Racconto contenuto nell’antologia “Tutti i racconti” vol. 1 (1956-1962)
«Ricorda, Matheson, la scienza ha il compito di consolidare le conoscenze acquisite, di classificare e reinterpretare le scoperte del passato, non di rincorrere folli sogni proiettati nel futuro.»
C’è un racconto tratto dal primo volume della raccolta di J.G. Ballard, quello che comprende tutte le storie brevi dello scrittore dal 1956 al 1962, che ha un valore anticipatorio notevole sulla sua narrativa che si svilupperà nel corso della sua lunga attività letteraria. “Città di concentramento”, racconto del 1957, riassume buona parte dei suoi temi, a cominciare da quello del surrealismo architettonico, impregnato di alienazione e di morte. Anche "Condominium" è una sua successiva elaborazione.
Un racconto distopico, ambientato in un futuro remoto, o, per meglio dire, fuori dal tempo, dove l’umanità, o parte di essa, vive in una città che non ha spazi liberi, una città che pare infinita, in tutte le sue direzioni, come un immenso unico edificio, fatto di infiniti piani e livelli sovrapposti. All'interno della quale si viaggia con espressi, tram, vagoni, ascensori sia orizzontalmente che verticalmente, e i Supervagoniletto che viaggiano verso est e verso ovest; un labirinto di marciapiedi, scale mobili, negozi, abitazioni, ristoranti, alberghi e teatri. E le misteriose zone denominate “Città Notturna”, una distesa di quartieri poveri, zone morte, murate. La differenza tra le aree la fa il costo dello spazio per metro cubo. Una città con delle enormi crepe che vengono aperte solo per ristrutturare, espropriare, speculare e rivendere.
Il racconto è una chiara metafora della trasformazione delle città in megalopoli alveare, in universi concentrazionari, totalitari, oscuri e alla lunga caratterizzati da un’esistenza misera, disumana.
Il protagonista è Franz M., un doppio omaggio a Kafka (giocato tra Franz e Josef K.). Tuttavia, M. sta per Matheson, è , allora, solo una casualità, oppure anche qui c’è un riferimento ad un altro grande cantore dell’assurdo, contemporaneo di Ballard?
Gli uomini hanno perfino dimenticato cosa voglia dire “volare” e quindi, appunto, anche il concetto di “spazio libero”, il “free space”, lo “spazio gratuito”.
Franz va alla ricerca proprio di questo spazio, sospettando che la città abbia un termine, dei confini, una fine, e li abbia da qualche parte.
«Voglio costruire una macchina volante» disse M. in tono cauto. «Da qualche parte deve pur esserci spazio libero. Chissà... forse ai livelli inferiori.»
Il medico si alzò. «Dirò al sergente di consegnarti a uno dei nostri psichiatri. Potrà di certo aiutarti con i tuoi sogni.»
Prima di aprire la porta il medico esitò, disposto a un ultimo tentativo.
«Ascolta,» spiegò «non ci si può sottrarre al tempo, vero? Soggettivamente è una dimensione elastica, ma per quanto tu faccia non riuscirai mai a fermare quell'orologio» indicò sulla scrivania «o a farlo andare a ritroso. In modo del tutto equivalente non puoi uscire dalla Città.»
«L'analogia non regge» obiettò M. Accennò alle pareti circostanti e alle lampade giù in strada. «Tutto ciò l'abbiamo fabbricato noi. La domanda cui nessuno può rispondere è: cosa c'era qui prima del nostro intervento?»
«La città è sempre esistita» disse il medico. «Non proprio questi mattoni e queste travi, ma altri che li hanno preceduti. Si dà per scontato che il tempo non abbia principio né fine. La Città è antica quanto il tempo, e quanto il tempo durerà.»
«Ma i primi mattoni qualcuno li depose» insisté M. «Ci fu la Fondazione.»
«Un mito. Soltanto gli scienziati ci credono, e anche loro non cercano di approfondire troppo. In privato sono in parecchi ad ammettere che la Prima Pietra non è nient'altro che una superstizione. Le tributiamo un ossequio puramente verbale per convenienza, e perché fa piacere condividere una tradizione, ma è evidente che non può esserci stata una prima pietra. Altrimenti come spiegare chi la pose e, ancor più difficile, da dove veniva?»
«Da qualche parte deve esistere spazio libero» ripeté M. caparbio. «La Città deve possedere dei confini.»
«Perché?» domandò il medico. «Non può galleggiare in mezzo al nulla. O è questo che ti sforzi di credere?»
M. si afflosciò contro lo schienale. «No.»
Il medico osservò M. in silenzio per qualche minuto, poi tornò alla scrivania. «Questa tua bizzarra fissazione mi lascia perplesso. Sei imprigionato fra quelli che gli psichiatri definiscono aspetti paradossali.
Sei certo di non aver frainteso qualche chiacchiera a proposito del Muro?»
M. alzò gli occhi. «Quale muro?»
Il medico annuì fra sé. «Secondo una concezione d'avanguardia esisterebbe attorno alla Città un muro impenetrabile. Una teoria che personalmente non pretendo di comprendere. È di gran lunga troppo astratta e sofisticata. Sospetto tuttavia che qualcuno abbia confuso questo Muro con le zone oscure, murate, che hai attraversato nel vagone letto.
Preferisco la convinzione ortodossa secondo cui la Città si estende illimitatam
ente in tutte le direzioni.»

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