Consigli di lettura
Claudio Vercelli, “Il negazionismo. Storia di una menzogna” (2013)
«Se gli storici praticassero la storia come fanno i negazionisti, non ci sarebbe la storia, solo ideologie in competizione che urlano per essere ascoltate, in mezzo ad una cacofonia di voci dogmatiche. La pseudostoria prospera perché la storia conferisce potere. Per alcuni, è accettabile decostruire la storia di chi è al potere e ricostruirla dalla parte di chi non lo è. Mettere in discussione la storia scritta da chi è al potere è senz’altro un’impresa legittima, ma possono sorgere dei problemi quando la riscrittura della storia è guidata da un particolare programma ideologico, senza prendere in considerazione ciò che indicano la maggioranza delle prove.»
«Se non sono esistite le camere a gas non può esserci stato neanche il genocidio degli ebrei. Una delle prove che non sono mai esistite è data dal fatto che nessuno ha potuto testimoniare credibilmente della loro esistenza, laddove si dice invece che esse sono effettivamente esistite. In altre parole, i morti non hanno parlato e i vivi, poiché sono tali, non possono essere creduti (altrimenti, se dicessero la verità, sarebbero morti). Per i negazionisti se non c’è l’arma non c’è neanche il crimine… Il paradigma dell’indimostrabilità sta quindi alla radice della letteratura negazionista, basandosi su di una interpretazione circolare, tautologica, a tratti autocontraddittoria, a rasentare quasi il paradosso di Jourdain, dove si afferma contemporaneamente che «la frase seguente è falsa» e «quella che precede è vera».»
«Come insieme di atteggiamenti ha conosciuto dal dopoguerra ad oggi almeno quattro stagioni: la prima, caratterizzata dall’indirizzo neonazista, teso semplicemente ad occultare i crimini del regime hitleriano (tra il 1945 e il 1965); una seconda fase, economicista, che ha raccolto alcune suggestioni del negazionismo della destra radicale ritraducendole però all’interno di un apparato concettuale di derivazione marxista (tra il 1965 e il 1978); un terzo momento, quello del cosiddetto «negazionismo tecnico», che ha tentato di sganciare l’intero impianto critico da alcune delle sue più marcate premesse ideologiche, fondando i suoi giudizi di valore sull’analisi e la rilettura polemica delle fonti (tra il 1978 e il 1990); il quarto e ultimo periodo, tutt’oggi operante, che nasce dall’intreccio tra l’adozione che del negazionismo è stata fatta dall’islamismo radicale e la sua capacità di propagarsi sul web. Ovviamente questa cronologizzazione non è da intendersi rigidamente. Motivazioni, atteggiamenti, convincimenti si trasfondono da una stagione all’altra, da un autore all’altro.»
«… il nesso che lega in maniera indissolubile il negazionismo all’antisemitismo è l’accusa, rivolta agli ebrei stessi, di essere i costruttori di un «mito», quello del proprio sterminio. Il teorema di fondo che dà spessore a tale affermazione indica nella "natura" degli ebrei la disposizione d’animo a falsificare la storia, naturalmente a proprio esclusivo beneficio. L’antisemitismo si presenta indossando così le nobili vesti di una legittima reazione all’altrui offesa, una necessaria risposta nei confronti dell’aggressione provocata da quanti coltivano un progetto egemonico sotto mentite spoglie.»
L’utilità di questo manuale è palese, e anche l’attualità, purtroppo. Certo, nel frattempo sono trascorsi dieci anni, e la situazione è anche peggiorata. Ma restano comunque valide le considerazioni di massima e l’analisi generale di dinamiche che si stanno radicalizzando attraverso aspetti inediti.
Quella che compie Claudio Vercelli è una disamina del fenomeno del negazionismo della Shoah, e non solo della Shoah, come vedremo più avanti.
La situazione è peggiorata perché il fenomeno è in espansione e interessa sempre più anche aree non solo definibili con le vecchie categorie politiche di destra e di sinistra, che sono in buona parte in crisi ideologica; ma si riflette, all'interno della società occidentale, nell'allargamento a un'area priva di un'ideologia di riferimento certa, e che si autodefinisce né di destra, né di sinistra, impregnata di qualunquismo, e di un surrogato delle due anime tradizionali di provenienza con la tendenza alla contaminazione ideologica. Un surrogato che consente anche la liberazione di sentimenti razzisti e sciovinisti, e ovviamente antisemiti.
Oltre all'aumento che si verifica anche nell’area dell'islamismo radicale, anch'esso in forte espansione.
