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martedì 30 luglio 2024

Antisemitismo eterno, la confutazione di Jules Isaac


Antisemitismo eterno, la confutazione di Jules Isaac


Per continuare sul tema del dialogo interreligioso, oggi, presento il libro di Isaac sull'antisemitismo. Non vuole essere una vera e propria recensione, ma un pretesto per continuare il discorso già iniziato l'altro ieri con Sansal e l'Islam.

Personalmente da cristiano, anche se eretico, ritengo un dovere favorire tale dialogo, che non può essere posto in essere senza il riconoscimento delle proprie responsabilità. Sarebbe deleterio per il cristianesimo stesso.


Per questo mi riconosco pienamente nel percorso di rinnovamento intrapreso dal Concilio Vaticano II, che è stato uno dei grandi meriti di una delle personalità del XX secolo che ho amato di più: Giovanni XXIII.

Idea che oggi andrebbe riaffermata con forza considerati gli attacchi insensati di cui è fatto oggetto.


Questo post è dedicato specificatamente alla confutazione della tesi del cosiddetto antisemitismo eterno, che serve ad alleggerire la coscienza di chi ha costruito il paradigma antigiudaico prima e antisemita poi, cercando di dimostrare che è l’identità ebraica stessa a stimolare avversione, negando processi storici ben definiti.


Nel 1956, lo storico francese di origini ebraiche, Jules Isaac pubblicava un libro che sarebbe rimasto una pietra miliare negli studi sulla ricostruzione storica dell’antigiudaismo, “Genesi dell’antisemitismo”, una rigorosa indagine attraverso i millenni che parte dall'antichità per arrivare alle soglie dell’anno Mille. Questo perché il libro si occupa appunto di origini e la fine del primo millennio e.v. costituisce una sorta di spartiacque, visto che di lì a breve avranno inizio le Crociate e le implicazioni saranno più complesse.


Jules Isaac, anni dopo l’uscita del libro, si impegnò anche a collaborare alla stesura del Concilio Vaticano II, contribuendo almeno teoricamente alla fine dell'antigiudaismo della Chiesa cattolica, che tante colpe purtroppo aveva avuto nel corso dei secoli per aver gettato le basi dell’antisemitismo moderno, perché è innegabile che l’antisemitismo di tutti i tipi, anche quello anticristiano, si sia proprio potuto innestare sull’antigiudaismo di matrice cristiana.


Quindi, è vero quello che affermava il filosofo cristiano Nikolaj Berdjaev, che l’unico antisemitismo che vale la pena indagare è quello a base religiosa? Isaac precisa che non è l’unico, ma che è comunque il principale. Per antisemitismo a base religiosa non si intende solo quello cristiano, ma anche quello pagano e quello musulmano, tuttavia secondo l’autore di questo saggio, quello «cristiano supera di molto gli altri due per continuità, spirito di sistema, dannosità, ampiezza, profondità.»


Jules Isaac però non sostiene che quello cristiano sia l’essenza dell’antisemitismo, sa quanti elementi economici e sociali siano entrati in gioco e soprattutto quando quello nazista fosse ben più feroce, animato anche dal paganesimo anticristiano, ma purtroppo è evidente, anche quando si scontrano, la correlazione e la saldatura tra i due (paganesimo e cristianesimo). Non è che sia venuto dal nulla quello nazista, le persecuzioni antigiudaiche sono iscritte in duemila anni di storia come marchi infamanti affibbiati agli ebrei. Senza tenere conto che tra i nazisti c’erano anche molti cristiani.


È il dovere di storico quello che anima Jules Isaac, che era ben lungi dalle generalizzazioni, dato che aveva avuto anche il merito di fondare in Francia, tra molti rischi e pericoli, gruppi di “Amicizia giudeo-cristiana”. Era il primo a riconoscere l’ammirevole carità di molti cristiani, e che neanche i torti, con le dovute proporzioni, fossero da una parte sola. Ma lo storico va ben oltre le vicende personali e i contesti presenti e passati: per lui dovrebbe restare solo la pura e cruda indagine.


L’atteggiamento della maggioranza dei cristiani, come primo approccio, è quello di rifiutare immediatamente la responsabilità del monopolio e dell’iniziativa, promuovendo l’idea dell'universalità spaziale e temporale dell’antisemitismo. Cioè che in qualsiasi epoca e spazio l’antisemitismo abbia accompagnato gli ebrei, perché connaturato con loro. 


Quindi, ne porterebbero loro stessi la responsabilità, visto che la persecuzione l’hanno subita da tutti, in qualsiasi luogo, lungo tutto il corso della Storia, insinuando una natura intrinsecamente asociale dell’ebreo, che lo portava ad essere esclusivista e di conseguenza ad attirarsi automaticamente odio. Ciò che si propone di indagare l’autore in queste pagine è se l’eterno antisemitismo è o non è una realtà storica. Ed è per questo che la ricerca è limitata solo alla genesi e cioè fino all'anno Mille e.v..


La storia precristiana di Israele inizia all’incirca nel duemila a.e.v., più o meno la stessa durata, di quella dopo la nascita di Gesù. Ed è documentata per la prima volta dalla stele del faraone Merneptah, figlio di Ramses II. Comunque in nessuno dei documenti di quel periodo viene rilevata traccia di qualcosa che possa fare pensare ad una forma di sentimento antigiudaico.


