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mercoledì 23 ottobre 2024

“Il pianeta azzurro” (1981) regia di Franco Piavoli

 

Cult Movie 
[capolavoro]

“Il pianeta azzurro” (1981)
regia di Franco Piavoli

Qualcuno che non conosce questo film potrebbe fermarsi solo al titolo e all’immagine che ho riportato e andare oltre, supponendo magari di trovarsi davanti alla mia ennesima recensione di una pellicola di fantascienza. E invece, c’è ben poco di più reale della materia trattata in quest’opera cinematografica, anche se il mondo rappresentato è in qualche modo più che fantastico. Reale e fantastico, al tempo stesso.

“Il pianeta azzurro” è un film privo quasi del tutto di colonna sonora musicale, a parte il finale dove viene appena accennato un brano del compositore franco-fiammingo Josquin Desprez, vissuto tra il XV e il XVI secolo; un film privo anche di dialoghi veri e propri, senza veri e propri attori, senza ricorrere all'ausilio di particolari effetti speciali e senza voce narrante. Ma pieno di poesia.

Franco Piavoli, regista bresciano, nel 1981 fece questo esperimento, giocando con la cinepresa e con le immagini. 
In verità, la colonna sonora c’è, solo che è prodotta dai rumori della natura e delle attività umane, rumori a volte assai amplificati. I protagonisti principali di questo incantevole film documentario, sono proprio i rumori, le voci indistinte e le immagini, ma inseriti in un piccolo microcosmo che viene riprodotto evidenziando l’amore per il particolare, anche per quello più estremo. Un’armonia di suoni e di immagini del tutto particolari, che sono catturati con grande maestria.

In questo senso, pur essendo un gran film, “MicroCosmos” non ha inventato nulla. Perché Piavoli c’era già arrivato quattordici anni prima con il suo piccolo capolavoro che è rimasto però quasi sconosciuto, per lo più confinato a un pubblico di nicchia. Tuttavia, all’epoca fece un po’ scalpore, collezionando anche una dose non indifferente di riconoscimenti, e passando pure nella programmazione televisiva, per poi venire, purtroppo, quasi del tutto dimenticato.

La prima ad apparire sulla scena è l’acqua. L’acqua che gocciola, che si gela, si scioglie, scorre nei torrenti e cade dal cielo, con il movimento delle nubi, che è simile a quello dell’acqua, nubi che si addensano e si trasformano di conseguenza in pioggia, e quindi di nuovo in acqua. Il rumore dell’acqua e i suoi movimenti crescono e si espandono come rappresentazione massima dell’essenza stessa della vita sul nostro “pianeta azzurro". Poi, è la volta delle piante, piante che, scosse dal vento, ondeggiano anch’esse proprio come l’acqua.

È il ciclo delle stagioni che Piavoli racconta in un piccolo ambiente rurale della Pianura Padana, nei pressi delle colline Moreniche del Lago di Garda nella Val Bruna, tra Brescia e Mantova, dove umani, animali, piante, interagiscono sotto le ali materne della natura. Vivono alla luce del giorno, in quella del crepuscolo e continuano a vivere dopo il calar del sole.

Il verso degli animali viene spesso amplificato, anche di quelli minuscoli come gli insetti, le lumache o le larve. Vengono straordinariamente ingranditi e messi in primo piano, riempiono lo schermo, così i fili d’erba che si muovono e producono a loro volta rumore, le piccole pozze d'acqua che contengono un universo intero che pullula di vita, e sulle quali si specchiano le nubi. E dove avvengono microscopici miracoli o altrettanto microscopiche tragedie.

Dopo l’acqua, le piante e gli esseri più piccoli, sulla scena arriva lentamente l’uomo, prima i giochi dei bambini, poi, due amanti, poi, ancora, i lavoratori dei campi, impegnati in diverse attività meccaniche e agricole, i corpi e i volti; fino al calare della sera, l’ambiente familiare rurale prende forma delicatamente, e si prepara ad affrontare la notte, cosicché la colonna sonora cambia di nuovo: voci, sospiri, russare, pianti e abbaiare dei cani, tutto si distende sotto la coltre del buio.

“Il pianeta azzurro” è un film da vedere e rivedere, perché è come una deliziosa sinfonia. È come se fosse “Le Quattro Stagioni” di Piavoli. Un miracolo cinematografico unico, con pochi mezzi.

È necessario lasciarsi andare, farsi trasportare senza opporre resistenza, davanti alla visione di questa opera unica, che racconta il mistero non solo delle stagioni, ma di un’intera giornata, che attraversa le quattro stagioni del nostro meraviglioso pianeta in uno spicchio di microcosmo.

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