Ma torniamo al contenuto del libro di Vercelli.
Il negazionismo parte dal presupposto complottista, che viene assolutizzato, secondo cui tutto quello che ci hanno raccontato è falso, perché o l'Olocausto non si è mai verificato, oppure non si è verificato nei termini in cui ce lo hanno raccontato, e in questo secondo caso non era affatto così manifesta l'intenzione dei nazisti di sterminare gli ebrei. Oppure, ancora, se si è verificato in quei termini, va comunque relativizzato, mediante comparazione con tante altre situazioni, quindi sminuendone la portata. Il negazionismo originale pone al centro del suo paradigma teorico soprattutto la decisa e indiscutibile negazione dell'esistenza delle camere a gas. È questo il punto di partenza dal quale poi si dipana tutto il resto.
Ai negazionisti, dice Vercelli, non va quindi riconosciuta la dignità di interlocutori, tuttavia, il negazionismo va indagato come fenomeno sociale. Ed è quello che fa questo saggio.
Il negazionismo, di conseguenza, ha diversi fini: quello di screditare l’indagine storica che dà come assodata la Shoah, e dall’altro lato è un tentativo neanche tanto nascosto di sdoganare la riabilitazione del nazismo. La sua pretesa, insomma, è quella di voler riscrivere la Storia, rifiutando nelle fasi iniziali la definizione di negazionismo, promuovendo quella più presentabile di revisionismo, cercando di conferirgli così una dignità accademica, e nel contempo di assicurarsi un seguito in quell’area dell’opinione pubblica più permeabile alle narrazioni antisemite e complottiste.
Le teorie dei negazionisti sono ripugnanti e per questo trovano scarsi interlocutori nell’ambito storiografico, nonostante i tentativi di accreditarsi, ma li trovano in buona parte sul web dove è più facile spacciare falsità.
Il rischio di consolidamento di tale narrazione è reale, perché rovescia un dato di fatto, per l’assunto folle che, essendo l’Olocausto entrato di fatto indiscutibilmente nel senso comune, proprio ciò dimostrerebbe un grande e grave inganno collettivo.
Quello che compie Vercelli è un excursus storico con varie fasi, caratterizzate da diverse particolarità, storiche, culturali e geografiche: dagli USA, alla Francia, passando per l'Italia, fino al mondo arabo - mussulmano, e presentando ai lettori i profili di svariati teorici, che si vanno alternando sulla scena.
Pur riconoscendo in linea di massima l’antisemitismo dei nazisti, la maggior parte dei negazionisti ne nega la volontà programmata di sterminio, riconoscono l’esistenza di campi di concentramento, ma solo nell’ambito delle necessità di guerra, così come ne esistevano in altre nazioni. Erano semplici campi di internamento, il concetto di deportazione era da intendere in questo senso, e se morti vi sono stati, non sono stati dovuti alla volontà di sterminio, ma solo al contesto bellico.
Il negazionismo nasce soprattutto in ambienti vicini all’estrema destra, per poi estendersi a frange dell’estrema sinistra, ma anche in una zona ibrida dove si incontrano le due anime. Negli ultimi decenni si è diffuso nel web e in maniera particolare nel mondo arabo musulmano, soprattutto in Iran. Il comune denominatore è l’antisemitismo, la Shoah sarebbe solo una deliberata mistificazione della Storia, funzionale al complotto giudaico-sionista di controllo del mondo. La “favola della Shoah” servirebbe, quindi, a coprire il fatto che gli ebrei furono i maggiori responsabili dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Queste deliranti teorie sarebbero finalizzate non solo a riscrivere la Storia, ma anche al capovolgimento della colpa, facendo dei tedeschi le vittime e degli ebrei i carnefici. Speculano sui particolari e su minimi errori, per cercare di demolire ciò che è dato per assodato, enfatizzandone la portata ed estendendola all'intero fenomeno per negarlo, e nel contempo minimizzando o ignorando volutamente le prove più evidenti e impossibili da negare.
Pur non avendo la fortuna sperata, cioè quella di inserirsi nel dibattito storiografico ufficiale, approfittando persino delle divisioni e dei conflitti interni al campo scientifico, nel quale si sviluppa giustamente dibattito e dissenso, e dove però tutti danno per assodato come fatto storico indiscutibile la Shoah, il negazionismo continua comunque a gettare i suoi semi avvelenati in quei settori più permeabili alle teorie del complotto e nei settori dell’islamismo radicale.
In quei settori cioè dove il disagio esistenziale e il fanatismo ideologico e religioso influenzano la percezione della realtà.
