𝗖𝗹𝗮𝘀𝘀𝗶𝗰𝗶
𝗔𝗯𝗿𝗮𝗵𝗮𝗺 𝗕. 𝗬𝗲𝗵𝗼𝘀𝗵𝘂𝗮, “𝗟’𝗮𝗺𝗮𝗻𝘁𝗲” (𝟭𝟵𝟳𝟳)
«Chiudo gli occhi, spero ancora. Tutto è silenzio. I pensieri si calmano, la cartella è in ordine, la porta chiusa a chiave, le persiane abbassate. In strada c’è silenzio. Tutto sembra fatto per il sonno… Forse ho dormito un minuto o due, ma poi il tempo è passato, e ho capito che non dormo affatto, che la fiammella che mi arde in fondo all’anima non mi darà pace, e comincio a rivoltarmi nel letto. E questa strana irrequietezza continua ad aumentare. Rivolto il cuscino, cambio posizione ogni quarto d’ora, poi ogni pochi minuti. Un’ora se ne va.»
Secondo un altro scrittore israeliano Alon Altaras, Oz, Yehoshua e Grossman avrebbero fatto parte di una sorta di ideale “Trinità”, un terzetto che ha avuto il merito di far conoscere al mondo occidentale la letteratura israeliana contemporanea e di aver promosso le ragioni sia degli israeliani, che dei palestinesi, cercando sempre un punto d’incontro tra le due realtà. Erano la coscienza critica di Israele. Nel momento in cui quel mondo ha perso prima Oz, e poi Yehoshua, è diventato assai più povero.
Il fanatismo di ambo le parti, l’ignoranza, il terrorismo, il pogrom del 7 ottobre spacciato per atto di resistenza, gli orribili bombardamenti e l’intransigenza si diffondono, invece oggi, abbastanza incontrastati. Si uccide insieme agli esseri umani, anche ogni tentativo di dialogo, ogni speranza di pace, così come fu ucciso a suo tempo Rabin. Con antisemitismo (spesso mascherato da antisionismo, senza preoccuparsi di conoscere la storia dei vari sionismi) e odio per l'Islam ai massimi livelli, di cui sono responsabili non solo i fautori, ma anche molti di quelli che pretenderebbero di combatterli, e di farlo ovviamente solo con la violenza e con le armi. Il dialogo e il compromesso non sono più contemplati.
Da una parte, i tagliagole promotori dello Stato Islamico, sono definiti eroi della resistenza; dall'altra, i guerrafondai estremisti, attenti solo ai loro interessi, e a progetti di suprematismo, si ergono a difensori della patria. Nel frattempo dal fiume al mare cresce una follia distruttiva e autodistruttiva. Le responsabilità non peseranno certo allo stesso modo, ognuno può dilettarsi nel gioco quantitativo al massacro. È invece ignorato ciò che è più importante: che non c’è una sola ragione, le ragioni e i diritti sono due, e andrebbe quindi trovato un compromesso, se si vuole fermare la follia della guerra e il tumore dell’integralismo e del fanatismo.
“L'amante” lo lessi la prima volta più di trent'anni fa. Infatti, la mia edizione è del 1990. È stata la mia prima lettura di un'opera di Abraham B. Yehoshua, ed è anche il suo primo romanzo, un’opera che mi colpì profondamente, che contribuì a fare crescere il mio amore per Israele, per una certa Israele. L'Israele dei diritti umani, dei diritti civili, dei diritti economici, dell’uguaglianza tra le etnie e tra le fedi religiose, dell’uguaglianza tra gli individui nel rispetto delle differenze, dei kibbutzim e dell’emancipazione sessuale, del quale i tre scrittori si sono sempre fatti portavoce nella letteratura.
Yehoshua possedeva un modo stupefacente di raccontare. In questo romanzo, entra e esce dai personaggi in continuazione, ne assume il punto di vista con estrema naturalezza e duttilità. Nel narrare, viene fuori anche la diversa percezione reciproca, dei due universi: quello ebraico e quello arabo, quella di rappresentarsi l’un l’altro. Una percezione distorta, soggettiva, spesso errata, sempre però potenzialmente tesa verso un possibile incontro, verso la comprensione reciproca. E l’amore potrebbe aiutare.
