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venerdì 25 ottobre 2024

Abraham B. Yehoshua, “L’amante” (1977)

 


𝗖𝗹𝗮𝘀𝘀𝗶𝗰𝗶

𝗔𝗯𝗿𝗮𝗵𝗮𝗺 𝗕. 𝗬𝗲𝗵𝗼𝘀𝗵𝘂𝗮, “𝗟’𝗮𝗺𝗮𝗻𝘁𝗲” (𝟭𝟵𝟳𝟳)

«Chiudo gli occhi, spero ancora. Tutto è silenzio. I pensieri si calmano, la cartella è in ordine, la porta chiusa a chiave, le persiane abbassate. In strada c’è silenzio. Tutto sembra fatto per il sonno… Forse ho dormito un minuto o due, ma poi il tempo è passato, e ho capito che non dormo affatto, che la fiammella che mi arde in fondo all’anima non mi darà pace, e comincio a rivoltarmi nel letto. E questa strana irrequietezza continua ad aumentare. Rivolto il cuscino, cambio posizione ogni quarto d’ora, poi ogni pochi minuti. Un’ora se ne va.»

Abraham B. Yehoshua era un uomo di pace. Oltre ad essere scrittore, sentiva come un dovere l’impegno civile affinché fosse possibile un dialogo attraverso cui risolvere il conflitto israelo-palestinese, cosa che oggi appare un’assoluta utopia, un'assurdità, in un Medio Oriente precipitato in una fosca, distruttiva e demenziale guerra che sembra eterna, senza fine e senza soluzione. Era lo stesso impegno di altri due scrittori israeliani: Amos Oz e David Grossman. 
“Beati i costruttori di pace” ebbe a dire un altro più famoso ebreo.

Secondo un altro scrittore israeliano Alon Altaras, Oz, Yehoshua e Grossman avrebbero fatto parte di una sorta di ideale “Trinità”, un terzetto che ha avuto il merito di far conoscere al mondo occidentale la letteratura israeliana contemporanea e di aver promosso le ragioni sia degli israeliani, che dei palestinesi, cercando sempre un punto d’incontro tra le due realtà. Erano la coscienza critica di Israele. Nel momento in cui quel mondo ha perso prima Oz, e poi Yehoshua, è diventato assai più povero.

Il fanatismo di ambo le parti, l’ignoranza, il terrorismo, il pogrom del 7 ottobre spacciato per atto di resistenza, gli orribili bombardamenti e l’intransigenza si diffondono, invece oggi, abbastanza incontrastati. Si uccide insieme agli esseri umani, anche ogni tentativo di dialogo, ogni speranza di pace, così come fu ucciso a suo tempo Rabin. Con antisemitismo (spesso mascherato da antisionismo, senza preoccuparsi di conoscere la storia dei vari sionismi) e odio per l'Islam ai massimi livelli, di cui sono responsabili non solo i fautori, ma anche molti di quelli che pretenderebbero di combatterli, e di farlo ovviamente solo con la violenza e con le armi. Il dialogo e il compromesso non sono più contemplati.

Da una parte, i tagliagole promotori dello Stato Islamico, sono definiti eroi della resistenza; dall'altra, i guerrafondai estremisti, attenti solo ai loro interessi, e a progetti di suprematismo, si ergono a difensori della patria. Nel frattempo dal fiume al mare cresce una follia distruttiva e autodistruttiva. Le responsabilità non peseranno certo allo stesso modo, ognuno può dilettarsi nel gioco quantitativo al massacro. È invece ignorato ciò che è più importante: che non c’è una sola ragione, le ragioni e i diritti sono due, e andrebbe quindi trovato un compromesso, se si vuole fermare la follia della guerra e il tumore dell’integralismo e del fanatismo.

“L'amante” lo lessi la prima volta più di trent'anni fa. Infatti, la mia edizione è del 1990. È stata la mia prima lettura di un'opera di Abraham B. Yehoshua, ed è anche il suo primo romanzo, un’opera che mi colpì profondamente, che contribuì a fare crescere il mio amore per Israele, per una certa Israele. L'Israele dei diritti umani, dei diritti civili, dei diritti economici, dell’uguaglianza tra le etnie e tra le fedi religiose, dell’uguaglianza tra gli individui nel rispetto delle differenze, dei kibbutzim e dell’emancipazione sessuale, del quale i tre scrittori si sono sempre fatti portavoce nella letteratura. 

