perduto, perduto, e impacchettato in un batuffolo d’ovatta, come un vetrino per campioni, un mattino di primavera sulla Terra.»
«Quando due culture aliene si incontrano, la più forte deve trasformare la più debole con l’amore o con l’odio.»
Damon Knight
«Oggi noi trattiamo una realtà più dura, e credo che la fantascienza lo faccia in un modo nuovo e senza compromessi. Forse noi stiamo seminando un piccolo grano di grande valore, ed ecco perché la fantascienza è un atto rivoluzionario, un atto di pura rivoluzione. Essa parla di cambiamenti…
… è estremamente affascinante scrivere fantascienza ai giorni nostri… prendere le cose che sono tabù e parlarne come se tabù non lo fossero affatto. O fare come se le cose che sono tabù oggi lo siano domani. È qualcosa che la fantascienza ha sempre fatto, ma credo che al giorno d’oggi noi lo facciamo in un modo più realista. Anche nel momento in cui la fantascienza tende verso il fantastico, vero il surreale, curiosamente essa è più realistica di quanto non lo sia mai stata.»
Harlan Ellison
«Il guaio è che la fantascienza è troppo spesso giudicata dai suoi esempi peggiori. E la situazione attuale, per quanto riguarda le profezie accurate, è, temo, piuttosto negativa. Nella maggior parte dei casi la fantascienza ha previsto nel modo disperatamente sbagliato, ma, almeno, ci si è divertita moltissimo.»
Peter Weston
«Personalmente non nego che nella storia della sf moderna sia rintracciabile un’evoluzione, e anche un arricchimento progressivo; ma nego che tale evoluzione sia da mettere in rapporto con un riaccostamento del genere al mainstream, né che la sua nobiltà possa derivare da parentele dubbie e del resto proclamate solo in senso unilaterale. Respingo pure l’immagine cui la critica tradizionale ci ha abituato, di una «crescita» della fantascienza, da una fase di infantilismo acuto all'attuale pretesa maturità.»
Giuseppe Lippi
Questo dovrebbe essere un consiglio di lettura; nelle intenzioni lo è. Ma non è come gli altri, perché dipende dalla reperibilità dell’oggetto della recensione, e sappiate che si trova solo tra l’usato. Ma si trova sicuramente, e anche a prezzo economico.
Ad Aprile del 1976, non avevo ancora diciotto anni, e nel frattempo usciva Robot, gloriosa rivista italiana di fantascienza. Quello che vedete nella foto è il primo numero originale, e non è l’unico numero in mio possesso.
Questo blog spesso si occupa di fantascienza e non poteva certo mancare un post in onore di questa rivista.
Non era l’unica e non era certo la prima, c’era già stata in attività dal 1952 al 1953 quella di Urania, in contemporanea con l’omonima collana, che sopravvisse poi solo in questa seconda forma. Ce n’erano anche diverse altre. Ma Robot ha un posto importante nel mio cuore, perché esce per la prima volta quando ero ancora ragazzo. Maggiore artefice dell'operazione fu lo scrittore e saggista Vittorio Curtoni, che la dirigeva. Tra i collaboratori del primo numero c’erano Giuseppe Caimmi, Vittorio Catani, Piergiorgio Nicolazzini, Peter Weston, e soprattutto un giovanissimo Giuseppe Lippi, che firma un articolo dal titolo “Fantascienza e letteratura popolare”. Tutti nomi famosi nel settore e che erano per lo più giovani ed entusiasti.
Rimase in vita fino al 1979, per essere poi riproposta con una seconda serie dal 2003, ed è tuttora in corso per DelosBooks. Attualmente è curata da Silvio Sosio.
Sin da subito, si distinse per originalità. Infatti, la particolarità di Robot era che non era stata concepita come una semplice rivista antologica di racconti, ma anche come una raccolta di contributi critici, di piccoli saggi, interviste, curiosità e cinema.
Curtoni, poi, nel suo primo editoriale invitava non solo i lettori a scrivere ma a inviare propri racconti, articoli e proposte di collaborazione.
Robot si proponeva come prodotto di qualità. Infatti, i racconti contenuti, precisava Curtoni, non erano selezionati in base alla fama degli autori, ma in base appunto al loro valore letterario, anche per questo la linea editoriale era volta a far conoscere nomi nuovi, a sconfinare nel campo dello sperimentale, e anche oltre il mondo angloamericano.
La rivista era dominata decisamente da una felice impostazione artigianale, che lungi dall’essere un difetto, era anzi esattamente il contrario: un pregio che non annullava la professionalità, ma ne confermava l'autenticità degli intenti. Era caratterizzata anche dalla distribuzione del testo in due colonne per ogni pagina, tratto all’epoca distintivo delle pubblicazioni specializzate in letteratura di genere.
“Incubo a 64 caselle” del 1962 di Fritz Leiber apre la sezione dedicata alla narrativa, il racconto più lungo del primo numero di Robot, incentrato su una Macchina che gioca a scacchi con gli umani, programmata a prevedere con anticipo otto mosse.
È un curioso racconto che rende bene la dimensione di quale fosse la prospettiva di certa fantascienza nei primi anni sessanta. Leiber, con il suo consueto stile brillante e ironico, usa il divertente e approssimativo pretesto tecnologico per fare soprattutto della satira sull’ambiente degli scacchisti dei tornei internazionali dell’epoca.