In fin dei conti, anche le persecuzioni e l’odio degli egiziani, con un’analisi attenta delle fonti storiche e dei miti, equivalgono più propriamente all'avversione e al disprezzo per l’invasore straniero asiatico, vedi soprattutto la significativa quantità di documenti che riguardano gli hyksos, solo in questo senso si potrebbe parlare genericamente, vagamente ed erroneamente di “antisemitismo”, ma non specificatamente di antigiudaismo.


Quindi, si entra nel primo millennio a.e.v. senza che nessun “antisemitismo” venga registrato. Così eccoci arrivati all'inizio della Diaspora, tra VIII e VI secolo, e al rapporto di assimilazione e di non assimilazione.

È quindi a causa della Diaspora e dei suoi caratteri così definiti, che prima o poi, gli ebrei si sarebbero attirati l’odio degli abitanti dei territori ospitanti. Ed è da questo punto in poi che si cominciano a vedere le prime tracce di antigiudaismo nel mondo antico, senza però che ne possa essere rintracciato il luogo e la data precisa della sua nascita. Un problema di assimilazione che avrebbe potuto riguardare qualsiasi altro popolo.j


Nel corso del II secolo, con il duro conflitto tra ellenismo ed ebraismo e la rivolta dei Maccabei, e il ritorno della Giudea all'indipendenza, e la volontà di espansionismo dell’ebraismo si scorgono i primi tratti di antisemitismo, che, tuttavia, non è così intenso come ci si aspetterebbe come reazione a un espansionismo di carattere religioso. Era d'altronde prevedibile che l'odio reciproco esplodesse, considerato l'alta inedita conflittualità tra mondo greco e mondo ebraico, odio che sarebbe stato intenso in qualsiasi altro caso a tali livelli, e quindi non caratterizzato dalla specificità ebraica.


E anche nei secoli successivi, nel paganesimo, non fu elaborato mai un vero e proprio paradigma a base razziale, con l'eccezione di documenti assai rari e marginali e del pensatore pagano Apione, a cui lo storico Flavio Giuseppe dedicò il libro “Contra Apionem o De antiquitate Judaeorum o De Iudaeorum vetustate”.


Primo vero teorico dell'antisemitismo, a cui gli antisemiti successivi, anche quelli contemporanei, devono un bel po’ di stereotipi, compresa la misantropia e l'omicidio rituale.

Apione espone le sue tesi con rabbia e odio, facendo leva sulla credulità umana, sull'ignoranza e la stupidità. Ed è proprio ciò che lo rende somigliante all’antisemitismo odierno.


Quindi l'antisemitismo “eterno” nasce a ridosso dell'era cristiana ed esprime tutto il suo potenziale nel I secolo a.v., ma sarà solo l'annuncio di quello che seguirà nei secoli successivi. 

Ma già gli stereotipi iniziali furono smentiti dal grande successo del proselitismo di allora. Infatti, l'ebraismo è stato attaccato solo quando è diventato forte, quando è cresciuto e si è diffuso dappertutto. 

Basta vedere quanto si sia estesa la pratica del sabato, quanto successo abbia avuto anche tra i non ebrei, nel mondo greco, così come altre pratiche.


Passata la breve parentesi della crisi dell’antisemitismo greco, quello che effettivamente resta è il conflitto tra cristiani e giudei, sotto lo sguardo divertito dei greci stessi. L’antisemitismo pagano, era insomma solo una reazione al proselitismo ebraico, con cui entrava in competizione.


I toni degli intellettuali pagani furono comunque sempre moderati e non raggiunsero certo la virulenza di quelli cristiani del “deicidio”, con il paradigma della colpa. Su questa moderazione ebbe buon gioco anche il fatto che il maggior nemico del paganesimo fosse divenuto il cristianesimo, sta di fatto che filosofi, pensatori e letterati greci mantennero quasi sempre un giudizio equilibrato e di benevola neutralità.


Tranne per brevi periodi e in casi molto rari, non c’è stata alcuna persecuzione nei confronti degli ebrei da parte del mondo romano pagano. Le prime relazioni nel II a.e.v. furono addirittura di amicizia e di alleanza. I conflitti, anche molto sanguinosi, sì, come nel caso della resistenza giudaica e dall’estensione della Diaspora nel territorio romano, la quale ha però goduto anche di privilegi, prova ne sia la concessione di “sola religio licita” nell’Impero, oltre al culto ufficiale.


Due citazioni finali:

«Tutto sommato, sotto la dominazione romana come sotto la dominazione macedone, gli Ebrei hanno molto spesso tratto vantaggi dalla benevolenza del potere; hanno ottenuto, dovunque si siano stabiliti, concessioni di privilegi. Sono quei privilegi che hanno suscitato la gelosia dei loro concorrenti e contribuito a fomentare l’antisemitismo. Questo è stato virulento (con intermittenze) solo per meno di quattrocento anni, dal II secolo a.C. al II secolo d.C. Quando si considera l’importanza assunta dalla Diaspora, ci si può meravigliare che esso non lo sia stato più a lungo.