La storia si svolge a Haifa, nel 1973. Ci troviamo all'epoca della Guerra del Kippur.
È un romanzo raccontato in soggettiva da diverse voci narranti, che si alternano, intrecciando a volte lo stesso piano narrativo, a volte no, e sempre con una diversa prospettiva. Ed è proprio questa particolarità che, rileggendolo, mi ha di nuovo colpito, ma in modo ancora più intenso. E non poteva essere altrimenti, considerate le implicazioni attuali.
È un romanzo concepito sulle metafore, molte delle quali si intuiscono. Altre sono invece più chiare. È un continuo straordinario intrecciarsi di riferimenti simbolici.

Yehoshua possedeva un modo stupefacente di raccontare. In questo romanzo, entra e esce dai personaggi in continuazione, ne assume il punto di vista con estrema naturalezza e duttilità. Nel narrare, viene fuori anche la diversa percezione reciproca, dei due universi: quello ebraico e quello arabo, quella di rappresentarsi l’un l’altro. Una percezione distorta, soggettiva, spesso errata, sempre però potenzialmente tesa verso un possibile incontro, verso la comprensione reciproca. E l’amore potrebbe aiutare.

Nel libro, si respira un’atmosfera oppressiva che condiziona la vita degli israeliani, già allora, come sempre, come adesso, fatta di conflitti personali, etnici e sociali, delle tante anime diverse che convivono in Israele, che si amano, si odiano e semplicemente, si ignorano.
È fondamentalmente una storia sull'incomunicabilità, sul desiderio e sulla mostruosità della guerra.

“L’amante” è un romanzo sul desiderio, come lo si arriva a perdere e come lo si può ritrovare, sull’amore che prende strade diverse da quelle usuali. Sul rincorrersi a vicenda e rincorrere qualcun altro. È una storia dall’andamento molto particolare, nella quale le linee narrative si confondono. Una storia d'amore molto singolare e disperata. Ed è una storia sullo scontro, ma anche sull’incontro e sul dialogo tra le anime diverse di questa tormentata terra. 

Le voci sono quelle di Adam, di sua moglie Asya, di loro figlia Dafi. Sono questi i primi protagonisti che appaiono nel romanzo, ne seguiranno un po’ alla volta altri, di cui il lettore capirà la natura e le motivazioni con lo scorrere delle pagine. 
C’è anche Gabriel, che Adam descrive come l’amante della moglie, che vive con loro, e che all’improvviso scompare. Tuttavia, non è l’unico amante della storia, e non solo di amore erotico si tratta.

Ad un certo punto arriva Na’im, giovanissimo arabo, coetaneo di Dafi, che inizia a lavorare nell’officina, e un nuovo mondo, un mondo parallelo irrompe nella narrazione. È un universo separato, così vicino fisicamente, e così lontano, perché caratterizzato da una prospettiva esistenziale completamente diversa. È l’universo di un arabo israeliano, quello che è al centro della narrazione di Na’im. Con l’ombra del terrorismo che si allarga su tutti loro, anche sulla sua famiglia. Finché Na'im non si innamora. 

La voce narrante misteriosa di Vaduccia, altra narratrice, si fa invece strada un po' alla volta, a sprazzi, lentamente, e solo ad un certo punto Yehoshua svelerà al lettore di chi si tratta, incredibile invenzione letteraria, che ha destato in me grande impressione durante questa rilettura, richiamandomi alla mente un’esperienza simile. Vaduccia incarna anche l’anima più antica di Israele.

Ma le analogie non finiscono qui. La sua rilettura, come sovente accade, mi ha regalato nuove suggestioni. Mi sono via, via, riconosciuto in parte dei punti di vista dei vari personaggi, oltre a Vaduccia e alle sue allucinazioni: l’insonnia di Dafi, gli incubi di Asya, la difficile ricerca di un punto di incontro con la donna amata da parte di Adam, il senso di spaesamento che coglie Na’im.

Credo che sia questo lo spirito giusto col quale accostarsi alla lettura di questo stupendo capolavoro, il lavoro di identificazione, lo stesso profuso da Yehoshua nello scriverlo.

Dafi spesso non dorme, è costretta a fare i conti con il reale, che vive anche durante la notte, in compenso, però Asya dorme molto e sogna, ed è dei sogni, degli incubi deliranti che racconta la sua voce. A voler seguire la sua narrazione, sembra che viva esclusivamente all'interno di una dimensione onirica, alienata da tutto il resto. Fa sogni «limpidi e luminosi, e [...] se li ricorda in tutti i particolari.»