L’antisemitismo si nutre di questi costrutti assoggettando la propria visione a ben precise finalità, che possono essere il capovolgimento della colpa, la negazione al diritto di esistenza e di autodeterminazione di un popolo, e la dimostrazione che il vero complotto è quello giudaico, iniziato col deicidio e poi diffusosi in altre forme, luoghi e circostanze.
Ogni evidenza per loro è falsificabile, tranne le teorie “alternative” che promuovono e che danno per assolutamente per certe.
Altro strumento “culturale” per relativizzare l’Olocausto, usato non solo nel mondo arabo, è il riduzionismo comparativo di ordine quantitativo: mettere sullo stesso piano per mezzo del conteggio numerico i morti a causa della guerra, con quelli uccisi per motivi di odio razziale. Il risultato che si vuole ottenere con questa macabra conta è che in totale i morti della seconda guerra mondiale furono molti di più di quelli della Shoah.
È davvero inquietante il fatto che certe convinzioni si stiano facendo sempre più strada nell'opinione pubblica internazionale.
La narrazione avviene su tre livelli distinti: rivendicare la legittimità al dissenso del negazionismo, con il diritto all’eresia e al libero pensiero; svincolarlo dal legame col neofascismo, operazione parzialmente riuscita, anche se dagli anni novanta in poi, ha avuto successo pure in parte della sinistra radicale antisionista; e la pretesa scientificità del metodo.
Il legame tra negazionismo e antisemitismo è profondo e si sostanzia spesso con la delegittimazione del sionismo, che viene rappresentato, non più come un movimento di liberazione nazionale, ma come una manifestazione del complotto della finanza mondiale giudaica. Anche se non detto proprio esplicitamente, il collegamento diventa evidente quando emerge la critica, anche di sinistra, al capitalismo, che lascia in ombra i rapporti di produzione, per dedicarsi all'elemento culturale che ha superato i vecchi schemi ideologici, proponendo l’ebreo-sionista come agente perverso della modernità.
A questo elemento, viene a intrecciarsi anche il terzomondismo, che ha il compito di rintracciare la vittima del colonialismo e di conseguenza anche le colpe del sionismo. L’antisionismo permetterebbe di sdoganare in questo senso l’antisemitismo che non può essere espresso in maniera esplicita per questioni morali, ma l’essenza resta comunque la stessa: il complotto giudaico.
E da questa visione terzomondista derivano anche le fortune riscosse presso il fondamentalismo islamico.
«Si tratta di delegittimare lo Stato d’Israele dalle sue fondamenta, decolpevolizzando le ideologie antisemite, invertendo il ruolo tra vittime e carnefici e imputando agli ebrei le responsabilità della situazione in cui versano i paesi del Terzo Mondo.»
L'accusa non è nuova, ma si appropria dell'esclusiva, legandola di nuovo al complotto ebraico di controllo mondiale, in accordo con l'antica indole manipolativa degli ebrei, facendo propri certi temi classici dell’antisemitismo come quello dei “Protocolli dei Savi di Sion”, riattualizzata con “l’occupazione illegittima sionista della Palestina, a garanzia degli interessi del colonialismo occidentale”. Quindi anche per questo motivo è funzionale a togliere legittimità all’esistenza dello Stato d’Israele.
Il negazionismo con la scusa della necessità di andare oltre la dicotomia destra - sinistra, per una riconciliazione storica, compie una rimozione di tutto ciò che sarebbe divisivo, perché la storia andrebbe riscritta liberandola, oltre che delle vecchie ideologie, anche degli elementi di perturbazione e di conflitto, e tra questi ci sarebbe la Shoah. Perché nel momento in cui è un grande ostacolo, non può essere esistito. Questa banalizzazione della storia intende annullare i conflitti e le complessità, lasciando sul campo solo il complottismo con l’unico conflitto accettabile, quello tra visibile e occulto.
Il terreno lo aveva preparato, dunque, la svolta negazionista degli anni settanta che non vedeva più solo l’estrema destra antisemita come protagonista, ma una decisamente più ampia area politica, vicina agli interessi del mondo arabo.
Il negazionismo prende le vesti della delegittimazione delle pretese sioniste, e non è confinato solo alla negazione dell’Olocausto, ma anche ai miti fondativi, depotenziando il dolorosissimo lascito della Shoah, per spostare su di sé l’immagine di vittime della Storia.
Riscrivere la storia vuol dire dare una versione alternativa che dichiara falso tutto quello che ci hanno detto, per rivelare una verità nascosta, certa e indubitabile.