***

Tra l’antisemitismo pagano, così definito e delimitato, e l’antisemitismo cristiano che gli darà il cambio a partire dal IV secolo, ci sono più differenze che analogie. La differenza fondamentale è stata messa in piena luce da Marcel Simon (in V. I., p. 263): «L’antisemitismo cristiano, poiché è alimentato dalla Chiesa, riveste un carattere ufficiale, sistematico e coerente, che ha sempre fatto difetto al primo. Esso è al servizio della teologia ed è nutrito da essa... Inoltre, a differenza dell’antisemitismo pagano che rispecchia molto spesso una reazione spontanea, solo eccezionalmente governata e organizzata, esso persegue uno scopo molto preciso: rendere odiosi gli Ebrei», e vi è riuscito, con un’azione metodica che si è rivelata, alla prova dei fatti, infinitamente più nociva di quella dell’antisemitismo pagano.

Questo va di pari passo con uno statuto privilegiato.

Quello inventerà il sistema di umiliazione.»


Prossimamente, tornerò ancora sul resto del libro.


“The Untouchables - Gli Intoccabili” (1987) regia di Brian De Palma

 


Cult Movie 


“The Untouchables - Gli Intoccabili” (1987)

regia di Brian De Palma 

con Kevin Costner, Sean Connery, Robert De Niro, Andy Garcia, Charles Martin Smith


«Ho un'altra cosa da dirvi: ho saputo che molti di voi bevono. Quello che avete fatto prima di oggi non mi riguarda, ma adesso dobbiamo essere puri e quindi voglio che smettiate. Non importa stabilire se si tratta o meno di un liquore innocuo, potrebbe anche esserlo, ma è ugualmente contro la legge. Per far rispettare la legge dobbiamo dare l'esempio per primi.»


«Calma, amico mio. Sta' calmo e tutto avverrà al momento giusto. Umh? Così è questo lavoro: non devi aspettare che accada, non devi neanche volere che accada, devi solo guardare quello che sta succedendo.»


«Lo sai che incassa più di tre milioni di dollari all'anno? Non paga una lira di tasse e non ha niente a suo nome. Se riusciamo a dimostrare che riceve dei pagamenti possiamo procedere contro di lui per evasione fiscale.»


«Devi scoprire dove respira lo stronzo, devi riuscire a scovarlo questo finocchio di Eliot Ness, lo voglio morto, la sua famiglia morta, voglio vedere la casa dove vive bruciata, voglio andare a pisciare sulle sue ceneri!»


Brian De Palma, si sa, è un maniaco della citazione e dell’auto citazione, oltre ad essere un perfezionista. È letteralmente “il mago delle citazioni” e in questo film si sbizzarrisce assai. Si vedano a tal proposito anche gli hitchcockiani ”Vestito per uccidere”, “Omicidio a luci rosse” e “Obsession - Complesso di colpa”. 

Una cosa si può affermare con certezza: con il regista americano il divertimento è assicurato, a prescindere dalla qualità delle sue pellicole. 


“Gli Intoccabili”, liberamente tratto dalle memorie del vero agente Ness, è ritenuto da buona parte della critica il punto più alto della sua carriera. Non so se sia effettivamente così, io tendo a preferire “Carlito’s way”, che è un film molto meno “costruito” e senz'altro più emotivamente sentito e autentico. È indubbio, però, che siamo di fronte, non solo a un grande film, ma anche a un tentativo di alto livello di antologizzare buona parte delle sue “manie”.


Quindi, è abbastanza ovvio che “The Untouchables" funzioni come un meccanismo ben oliato. Tutto si incastra a dovere in quest’opera di De Palma: dalla regia, alla sceneggiatura, alla recitazione, al citazionismo, alla suspense, ai dialoghi, fino alla battuta finale di Al Capone/De Niro che è entrata persino nel linguaggio comune.


Ciò che c’è di atipico qui, rispetto al consueto standard, è che il regista abbia deciso di fare un film, fondato sul conflitto netto tra bene e male. Non ci sono sfumature nei personaggi principali, e neanche nelle figure intermedie. Ritroviamo quasi sempre lo stesso schema di contrapposizione morale.

L’impostazione di Brian De Palma, invece, è di solito tutt’altro che così manichea. 


Tuttavia, è del tutto evidente che la rappresentazione di un tale conflitto, oltre che rispondere a una lettura semplice e lineare (il film funziona molto bene anche già solo da questa prospettiva), assume un valore maggiore cogliendo l’ironia e il sarcasmo che lo pervade dall’inizio alla fine. Insomma, il buon De Palma si prende gioco di una certa cinematografia tradizionale e lo fa proprio assorbendone gli stereotipi, giocando con questi al fine di confondere lo spettatore. Le citazioni sono la sua arma migliore da usare a mò di sberleffo.


Molte altre sue pellicole, infatti, sono caratterizzate da un’obliqua ironia di fondo che contribuisce ad esaltare la qualità e a sdrammatizzare il lato oscuro e perverso. Una delle poche eccezioni è proprio “Carlito's Way”, in cui la tragedia non si stempera mai nel farsesco, nonostante il personaggio caricaturale interpretato da Sean Penn. 


L’amore per la citazione, inoltre, trova negli “Intoccabili” massimo compimento, non solo, come al solito, Hitchcock e il Coppola del “Padrino”, ma soprattutto Sergio Leone, e non limitatamente a “C’era una volta in America”, ma anche alla sua produzione western, si veda lo scontro a fuoco ai confini col Canada, con la carica a cavallo condotta dalle “giubbe rosse” e i quattro intoccabili che appaiono nelle vesti di cavalieri pistoleri. A completare il tutto, c’è anche la colonna sonora composta da Ennio Morricone.