Adam ha un garage, un'autofficina, con dei lavoranti arabi. Asya è un'insegnante delle superiori e Dafi, una studentessa, che frequenta la stessa scuola dove insegna la madre. Tuttavia, è Adam che narra la loro storia, che ragguaglia il lettore sugli avvenimenti e sulle implicazioni del rapporto con Asya. Di come si può amare per decenni, arrivando ad una sorte di quiete, priva di emozioni. È una narrazione contraddittoria quella di Adam, fatta di sottigliezze verbali, di sentimenti incoerenti e contrastanti, e di mostruosità.

Quelli di Adam e di Asya restano comunque come due mondi separati. Separazione che di fatto era stata già determinata dal grande dolore provato anni prima. Il comportamento di Adam potrebbe risultare incomprensibile, ma è di una linearità impressionante, fatto di sensazioni, stimoli, risvegli e assopimenti, giocato sulla proiezione del desiderio erotico. Fin quando però le sue diventano ossessioni che sfociano anche nel morboso.

Ci sono poi, le notti che Adam passa insieme a Dafi e Na’im, a cercare una Morris del ‘47 con un carroattrezzi, e a raccattare le automobili incidentate degli israeliani. Sono notti suggestive alla ricerca di un'anima, mentre raccolgono altre anime, i tre imparano a conoscersi meglio e l'insonnia diventa quasi una malattia contagiosa.

Ma chi è di preciso Gabriel? Come mai Adam tollera la sua presenza? Perché Adam lo cerca disperatamente per riportarlo dalla moglie?
Forse, scompare per fuggire alla guerra?
Gabriel è l’amante, ma come ho già detto, non è l’unico, è uno degli amanti che compaiono nel libro. Ed è proprio Adam il maggior responsabile dell’incontro tra i due, è proprio lui ad averlo voluto. 

Le pagine più straordinarie, più intensamente e tristemente poetiche sono quelle che descrivono la guerra, il fronte, la paura, la solitudine, il senso di estraneità, l’irrazionalità, il conflitto con qualcosa di impalpabile, di oscuro. E poi, la fuga, la diserzione, verso una nuova vita. 

La guerra incombe sulla narrazione, è il comune denominatore che inquina tutte le relazioni umane. È probabilmente ciò che anima l’insonnia della quindicenne Dafi, sicuramente ciò che influenza gli incubi di Asya. 
È comunque Dafi quella che racconta e vive in maniera più equilibrata, quasi fosse la parte razionale della famiglia. È lei che introduce nel suo racconto anche la vita con le sue due amiche Osnat e Tali.

Ma c’è soprattutto il contrasto tra l’animo contorto di Adam e la purezza di Dafi e Na’im, che rappresentano la speranza riposta in quelle che erano allora le nuove generazioni di Israele, ostacolata dai molti reciproci pregiudizi, inculcati da decenni e decenni di odio e di diffidenza. Una purezza che potrebbe finire, però, per contagiare anche Adam.

«Pian piano il deserto ha cominciato a tingersi di rosso, e sull’orizzonte è fiorito d’improvviso un sole rotondo, come se qualcuno l’avesse sollevato al di sopra del Canale di Suez in fiamme – come se fosse anche lui uno strumento di guerra che prendeva parte alla battaglia. E verso il tramonto, il sole pareva riversarsi su di noi, come se l’avessero bombardato, e tutto – le nostre facce, le autoblinde e le armi che avevamo nelle mani – si è tinto di porpora.
Siamo rimasti là per due giorni, in schieramento di battaglia, come impietriti. Il nostro tempo personale, lineare, si era frantumato. E ci si attaccava addosso, come fango appiccicoso, un altro tipo di tempo quello collettivo. Tutto accadeva contemporaneamente.»

«Odore di campi intorno, il cielo è pieno di stelle. Una stradina sconnessa di campagna. Un punto nella Galilea.
Vita vecchia, vita nuova.
Lui se ne andrà, e mi toccherà cominciare da capo.
Me lo sento.
Sono qui, accanto a una macchina antiquata e morta, modello ‘47, e non c’è nessuno che venga a tirarmi fuori.
Bisogna che vada a cercare Hamid.
Ma per il momento non mi muovo. Il silenzio mi avvolge tutt’intorno. Un silenzio profondo, come se fossi sordo.»

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