Ma, non solo, è anche l’ambiente appropriato per rilevare a che livello di perturbazione l’inserimento di una macchina, in una competizione, possa cambiare le relazioni tra umani, come possa influenzare la vita sociale e come la macchina stessa possa essere a sua volta influenzata da qualità umane non proprio nobili. Ci troviamo infatti al cospetto di un bel po' di intelligenti intuizioni anticipatrici.
“Una storia di lupi” di Thomas M. Disch è il secondo racconto, che porta la data del 1970. E qui entriamo a pieno titolo nel fantasy. La storia è narrata da una ninfa amadriade inglese, una ninfa degli alberi, che narra di Ares Pelagian, un uomo-lupo. L'atmosfera del racconto è suggestivamente pagana, barocca e bucolica. Lo stile di Disch decisamente elegante.
La forma è quella di una lieve e godibile fiaba, che scorre senza fronzoli nella fluida prosa dell’autore. E quale migliore metafora c’è per rappresentare la doppia vita di un individuo di quella di un licantropo, con due nature assolutamente inconciliabili? La morale finale è il classico suggello di ogni fiaba che cerca in tutti i modi una ricomposizione.
Damon Knight col racconto “Stazione Alieni” del 1956 ci porta invece nella space opera con componenti horror, ed è sicuramente il punto qualitativamente più alto della parte dedicata alla narrativa. Un piccolo poetico capolavoro.
La Stazione Alieni è stata progettata per avere rapporti con gli stranieri provenienti da mondi esterni al sistema solare, ed è abitata da un unico essere umano, selezionato tra miliardi: Wesson, e da una voce della rete alfa, che lui chiama Zia Jane, servizievole e pronta a realizzare qualsiasi ordine.
“Stazione Alieni” è un esempio di fantascienza classica ma con elementi sorprendenti considerata la data di pubblicazione, è un racconto assai visionario, ed è inevitabile pensare che abbia influenzato molti prodotti successivi, sia letterari che cinematografici, e non solo; o quantomeno che faccia parte di una certa linea narrativa: l’uomo solo nello spazio è uno degli elementi più potenti dell’immaginario della science fiction.
Prepararsi all'incontro con un alieno mostruoso, questo è il compito del solitario Wesson, tormentato da una struggente malinconia per la Terra. La possibilità dell’incontro con una creatura circondata da leggende misteriose, sulla quale Zia Jane, come da ordini ricevuti, è irriducibilmente reticente, prende la forma di un'ossessione. Tuttavia, l’incontro con l'altro da sé è di vitale importanza, deve avvenire a tutti i costi.
Il quarto e ultimo racconto si intitola “L’uomo delle Cascate” del 1969 ed è di Harry Harrison, maestro del genere fantastico, nel suo caso, meglio definito come science-fantasy. Reso, però, famoso dal suo romanzo di fantascienza distopica “Largo! Largo!”, da cui è stato tratto il film “2022: i sopravvissuti”.
Questo presentato da Robot è un racconto dell’assurdo molto breve e suggestivo, che narra di una cascata gigantesca, proveniente non si sa bene da dove, ai cui piedi c’è una casa abitata da un vecchio e singolare guardiano.
Terminata la parte dedicata alla narrativa, quella più corposa, inizia la sezione delle rubriche. Tutti gli articoli vanno letti, ovviamente, contestualizzandoli. Operazione più facile per chi ha vissuto gli anni settanta.
Per Ritratto d’autore, troviamo un bell’articolo monografico proprio su Fritz Leiber, autore dei celeberrimi “Il grande tempo” e “Novilunio”, con bibliografia consigliata, a cura di Caimmi e Nicolazzini.
Segue la rubrica di notizie Panorama internazionale che riveste un qualche interesse ancora oggi come documento storico.
Di particolare rilevanza è l’intervista ad Harlan Ellison, all’epoca praticamente sconosciuto in Italia. Colpisce per la sagacia e la capacità di analizzare alcune dinamiche interne all’ambiente fantascientifico di allora, alle polemiche che in esso si svolgevano e al ruolo della fantascienza nella società.
La rubrica dei fumetti è dedicata a Buck Rogers, considerato il primo eroe di fantascienza dei fumetti.
Molto interessante e divertente è la prima puntata del saggio di Peter Weston “In viaggio verso le stelle”, dedicata al decollo, dove l’autore affrontava tra il serio e il faceto la tematica del decollo nella SF e quella, connessa a questa, dei viaggi sulla Luna.
E finalmente, arriviamo all’articolo-saggio di Giuseppe Lippi su Fantascienza e letteratura popolare, in cui già negli anni settanta dimostrava di avere le idee chiare e una lucidità invidiabile, pur nella sferzante polemica. Nella sostanza, Lippi stigmatizzava due atteggiamenti opposti e speculari, quello snob di superiorità nei confronti del mainstream, e quello di inferiorità, sempre volto a rincorrerlo per dimostrare la qualità; Lippi sosteneva invece che la vera qualità della fantascienza stava proprio nei suoi caratteri di letteratura popolare e da pulp magazine. E su questi caratteri doveva rivendicare la sua autonoma dignità.
Concludono la rivista la rubrica sulle recensioni di libri. E infine, per la rubrica sul cinema, la prima parte di un saggio di Giovanni Mongini dedicato ai Monster movies, sui primi film ispirati, con risultati qualitativamente assai diversi, al Mondo perduto, a King Kong e al Mostro della laguna nera.

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