Cionostante, la vera sequenza stracult è quella che cita la “Corazzata Potemkin” di Ėjzenštejn, con la carrozzina con bebè che scende i gradini della stazione e la sparatoria rocambolesca. De Palma, però, nella sequenza destinata a rimanere come quella più famosa dell’intero film, non poteva certo accontentarsi di una sola citazione: la scena è un misto che va dal regista sovietico, passando ancora per Leone e per Hitchcock.


A Hitch è invece dedicata l’intera sequenza dell’inseguimento sul terrazzo del tribunale. È difficile non cogliere una serie di riferimenti a “Vertigo”, dalla scala quasi a chiocciola, fino all’epilogo.

“The Untouchables" è un film interamente al maschile nella recitazione, con un alto livello di testosterone. Tuttavia, la sfida attoriale tra un Kevin Costner appassionato e un Robert De Niro sbruffone, la vince il terzo incomodo: uno straordinario, ironico e misurato Sean Connery nei panni dell’onesto e saggio poliziotto irlandese Jimmy Malone.

lunedì 29 luglio 2024

Boualem Sansal su islamismo e Islam


L’approccio ai fenomeni sociali e storici renderebbe necessario l’approfondimento tramite lo studio della complessità, evitando semplificazioni e schemi ideologici precostituiti. Un approccio del genere, in relazione agli argomenti di natura internazionale, contribuirebbe inoltre anche a un percorso che faciliterebbe la comprensione reciproca e la risoluzione dei conflitti, non solo tra popoli, ma anche tra individui.


Ciò si renderebbe ancora più urgente in materia religiosa. Favorire il dialogo interreligioso non vuole dire solo creare occasioni di incontro, che spesso si risolvono in riti formali, in cui la buona volontà (se c'è) non produce nulla di più di un debole segnale. Vorrebbe dire andare incontro all’altro per cercare di capirlo veramente, mettersi nei suoi panni e rinunciare per un attimo alle proprie certezze, accantonando il più possibile i pregiudizi, con la consapevolezza, tuttavia, che non lo si potrà mai fare del tutto.

Vane speranze? Chissà.


Un'analisi approfondita della complessità religiosa, nel ricostruire la storia dal fenomeno del totalitarismo islamista, è quella che compie nel libro del 2013 “Nel nome di Allah” lo scrittore algerino Boualem Sansal, perseguitato dal fondamentalismo.

Tornerò più volte su questo prezioso e appassionato saggio, fino alla pubblicazione della recensione. 

Oggi inizio con due significative citazioni.


«Nelle discussioni sull’islamismo si sentono usare tanti termini che sembrano dire la stessa cosa, ma riferiti a realtà così diverse da lasciare confusi…

…Analogamente, alla parola “islamismo” fanno concorrenza termini altrettanto numerosi: fondamentalismo, integralismo, salafismo, Islam politico, Islam radicale. La confusione è completa quando inoltre – e accade spesso – a questi vocaboli se ne accostano altri, come wahhabita, sunnita, sciita ecc. È comprensibile che, con una tale profusione lessicale, alcuni finiscano per creare qualche amalgama, il più dannoso dei quali è per tutti confondere l’Islam, religione quanto mai rispettabile e fulgida, con islamismo, che è la strumentalizzazione dell’Islam in un’ottica politica – e talvolta di bassa politica –, criticabile e condannabile. Il lettore avveduto non cadrà in questa trappola, ma cercherà piuttosto di approfondire la conoscenza e formarsi così un giudizio autonomo.


A seconda della scuola e del contesto storico s’insegneranno dunque la moderazione e la comprensione oppure l’intolleranza e la severità, la persuasione attraverso la parola oppure l’assoggettamento con le armi, la cooperazione oppure la separazione e il conflitto ecc. Va da sé che la questione di natura religiosa è inquinata da considerazioni politiche: il potere e i partiti hanno sempre strumentalizzato la religione e costruito la loro propaganda di parte sui versetti che più convenivano, con il pretesto che l’Islam è una totalità e delibera su tutti gli interrogativi che si pongono al musulmano e alla comunità, siano essi di ordine teologico, politico, giuridico, sociale o di altra natura.»


venerdì 26 luglio 2024

“Il delitto perfetto” (1954) - regia di Alfred Hitchcock

 


Cinema - Cult Movie 


“Il delitto perfetto” (1954)

regia di Alfred Hitchcock 

con Grace Kelly, Ray Milland, Robert Cummings, John Williams, Anthony Dawson


«Prima di lasciare Il delitto perfetto, del quale abbiamo parlato come di un film minore, vorrei dirle che è uno di quelli che ho rivisto più spesso e ogni volta con molto piacere. È apparentemente un film di dialoghi, tuttavia la perfezione del découpage del ritmo, della direzione dei cinque attori è tale che si ascolta religiosamente ogni frase. Credo veramente che sia molto difficile riuscire a fare ascoltare con attenzione un dialogo ininterrotto; ancora una volta è riuscito a fare qualcosa che sembra facile, ma che in realtà non lo è affatto.»

Francois Truffaut 


«Tutta l’azione del Delitto perfetto si svolge in un soggiorno, ma questo non ha alcuna importanza. Girerei altrettanto volentieri un intero film in una cabina telefonica. Immaginiamo una coppia di innamorati in una cabina. Le loro mani si toccano, le bocche si uniscono e accidentalmente la pressione dei corpi fa in modo che il ricevitore si sollevi da solo e apra la linea. Ora, all’insaputa della coppia, la centralinista può seguire la loro conversazione intima. Il dramma ha fatto un passo avanti. Per il pubblico che guarda queste immagini, è come se leggesse i primi paragrafi di un romanzo o come se ascoltasse una commedia. Quindi, una scena dentro una cabina telefonica lascia a noi registi la stessa libertà che la pagina bianca allo scrittore di romanzi.»

