Consigli di lettura
Classici
Valerio Evangelisti
"Cherudek" (1997)
«È ormai da secoli, forse da millenni, che mi trovo imprigionato tra queste pareti di bronzo. Ormai non ne avverto neppure più il freddo. Credo che il mio corpo si sia disfatto, divenendo indistinguibile dai metri di terriccio, sassi e mattoni che ricoprono me e la mia prigione. In teoria non esisto più, e da un bel pezzo.
Invece esisto ancora. Avevo imparato da tempo a vivere, oltre che nella materia grossolana, in quella sottile. Nella prima sono morto, nella seconda sono vivo. Mescolato alla terra, certo, ma con una mia identità ben precisa. Riesco ancora a proiettarmi nei sogni altrui, a cogliere brandelli di un presente che mi è estraneo attraverso i sogni di chi lo vive.»
«A questi e ad altri fenomeni, come quello della nebbia perenne, gli abitanti della cittadina non sembravano prestare attenzione e, interrogati, parevano addirittura ignorarne l'esistenza. Del resto, un mistero non secondario era costituito proprio da loro, dagli abitanti, che arrivai a suddividere, in base ai comportamenti, in tre categorie.
Vi erano quelli apparentemente normali, anche se, come ho detto, insensibili alle stranezze da cui erano circondati, e spesso malati a causa della nebbia. Altri davano prova di un carattere bizzarro e malizioso, incline allo sberleffo e allo scherzo maligno. La terza categoria, infine, di gran lunga maggioritaria, comprendeva persone atone e chiuse in se stesse, capaci solo di azioni ripetitive e di discorsi poco più che elementari, a meno che non vertessero sulla teologia.»
«È vero senza inganno, certo e verissimo. Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare i miracoli della Cosa Una. E poiché tutte le cose sono e provengono da una, tramite la mediazione di una, così tutte le cose sono nate da questa cosa unica mediante adattamento. Il Sole è suo Padre, la Luna è sua madre, il Vento l'ha portata nel suo ventre, la Terra è sua nutrice. Il Padre di tutto, la perfezione di tutto il cosmo è qui. La sua forza e il suo potere sono interi se è convertita in Terra. Tu separerai la Terra dal Fuoco, il sottile dallo spesso, dolcemente e con perizia. Sale dalla Terra al Cielo e nuovamente discende sulla Terra, ricevendo la forza delle cose superiori e inferiori. Con questo mezzo avrai la gloria di tutto il cosmo e l'oscurità fuggirà da te. È la forza forte di ogni forza: perché vincerà ogni cosa sottile e penetrerà ogni cosa solida.»
Fantascienza, fantastico, horror, gotico, thriller, romanzo storico e teologico-filosofico trovano nel “Ciclo dell’Inquisitore Eymerich” una felice sintesi e una qualità che possono vantare pochissimi altri autori. Valerio Evangelisti ha usato questa riuscita formula letteraria anche in altre produzioni. Eymerich resterà, tuttavia, la sua creazione più riuscita e più originale, che diede il via anche ad operazioni letterarie collaterali.
Non è affatto un caso che Evangelisti abbia iniziato a pubblicare con Urania, vincendone il premio nel 1993, con il primo capitolo della saga: “Nicolas Eymerich, inquisitore”. L’ambiente era quello giusto e quella era l’Urania che, sotto la guida che aveva assunto da poco Giuseppe Lippi, si era aperta alle novità e alla contaminazione tra generi diversi.
Rileggere i romanzi del ciclo dell'Inquisitore è un'esperienza in qualche modo catartica; mistica, oserei dire, se non corressi il rischio di essere frainteso.
Rileggere “Cherudek”, il quinto capitolo della saga, è un'esperienza ancora più intensa. Questo è il romanzo che da buona parte della critica e dei lettori viene da sempre considerato come il migliore di Evangelisti, o quantomeno il migliore del ciclo eymerichiano.
A prescindere da ciò e dalla sua evidente qualità letteraria, credo sia sufficiente ribadire che "Cherudek" è una delle opere centrali della narrativa italiana della fine del secolo scorso. Non è affatto un'esagerazione e per capirlo basterebbe approcciarsi alla sua lettura senza essere condizionati dal fatto che sia letteratura di genere.
