Consigli di lettura
Classici
Richard Matheson
"Ricatto mortale" (1953)
«Gli strumenti di cui Matheson si serve per perturbarci sono in apparenza tra i più semplici. Non si cerchi in lui lo stilista: ha un fraseggio secco e addirittura scarno, riduce tutto all’osso, non si perde mai in divagazioni. Suona paradossale chiamare ciò maestria, però è così.»
Valerio Evangelisti.
«Il protagonista di quasi tutti i miei primi racconti era qualcuno strappato dalla sua solita vita a causa di qualche strano incidente» spiega Matheson, e la definizione si adatta sia ai gialli che alla fantascienza. «Infatti, qualunque tema scegliessi, si adattava perfettamente al modo in cui la mia psiche operava in quel periodo. Non mi rendevo conto di seguire un tema ricorrente e quando gli altri presero a indicarmelo, ne fui sorpreso… ma questo vale per tutti gli scrittori: si potrebbero analizzare le opere di Bob Bloch, Harlan Ellison o Ray Bradbury, ripercorrere tutto quanto hanno scritto e scoprire che cosa avevano in mente mentre scrivevano. Scrissi “The Beardless Warriors” perché ero stato in guerra. Il capitolo iniziale di “Ricatto mortale" riproduce alla lettera il primo incontro tra me e mia moglie, Ruth. “In What Dreams May Come”, tutto il romanzo è affollato di scene tratte dal nostro passato. Immagino che accada a tutti gli scrittori… si può mascherare la cosa o ostentarla, ma non c'è rimedio; si scrive sempre della propria vita. D'altronde, le mogli dei miei personaggi si chiamano spesso Ruth.»
«E lei si voltò.
Occhi. Fu quella la mia prima impressione. Gli occhi color nocciola più grandi che avessi mai visto, occhioni enormi che parevano in cerca di qualcosa. Uno sguardo diretto, aperto, curioso. Ma privo di calore. Impassibile. Vi è mai capitato di essere osservati da un bambino seduto davanti a voi sull'autobus o sul tram?
Ecco.»
«Gelida. Come fosse una donna cui non importava niente di niente. Invece di una ragazza timida e timorosa, spaventata dal mondo e dai suoi infiniti orrori.
Mi allungai e le afferrai il polso. Non mi concesse l'onore di ribellarsi. Si limitò a guardare dritto davanti a sé.»
«Cercai di evitare la fissità di quello sguardo vitreo e la grande chiazza di sangue sul mio guanciale. Nascosi il corpo e la faccia sotto il copriletto azzurro. Poi spensi la luce, attraversai l'atrio e tornai in macchina.
Un errore. Ma chi è capace di fare la mossa giusta quando è sconvolto? Chi è capace di fare la mossa giusta quando ha i nervi a pezzi?»
Ho voluto riprendere per intero la citazione riportata in quarta di copertina, perché Evangelisti in poche righe (non a caso in poche righe) riesce a sintetizzare con grande efficacia l'essenza di questo straordinario scrittore. E' bene però precisare che questa citazione fa parte della postfazione ad un altro romanzo di Matheson, quel capolavoro che risponde al nome di "Io sono leggenda".
Ma per tornare all'oggetto della questione sollevata da Evangelisti, la sintesi estrema di cui Matheson fa uso, lo eleva ad un livello talmente alto nella letteratura di genere da non avere pari. Non ho infatti memoria di altri scrittori in quell'ambito che usino questo strumento allo stesso modo.
D’altronde, non è anche del tutto corretto definirlo uno scrittore di genere, dato che la sua narrativa comprende anche prodotti cosiddetti mainstream.
Lui stesso detestava essere incasellato in un genere, qualsiasi esso fosse. La cosa che riteneva più importante era la qualità della scrittura, sulla quale non deludeva mai.
È per questo che merita il posto che gli ho riservato sul Paradiso e tornerò ancora a recensire altre sue cose sul mio blog.
È a dir poco sbalorditivo, e non sto affatto esagerando, come lo scrittore americano riesca con poche parole, pochissime righe a descrivere sensazioni, sentimenti e ambienti. O meglio, l'idea che egli rende di cose, persone e impressioni non ha necessità di descrizioni aggiuntive e il vuoto tra le parole, la "sottrazione" con cui opera, è, appunto, come sosteneva Evangelisti, magistrale.
Oltre a essere il suo primo romanzo ufficiale, questo è anche il primo atto della cosiddetta Trilogia in Nero. “Ricatto mortale” non ha nulla da invidiare alle altre opere dello scrittore e contiene in sé tutto quello per cui Matheson è giustamente famoso e amato.
Narrato in prima persona, possiede svariati elementi autobiografici: il protagonista è uno scrittore con alcune caratteristiche in comune con Matheson, soprattutto nelle prime pagine del libro.
È un noir in piena regola, un noir freddo e spietato come pochi, in cui la scrittura saettante di Matheson si coniuga alla perfezione con suspence, romanticismo e tensione. Un romanzo che ha l'aura dell'opera maledetta, perché si può immaginare, senza alcuna difficoltà, cosa possa aver voluto dire leggere una storia del genere nel 1953, considerato che il livello di angoscia e perversione continuano sicuramente a destare notevole impressione anche oggi.
La morsa di un crudele vortice sembra catturare fin dall'inizio tutti i personaggi di questa storia, a cominciare dall'io narrante, colto da una febbre incurabile, e forse solo nell'epilogo riusciremo a percepirne la portata, ma solo a percepirla.
E a proposito di questo, non è nel "chi è stato" lo svelamento finale del mistero. In fondo, essendo pochissimi i protagonisti di questa tragedia, non ci vuole molto a prefigurarsi diverse soluzioni. Ma nell'essenza stessa del mistero, nella patologia che attanaglia tutta la vicenda, conferendogli quei tratti di estrema angoscia tanto cari alla letteratura di Matheson.
Il finale proprio per questo è assolutamente geniale, non si sofferma troppo sul falso colpo di scena (quello legato al chi è stato) e ne svela un altro più interiore, più strisciante e ben più inquietante. Per questo oserei dire che Matheson, pur appartenendo per discendenza originaria alla letteratura pulp, è un autore per lettori intelligenti, che non si fermano alle apparenze narrative. Insomma, lettori che sanno cogliere il suo agire per "sottrazione", che non è solo descrittivo, ma anche narrativo e "filosofico".
"Ricatto mortale", quindi, non è un semplice noir, ma un capolavoro, uno di quei tanti a cui ci ha abituato questo geniale scrittore, tra i più grandi autori del secolo scorso, al quale prima o poi, come auspicava lo stesso Evangelisti, spetterà di essere risarcito del giusto riconoscimento.

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