Alfred Hitchcock 


«Nei romanzi le cose vanno come l'autore vuole che vadano; ma nella vita no, mai. Il mio delitto sarebbe come il mio bridge: farei qualche stupido errore e me ne accorgerei quando mi sentissi guardato da tutti.»


Se non esiste il delitto perfetto, esiste però il meccanismo perfetto con il quale costruire un film. E questo è il caso anche del “Delitto perfetto”, pellicola del 1954, nella quale Grace Kelly recita per la prima volta diretta da Hitchcock.

Questo film ebbe però la “sventura” di uscire pochi mesi prima di una delle più celebri opere del maestro del brivido inglese, quella “Finestra sul cortile” che vide di nuovo la collaborazione tra i due. Lo stesso Hitch non nutrì mai troppa considerazione per questa sua creatura, sottovalutandone invece l’impatto e il successo. E pensare che lo girò in soli trentasei giorni. 


Eppure, “Il delitto perfetto” è un vero e proprio gioiello, che avrebbe potuto fare la fortuna di qualsiasi regista, con quattro attori nei maggiori ruoli maschili assolutamente all’altezza del ruolo, a partire da un sinistro Ray Milland, tagliente e assai efficace nell’interpretazione di un personaggio con la mania del controllo. La struttura del plot si regge tutta sullo svelamento immediato del colpevole. Quindi, non è un giallo che poggia sul solito "chi è stato?”. 

Ma non per questo mancano i colpi di scena: sono due e sono posti uno al centro del film e l’altro alla fine.


Quasi tutto il film si svolge in una stanza e la struttura è quella del dramma teatrale, schema che si era già presentato soprattutto in “Nodo alla gola” e che, da un’altra prospettiva, si ripeterà anche nel successivo “La finestra sul cortile”. 

Infatti è tratto proprio dall’opera teatrale omonima del 1952 di Frederick Knott.

Questo taglio teatrale permette a Hitch di congegnare dei dialoghi molto fitti, in cui vengono dettagliate le motivazioni del delitto e, poi, il conseguente svolgimento, e in cui si inserisce magnificamente la fotografia a cura di Robert Burks.


Tutto è relativo e capisco che, quando ci si trova al cospetto di una filmografia ad altissimo valore artistico, una pellicola come questa può essere inserita nella produzione minore. Tuttavia, facendo attenzione proprio ai particolari e alle sfumature, si può comprendere quanto “Il delitto perfetto” debba invece essere considerato come un anello di congiunzione essenziale nella produzione del regista inglese.


Anche quando, quelle poche volte in cui la macchina da presa abbandona il soggiorno e la casa di Grace Kelly e Ray Milland, non sembra affatto abbandonarla davvero: sono solo piccoli brevi inserti, che non fanno altro che radicare la convinzione nello spettatore, che la vera storia può svolgersi solo lì e da nessun'altra parte. Si guardi per esempio alla sequenza che contiene insieme il processo e il carcere, che avviene in una sorta di non luogo onirico da incubo, e che si risolve in pochissimi minuti con una assai sintetica girandola vorticosa.


Hitch non si accontenta di questo, va oltre: crea anche una certa dose disorientamento, confondendo lo spettatore sulle intenzioni reali di almeno quattro dei personaggi principali, e forse anche dello stesso ispettore Hubbard, e lo fa in momenti diversi del film. La stessa Grace Kelly, che sia nella “Finestra sul cortile”, che in “Caccia al ladro” incarna perfettamente un’affascinante donna stupendamente lineare, priva di qualsivoglia ambiguità, qui, viene a trovarsi sotto la luce della trasgressione, non fosse altro per il suo palese tradimento erotico amoroso, tenuto prudentemente sotto traccia dal regista, ma lo fa con sorprendente candore, quasi fosse una cosa del tutto innocente.


Le sequenze da antologia sono diverse: quella della telefonata, col tentato omicidio e con le forbici, e quelle diverse sulle chiavi. 

Come al solito, a Hitchcock riesce perfettamente e in maniera del tutto naturale di tenere viva l’attenzione, giocando appunto anche solo sui particolari.

Proprio per rendere la profondità prospettica di alcune delle suddette sequenze, il film fu girato originariamente in formato stereoscopico, la prima versione del 3D, che non credo sia purtroppo facile da trovare.


Nonostante la costruzione della trama su una pièce teatrale e la fitta rete di dialoghi, il film mantiene alta la tensione dall’inizio alla fine, comunicando suspense ed emozioni analoghe a quelle di un film d’azione. Questa era la genialità di Hitchcock: creare suggestioni visive e narrative, servendosi di tutti i mezzi a disposizione. 

mercoledì 24 luglio 2024

Angela Carter, “I buoni e i cattivi” (1969)

 


Classici


Angela Carter, “I buoni e i cattivi” (1969)


«Le marmaglie venivano a devastare, a rubare, a saccheggiare e, se necessario, a uccidere. Simili a folletti in un incubo, avevano la pelle variopinta e strascichi fluenti di capelli come imponenti criniere. Scintillavano dietro gli strani scudi di metallo ricurvo dragati dalle rovine. I loro cavalli avevano bizzarre bardature fatte di stracci, coltellini, campanelle e catene che tintinnavano da criniere e code, mentre uomini e cavalli insieme, centauri scellerati, crudamente impiastrati di pittura, parevano raddoppiati nelle loro dimensioni naturali. Sparavano da lunghi fucili. Attaccata dagli orrori della notte nelle prime ore del mattino, la folla gentile si disperse urlando.»