La dialettica scientifica si nutre di dubbi, nel caso del negazionismo invece abbiamo una versione diversa dello scientismo, che si appella a prove materiali inconfutabili, ignorando i processi storici, le contraddizioni, le relazioni sociali, i particolari, per restare ancorata esclusivamente al tecnicismo delle “prove documentali”.
La lettura del processo storico avviene solo nell'ossessione della ricerca di una trama, di cui l’esistenza è data per certa a priori, che dimostrerebbe che tutto si regge su una grande cospirazione. Allo storico spetterebbe solo il compito di rimettere insieme i pezzi del puzzle di questo complotto.
Il negazionismo, inoltre, ha trovato rifugio anche in alcune componenti del cattolicesimo tradizionalista, quelle che rifiutano le conclusioni del Concilio Vaticano II, che ha dato un contribuito determinante a combattere il pregiudizio antisemita, componenti che si riallacciano quindi alla passata ricostruzione del paradigma antigiudaico del deicidio.
«È quindi in questo passaggio che due orizzonti ideologici alternativi trovano una comunione: in primo luogo, un discorso antisemita e negazionista centrato sul vecchio tema del "complotto ebraico mondiale" e che va scoprendo la portata dell’antisionismo. In secondo luogo, un discorso antisionista e antirazzista centrato sul "complotto sionista mondiale" e che va scoprendo il negazionismo e, in certi casi, l’antigiudaismo. Si assiste a un alternarsi di motivi: il punto di arrivo degli uni è il punto di partenza degli altri, ma nelle due figure l’"ebreo-sionista" finisce per incarnare la figura assoluta del male.»
«Il sionismo è l’avatar del complotto giudaico. Lo Stato d’Israele assurge a piattaforma materiale, ideologica e simbolica del nuovo capitolo di un libro senza fine, quello del dominio ebraico. A destra l’accento batte speditamente sulla natura "etnica" dell’ebraismo, al quale, in quanto stirpe, sarebbe consustanziale l’intendimento di soggiogare ai propri voleri il pianeta; a sinistra, invece, ci si sofferma sull’aspetto razzista, colonialista e sulla falsità dell’Olocausto in quanto rendita morale indebitamente autoattribuitasi dagli ebrei.»
Revisionismo e negazionismo, nella più recente declinazione e distinzione, hanno come fine di decostruire la storia, pur partendo da apparenti presupposti diversi.
«Il revisionismo si presenta quindi come una strategia di rilettura critica dei dati storici aggregati e, del pari, una proposta di reinterpretazione di ampio respiro di interi periodi storici, secondo un’impostazione a tratti quasi filosofica. Così facendo privilegia un approccio narrativo, discorsivo, basato sulle grandi sintesi, nella convinzione che la storiografia sia una disciplina a statuto debole poiché destinata a misurarsi con i singoli eventi, e con le loro qualità, e non con le quantità.»
Con la tendenza a rivestire di carattere ideologico la propria narrazione, il negazionismo invece diffonde le sue teorie come paradigma scientifico, ritenendo di poter raggiungere una verità assoluta in ogni suo aspetto.
Da quello che giustamente sostiene Vercelli, se ne evince che quello negazionista è un approccio culturale totalitario.
«Sono tre ingredienti il cui intreccio è reso possibile dall’identificazione di una nuova «questione ebraica», quella incarnata dall’intollerabilità della presenza dello Stato d’Israele, inteso come ebreo collettivo, il quale raccoglie e condensa in un’unica istanza i peggiori aspetti attributi all’«eterno giudeo», quello che non muta mai nella sua malvagità. Strategico, in questa dinamica, rimane poi il riferimento al trattamento dei palestinesi, inteso come matrice della violenza che sarebbe insita nel giudaismo, incarnatosi ora in una realtà politica permanente. Al di là dei rituali esercizi avversi agli ebrei, tuttavia, quella che è in gioco, in maniera assai più sottile che nel passato, è la competizione per l’assunzione dello "statuto vittimario" attraverso il ribaltamento delle accuse di razzismo sugli ebrei.»
Tanti, insomma, sono gli spunti che sollecita e porta in evidenza Claudio Vercelli. Questo è un saggio scritto con grande conoscenza della materia trattata, molto ricco di contenuti, dove l'analisi sul negazionismo si incontra con la necessità di chiarire le piccole e grandi menzogne volte a sminuire l’esistenza del popolo ebraico e a negare il suo diritto ad un’identità anche come nazione.

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