“L’amante” è un romanzo sul desiderio, come lo si arriva a perdere e come lo si può ritrovare, sull’amore che prende strade diverse da quelle usuali. Sul rincorrersi a vicenda e rincorrere qualcun altro. È una storia dall’andamento molto particolare, nella quale le linee narrative si confondono. Una storia d'amore molto singolare e disperata. Ed è una storia sullo scontro, ma anche sull’incontro e sul dialogo tra le anime diverse di questa tormentata terra.
Ad un certo punto arriva Na’im, giovanissimo arabo, coetaneo di Dafi, che inizia a lavorare nell’officina, e un nuovo mondo, un mondo parallelo irrompe nella narrazione. È un universo separato, così vicino fisicamente, e così lontano, perché caratterizzato da una prospettiva esistenziale completamente diversa. È l’universo di un arabo israeliano, quello che è al centro della narrazione di Na’im. Con l’ombra del terrorismo che si allarga su tutti loro, anche sulla sua famiglia. Finché Na'im non si innamora.
La voce narrante misteriosa di Vaduccia, altra narratrice, si fa invece strada un po' alla volta, a sprazzi, lentamente, e solo ad un certo punto Yehoshua svelerà al lettore di chi si tratta, incredibile invenzione letteraria, che ha destato in me grande impressione durante questa rilettura, richiamandomi alla mente un’esperienza simile. Vaduccia incarna anche l’anima più antica di Israele.
Ma le analogie non finiscono qui. La sua rilettura, come sovente accade, mi ha regalato nuove suggestioni. Mi sono via, via, riconosciuto in parte dei punti di vista dei vari personaggi, oltre a Vaduccia e alle sue allucinazioni: l’insonnia di Dafi, gli incubi di Asya, la difficile ricerca di un punto di incontro con la donna amata da parte di Adam, il senso di spaesamento che coglie Na’im.
Credo che sia questo lo spirito giusto col quale accostarsi alla lettura di questo stupendo capolavoro, il lavoro di identificazione, lo stesso profuso da Yehoshua nello scriverlo.
Dafi spesso non dorme, è costretta a fare i conti con il reale, che vive anche durante la notte, in compenso, però Asya dorme molto e sogna, ed è dei sogni, degli incubi deliranti che racconta la sua voce. A voler seguire la sua narrazione, sembra che viva esclusivamente all'interno di una dimensione onirica, alienata da tutto il resto. Fa sogni «limpidi e luminosi, e [...] se li ricorda in tutti i particolari.»
Adam ha un garage, un'autofficina, con dei lavoranti arabi. Asya è un'insegnante delle superiori e Dafi, una studentessa, che frequenta la stessa scuola dove insegna la madre. Tuttavia, è Adam che narra la loro storia, che ragguaglia il lettore sugli avvenimenti e sulle implicazioni del rapporto con Asya. Di come si può amare per decenni, arrivando ad una sorte di quiete, priva di emozioni. È una narrazione contraddittoria quella di Adam, fatta di sottigliezze verbali, di sentimenti incoerenti e contrastanti, e di mostruosità.
Quelli di Adam e di Asya restano comunque come due mondi separati. Separazione che di fatto era stata già determinata dal grande dolore provato anni prima. Il comportamento di Adam potrebbe risultare incomprensibile, ma è di una linearità impressionante, fatto di sensazioni, stimoli, risvegli e assopimenti, giocato sulla proiezione del desiderio erotico. Fin quando però le sue diventano ossessioni che sfociano anche nel morboso.
Ci sono poi, le notti che Adam passa insieme a Dafi e Na’im, a cercare una Morris del ‘47 con un carroattrezzi, e a raccattare le automobili incidentate degli israeliani. Sono notti suggestive alla ricerca di un'anima, mentre raccolgono altre anime, i tre imparano a conoscersi meglio e l'insonnia diventa quasi una malattia contagiosa.
Le pagine più straordinarie, più intensamente e tristemente poetiche sono quelle che descrivono la guerra, il fronte, la paura, la solitudine, il senso di estraneità, l’irrazionalità, il conflitto con qualcosa di impalpabile, di oscuro. E poi, la fuga, la diserzione, verso una nuova vita.
Ma c’è soprattutto il contrasto tra l’animo contorto di Adam e la purezza di Dafi e Na’im, che rappresentano la speranza riposta in quelle che erano allora le nuove generazioni di Israele, ostacolata dai molti reciproci pregiudizi, inculcati da decenni e decenni di odio e di diffidenza. Una purezza che potrebbe finire, però, per contagiare anche Adam.

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