«Lei sollevò il sipario di criniera nera e, incredula, fece scorrere le mani per tutta la lunghezza della schiena decorata. Sul lato destro c’era la sagoma di un uomo e sul sinistro quella di una donna e, lungo la colonna, un albero con un serpente attorcigliato intorno al tronco. Un complicato disegno colorato di blu, rosso, nero e verde. La donna porgeva all’uomo una mela rossa e diverse altre mele crescevano tra il fogliame verde sulla chioma dell’albero, che gli si allargava sulle spalle, mentre le radici nere si torcevano e finivano all’attaccatura delle natiche. Le sagome erano statiche e vivaci; Eva esibiva un sorriso perfido. Le linee di colore erano incise con precisione ossessiva sulla compatta pelle splendente che si sollevava e si abbassava al respiro di Gioiello, dando l’illusione che la lingua biforcuta del serpente dardeggiasse e che il fogliame dell’albero ondeggiasse alla brezza, un effetto che l’artista doveva aver previsto e progettato.»


«Quella terza cosa, quella bestia erotica, era informe, priva di occhi, dotata di una sola bocca. Era anfibia e nuotava nelle acque nere e salmastre nutrendosi solo della notte e del silenzio; Marianne chiudeva gli occhi se le capitava di intravederla alla luce della luna. E non esistevano paroline dolci, né alcuna ragione per usarle. La bestia aveva denti e artigli. Talvolta si trasformava in un puro strumento di vendetta, benché spesso il suo impeto la portasse a trascendere la sua funzione. Poi la bestia si scindeva, loro tornavano a essere in due e si risvegliavano nella mutua diffidenza del mattino.»


Angela Carter, scrittrice inglese del secolo scorso, nonostante sia morta a soli cinquantadue anni, ha dato un contributo decisivo ai generi fantastico, gotico e horror, spesso miscelati insieme in maniera del tutto originale e casuale, come in questa storia. Autrice di racconti e romanzi assai affascinanti, con al centro spesso infanzia e adolescenza pesantemente violate.


Ha scritto il soggetto e ha collaborato alla sceneggiatura dell’originalissimo film fantasy “In compagnia dei lupi” di Neil Jordan, tratto da un suo racconto e che è la rielaborazione della fiaba di “Cappuccetto Rosso”, in chiave horror.

Ed è proprio di fiabe nere che è piena la produzione della Carter, a partire dal fortunato romanzo “La bottega dei giocattoli”.


“I buoni e i cattivi” è ambientato in un non meglio precisato futuro post apocalittico, in cui la ragazzina protagonista, Marianne, si muove con stupore e ingenuità. È un mondo dallo schema sociale molto rigido, dominato dalle figure dei Professori, una comunità composta da contadini Operai, che hanno come guida un numero ristretto di Professori e protetta dai Soldati.


È un mondo che è una specie di Eden artificiale, ai confini del quale vivono esclusi i “Barbari”, figure mitiche quasi mostruose, razziatori, pezzenti e nomadi, abitato anche da Quelli di Fuori, esseri ripugnanti non umani privi di status sociale, «gli emarginati degli emarginati», forse figli di mutazioni genetiche.

L’ambiente di Marianne è quello delle élite dato che è figlia di un professore.

Ma un’incursione dei barbari cambia per sempre la vita della ragazza. 


Questo è un romanzo dalle molte sfaccettature, delirante, dalla fantasia irrefrenabile, selvaggio e ambiguo come spesso accade nella narrativa della Carter, un crudele romanzo di formazione, che parte dal rapporto della ragazzina col padre che le trasmette l’amore per la lettura, la scrittura e lo studio. Vivono in una bianca torre che è come un avamposto, circondata dall’inferno. Loro due soli con una vecchia tata.


Marianne è una ragazzina irrequieta che ama andare in giro da sola a esplorare quel folle mondo allucinato, osservando il mistero delle multiformi figure che la circondano, di personaggi grotteschi di cui è piena la sua realtà. 

Una realtà che è come se fosse qualcosa di impalpabile di fluido come lo è anche il tempo che appare indefinito, così come la collocazione nel futuro e i contorni della passata apocalisse. 

Assiste a episodi di cruda violenza e di sangue. 


Come ogni fiaba che si rispetti, anche questa ha i suoi luoghi fantastici, incantati: la bianca torre, la palude, la foresta, l’accampamento, i villaggi, una città pietrificata.

È tutto sospeso tra incubo, sogno e gioco, una realtà nella quale Marianne ha intenzione di lasciare il segno, di non subirla passivamente. È come un’Alice a metà strada tra il paese delle meraviglie e quello degli orrori. 


Leggendo il romanzo della Carter, si ha come la sensazione di trovarsi immersi in un dipinto dei maestri fiamminghi Bruegel o Bosch, è un affresco composto da visioni allucinate che si susseguono in un contesto spiccatamente rurale. 