È pur vero che sarebbe necessario leggere l’intero ciclo dall’inizio, per comprendere appieno i cambiamenti e l’evoluzione del personaggio, ma ogni singolo capitolo della saga è perfettamente autoconclusivo, anche se ben più di un sottile legame li tiene coerentemente insieme, così come molti temi risultano essere ricorrenti anche nei piani temporali diversi da quello medievale.
"Cherudek" è l'opera sull'Inquisitore dall'equilibrio perfetto. Le sequenze medievali e il piano temporale di un indefinibile “tempo zero” si trovano, non solo ad avere una sorta di pari opportunità narrativa in senso quantitativo, in termini di spazio, ma anche ad interagire direttamente, costruendo un meccanismo di circolarità spaziale e temporale davvero unico e una coerenza narrativa più solida.
È proprio l’ambientazione del “tempo zero” ad aver del magistrale. Si svolge in una cupa cittadina nebbiosa, collocata in una sorta di nessun dove, forse tra Gorizia e Udine, coi suoi piani inclinati che comunicano con altre dimensioni, con la misteriosa chiesa di San Malvasio, e, a parte qualche eccezione, con abitanti assai inquietanti; dove si trovano anche “malcapitati” visitatori, testimoni e vittime di allucinanti episodi mostruosi e angoscianti.
Evangelisti fa proprie con originalità suggestioni narrative tipiche di Philip Dick, Lovecraft, Kafka e Landolfi; il tutto compreso in un tempo indeterminato ma molto simile a quello della fine del secolo scorso, a sua volta interconnesso con un’altra sfera del “tempo zero”: un luogo chiamato Cherudek.
Il tramite tra le due linee temporali è la Neghentropia, mondo opposto a quello entropico, il buco nero, che è la sede senza tempo e senza luogo, fuori dalle leggi della fisica, di una creatura narrante, che un giorno era un uomo con un corpo, e ridotta ora solo ad essere puro e angosciato pensiero.
Un caso particolare, quindi, nell'ambito di una storia lunga diversi capitoli. Tanto particolare che la sua centralità è abbastanza palese e difficile da mettere in discussione.
Alla complessità dei riferimenti, si uniscono una limpidezza e una scorrevolezza della narrazione; e il fatto che alla fine tutti i nodi vengono sciolti, senza nulla lasciare al caso, completa il quadro già di per sé alquanto notevole.
La vicenda gira attorno alle “eresie” di Raimondo Lullo e di Gioacchino da Fiore, che convergono, in particolare, in quella degli spirituali sulla venuta di Gog e Magog; al ricorrente significato del numero tre; al Purgatorio; alla Quinta Essenza o “acqua celestina”; e alla dea Ecate, dalla triplice forma, la dea dei crocicchi.
Questo poi è il libro in cui la figura di Eymerich giunge a completa maturazione. Già nel "Mistero" qualcosa si stava muovendo, ma è qui, tramite un viaggio nella psiche del Magister, che si passa a considerare gli aspetti più profondi e che successivamente verranno indagati ancora.
È nella giustapposizione che si verifica nella coscienza dell'Inquisitore, arrivando a riconoscere non solo se stessa, ma diventando consapevole anche degli opposti di maschile e femminile, pur se con veemente riluttanza, che si gioca buona parte del significato del romanzo.
Una coscienza che, tra l'altro, non è questione da poco, visto che si espande fino a comprendere persino un intero universo, anche se del tutto personale.
Si potrebbe obbiettare che in questa sfera è, però, l’instabilità a dominare, sta di fatto, comunque, che la presa di coscienza non può essere ignorata e, da questo punto in poi, costringerà il protagonista alla ricerca di nuove sintesi o quantomeno di interpretazioni meno "asettiche" e preordinate. Una sorta di messa a punto dell'ortodossia del pensiero eymerichiano, che lo lascerà in ogni caso preda di più di qualche semplice titubanza e turbamento. Emerge, in definitiva, un inquisitore caratterizzato da inquietudini e dubbi.
L'equilibrio contenutistico dell'opera trova un ulteriore completamento nella magistrale struttura formale, in cui mistery, suspence, originale ricostruzione storica, suggestiva descrizione delle ambientazioni e pittorica rappresentazione dei personaggi, completano un grandioso affresco gotico che, nonostante il tributo che Evangelisti riconosce a Dick, splende di luce propria e di un'originalità non comune.

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