Verso il finale appare anche una citazione “mascherata” di un celeberrimo film di fantascienza uscito l’anno prima. Lascio ai lettori, che vorranno leggerlo, il piacere di scoprirla.


La fuga rocambolesca col barbaro dal nome Gioiello, cambia all'improvviso la vita di Marianne che assume i toni della fuga d’amore, dell’avventura picaresca. Ma è soprattutto una fuga da un universo insensato, disumano, alla ricerca di un microcosmo nel quale si possa vivere in armonia, lontana da questo putrido inferno. Chi sono i buoni? Chi, i cattivi? Restano solo le apparenze?


È l’incontro tra due estranei, tra due mondi diversi, quasi opposti, che non è detto avvenga per la prima volta. Sono due visioni della realtà in cui l’altro è percepito attraverso le lenti deformanti del pregiudizio, di leggende costruite e tramandate per generazioni, scaturite non da riscontri reali, ma dalle reciproche paure.

A tratti sembra di leggere “Il signore delle mosche”, anche se qui gli adulti non mancano di certo, ma sono in fondo adulti che si comportano come bambini.


È un viaggio allucinato quello che compiono, come due spettri che si muovono all'interno di un incubo colorato, a uso e consumo di Marianne.

L'arrivo all’accampamento dei Barbari è il culmine dell’allucinazione con Marianne in preda alla febbre per un morso di serpente. L’accampamento è un luogo con al centro un grande edificio in completa rovina. 

La prosa della Carter raggiunge toni visionari, tra tanfo e degrado generalizzato.


Marianne fa la conoscenza della signora Green, fuggita anche lei con un barbaro molto tempo prima, che le viene presentata come matrigna di Gioiello, alle cui cure viene affidata, facendole anche in qualche modo da madre; e fa la conoscenza del dott. Donally, un inquietante personaggio, lo sciamano, un “gigante” dalla barba bicolore, un uomo raffinato ed estremamente curato, che stona con l’ambiente circostante. Un manipolatore. I capi della tribù sono i fratelli Bradley, la famiglia di Gioiello. E Gioiello è il loro leader.


La ragazza fa fatica a comprendere questo nuovo mondo, a collocarsi al suo interno, come a comprendere i suoi abitanti, il loro ruolo, sono sporchi e cenciosi, ma sempre tutti presi da qualche attività. 

I bambini sono tutti affetti da qualche malanno, vivono in uno stato di promiscuità, dato che lo spazio a disposizione dei nuclei familiari è molto scarso.


Ma l'essere che vive nel più assoluto degrado è “l’idiota”, figlio del dottore, legato a volte a una catena e costretto a stare all’aperto, ridotto allo stato di una bestia, come vuole lo stesso dottore.

Marianne si rende ben presto conto che il fascino romantico, che aveva immaginato nei confronti dei Barbari e che l’aveva indotta a lasciare il suo mondo, è solo un’illusione ed è costretta a impararlo a sue spese.

Tuttavia, un dubbio le resta nella mente: quel mondo esiste davvero o è solo una proiezione dei Professori?


Il punto di forza di Angela Carter è l’intensa capacità descrittiva che imprime alla sua prosa altamente poetica, relativamente a situazioni, luoghi, caratteri, sentimenti, sensazioni e pensieri. Il linguaggio erudito e sapiente che mette in bocca a Marianne e Gioiello, nonostante lui sia analfabeta, rende ancor più incredibile l’atmosfera surreale in cui è immersa tutta la storia.


Una descrizione delirante e febbrile percorre il racconto, facendosi, aspra oppure dolce, scarna o barocca, vivida oppure sfumata, a pieni colori o perduta nella nebbia, insieme ad un erotismo morboso e malato, tra fatale attrazione e tremenda repulsione, che vive riproducendosi, visto che ogni sentimento affettivo è svanito a beneficio di comportamenti del tutto deliranti, nonostante i protagonisti siano mossi da indefiniti e incontrollati impulsi verso la ricerca di una nuova identità. 

«Il mondo si trasforma in sogno e il sogno in mondo.»

lunedì 22 luglio 2024

“Il Quinto Elemento” (1997) - regia di Luc Besson


 Cinema - Cult Movie 


“Il Quinto Elemento” (1997)

regia di Luc Besson

con Bruce Willis, Milla Jovovich, Gary Oldman, Ian Holm, Chris Tucker, Maïwenn, Luke Perry


«Bene, Generale, le mostrerò una cosa ora... Questa è una normale catena di D.N.A. umano, ce lo abbiamo dentro lei, io, tutti, va bene? Adesso guardi... Gli elementi costitutivi della sua catena di D.N.A. sono identici ai nostri, ma la sua struttura molto complessa è frutto di infinita conoscenza genetica, come se quest'essere sia stato... Costruito! Sottoporremo le cellule a scansione igienica, ma già sono, manca un aggettivo più calzante... Perfette! »


«Detesto i guerrieri: hanno una mentalità ristretta. Peggio ancora, lottano per cause perse: per l'onore! L'onore ha ucciso milioni di persone e non ne ha salvata una. Sa invece chi mi piace? L'assassino, il sicario professionista, il killer: sangue freddo, tecnica, pulizia e metodo! Un vero killer prendendo in mano lo Z.F.I. mi avrebbe subito chiesto la funzione del bottone rosso sotto il grilletto!»


«Guardi quanti oggettini, tutti impegnati a lavorare, adesso... Osservi quanto ognuno di essi si rende utile! È una sorta di balletto leggiadro, una danza piena di forme e di colori. Ora, pensi alle tante persone che li hanno creati: tecnici, ingegneri, centinaia di operai che potranno sfamare i propri figli stasera! E questi figli una volta cresciuti avranno un giorno non lontano dei loro figli e così via, così via, via così in eterno! Andando così ad aggiungersi alla grande catena... della vita! Vede, padre, provocando una certa distruzione, io di fatto incoraggio la vita. In realtà io e lei siamo colleghi. »


Gli ultimi anni del ventesimo secolo furono un periodo molto fecondo per la fantascienza cinematografica, e ciò in linea di massima valse per tutti i suoi sottogeneri, quasi che l’approssimarsi della fine del millennio favorisse la creatività di registi e sceneggiatori. E lo fu in particolare il 1997, anno già celebrato anticipatamente da John Carpenter con la sua “Fuga da New York”.


Ed è proprio del 1997 “Il Quinto Elemento”, prodotto sui generis, non solo di pura evasione, di un regista molto particolare: il francese Luc Besson.

Favola ironica, tecnologica e visionaria, ambientata nel futuro XXIII secolo esattamente nel 2259, e che ha a tratti l’andamento di un videogioco, questo film fa sfoggio di tutti i classici ingredienti della fantascienza: battaglie spaziali, alieni buoni alleati dei terrestri, alieni brutti e cattivi servitori del malvagio: in questo caso il perfido Zorg che minaccia la distruzione della Terra.


Viene coinvolto anche l’antico Egitto con una profezia contenuta in un’iscrizione vecchia di millenni piena di geroglifici. Sono infatti gli anni di “Stargate” e Besson trae ispirazione anche da quel film, aggiungendo però molto di suo e con una quantità maggiore di ironia, decisamente più raffinata, collegandosi inoltre idealmente a “Barbarella”. Anche qui c’è un’eroina sexy, addirittura più stralunata, in possesso pure lei di un particolare potere. 


Il nucleo del film è costituito dall'eterna lotta tra il bene e il male e il regista affida la parte del villain a uno che se ne intende molto bene: un Gary Oldman completamente schizzato.

La scelta dell’eroe cade invece su Bruce Willis, estremamente a suo agio nei panni del tassista Korben Dallas, ex maggiore dei Servizi Speciali, ruvido personaggio, sempre al limite dei comportamenti legali. 


Il Quinto Elemento, punto di equilibrio degli altri quattro (aria, acqua, fuoco e terra), e metafora della forza creatrice femminile, è incarnato da Milla Jovovich, che interpreta un’ingenua e dolce fanciulla di nome Leeloo, clonata grazie a un frammento di mano, una sorta di svampita Lara Croft. 


Nel cast sono presenti anche un ottimo Ian Holm nella parte della guida spirituale Padre Vito Cornelius, che recita con notevole dose di autoironia, e l’effervescente attore comico Chris Tucker che interpreta un caricaturale e spassoso radiocronista.

Oltre che a “Stargate” e a “Barbarella”, nel film di Besson si possono cogliere sottili riferimenti testuali e visivi a “Guerre Stellari”, “Brazil” e “Blade Runner”.


Non è un capolavoro, è vero, ma il film è assai gradevole e divertente, dal ritmo molto sostenuto, fatto di mille trovate narrative e sceniche e con storia d’amore annessa, si lascia vedere, insomma, molto bene. Offre, inoltre, un contributo, tutt’altro che modesto, alla fantascienza avveniristica, con un pizzico di space opera e perfino con la presenza di singolarissimi antichi alieni d'Egitto, che nel contesto scherzoso non stonano affatto, anzi, l’uso della tematica cospirazionista crea al suo interno gli anticorpi necessari a che il film assuma l’aspetto di una assai divertente satira nei confronti di certe teorie strampalate.


Suggestiva la ricostruzione in digitale della Nuova Manhattan futurista con aerotaxi e automobili volanti, che sfrecciano in un traffico caotico in mezzo ai grattacieli, ispirata alle architetture di Antonio Sant’Elia.

Il paesaggio urbano e le location sono pieni di colori sgargianti e di costumi fantasiosi, altra analogia con la coloratissima “Barbarella”, nonostante siano passati trent’anni, in controtendenza con l’abitudine, emersa negli ultimi decenni, con solo qualche famosa eccezione, di ambientare le storie in atmosfere cupe, notturne e piovose.

 

Le collaborazioni di disegnatori del calibro di Moebius e Mezieres e dello stilista Gautier contribuiscono ad elevare la qualità dell'insieme. 

Sequenza migliore del film, che fa un po’ il verso a “Mars Attacks!”, uscito l'anno prima: la celeste e celestiale soprano aliena Diva Lady Plavalaguna che canta la celebre aria della “Lucia di Lammermoor" di Gaetano Donizetti, interpretata da Maïwenn, già moglie del regista fino al film, dopo il quale questi iniziò una relazione proprio con Milla Jovovich, che sposò nel 1998.


Questo film è un tentativo di riposizionamento nella tradizione di una sf non troppo impegnata e con stereotipi classici, ma che spinge molto verso tecniche, sceneggiatura e interpretazione esplicitamente pop. È un po’ un riassunto parodistico del filone della minaccia aliena anni cinquanta sessanta, passando attraverso un marcato rinnovamento estetico.

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