Daniel Keyes “Fiori per Algernon” (1959 - 1966)
«Come è strano che persone sensibili e di animo buono, persone che non si approfitterebbero di un cieco o di un uomo nato senza braccia o gambe, non esitino a maltrattare un uomo privo di intelligenza! Mi ha esasperato ricordare che non molto tempo fa io, come questo ragazzo, avevo pazientemente fatto la parte del pagliaccio.
E quasi me n’ero dimenticato.
Soltanto poco tempo fa ho capito che la gente rideva di me. Ora mi rendo conto che senza saperlo mi ero unito agli altri ridendo di me stesso. E questo mi addolora più d’ogni altra cosa.»
“Fiori per Algernon” è un romanzo unico che non assomiglia a nessun'altra opera letteraria. L’espediente narrativo che Daniel Keyes usa in questo romanzo è senz’altro la cosa che fa la differenza. La forma delle memorie scritte è molto praticata in letteratura, ma non credo esista quella di un io narrante che recepisce la realtà attraverso livelli gradualmente diversi di intelligenza, partendo da una condizione di ritardo mentale abbastanza grave.
Il libro è diviso in diciassette “rapporti sui progressi”, scritti appunto dal protagonista in forma di diario, con date a margine, nel corso dei quali Charlie Gordon, di anni trentadue, subisce un intervento chirurgico sperimentale finalizzato ad aumentare le sue capacità cognitive. I primi sono brevi e brevissimi, colmi di errori ortografici, e caratterizzati da pensieri semplicistici, con un’ossessione nei confronti del desiderio di diventare più intelligente. Il diario serve ai titolari della sperimentazione per tenere sotto osservazione i mutamenti intellettivi di Charlie.
Il punto di vista non cambia mai. Resta sempre quello del protagonista, cambia invece la visione e la percezione del mondo col cambiamento delle capacità cognitive. Ci sarebbe molto da dire sul concetto di intelligenza, infatti il romanzo, nel prospettare le diverse interpretazioni sul significato di quoziente intellettivo, stimola dubbi e riflessioni.
“Fiori per Algernon”, come pubblicazione, ha una genesi e un destino molto particolari. Nasce infatti come semplice racconto nel 1959 e vince il premio Hugo, riservato alla categoria dei racconti di fantascienza, nell’anno successivo. Visto il successo, Keyes decide di intraprendere un progetto più impegnativo, espandendo la sua idea per portarla alle dimensioni di un romanzo, e come se non bastasse, vince anche l'altro prestigioso premio dedicato alla fantascienza letteraria: il Nebula.
“Fiori per Algernon” ha avuto anche una famosa, libera trasposizione cinematografica, ne è stato infatti tratto il film “I due mondi di Charlie” del 1971, per la regia di Ralph Nelson. Cliff Robertson, l’attore protagonista, vinse anche l’Oscar per la parte di Charlie Gordon. A rivederlo oggi, però, risulterebbe molto datato, al contrario del romanzo, che dopo tanti anni conserva intatte la valenza del messaggio e la freschezza dello stile letterario.
Il progressivo aumento dell’intelligenza, con l’emersione di conflitti interiori, l’incontro con le convenzioni sociali e il riadattamento della sfera emotiva e del processo di razionalizzazione, portano Charlie in una nuova dimensione esistenziale, con il conseguente deficit di candore e di innocenza. Il romanzo è un viaggio attraverso i vari stadi di coscienza, apprendimento e conoscenza, ma anche un incontro doloroso con la consapevolezza della solitudine e del destino.
Inoltre, col mutare dei vari livelli cognitivi, muta anche la percezione delle emozioni e delle relazioni sociali. I ricordi vengono rivissuti e interpretati sotto luci diverse, soprattutto quelli relativi all’ambiente familiare e al sentimento di rifiuto da parte della madre, che Charlie ricostruisce lentamente, con tutto il dolore che ne consegue. Il conflitto interiore maggiore è tra conscio e inconscio: dover rivivere esperienze, analizzandole attraverso diversi gradi di consapevolezza, e la dimensione onirica è il primo campo di battaglia in cui si svolge questo conflitto.
L’altro è nel reale, con la distorsione delle percezioni, la perdita di identità, lo stato confusionale e il subentrare di uno scontro tra le due personalità.
In definitiva, il contrasto tra realtà e immaginazione è un po' il leitmotiv di tutto il romanzo, visto attraverso le lenti dei “progressi” cognitivi di Charlie, ma lo è anche l’alienazione come conseguenza della manipolazione della mente e il rischio insito nella sperimentazione scientifica che trascende ogni principio etico, con la pretesa di sentirsi in diritto e in dovere di “migliorare” la condizione umana, anche attraverso l’eliminazione dei difetti genetici.
Da qui all’annullamento delle diversità, in nome di un presunto modello di perfezione, il passo è davvero breve. Sappiamo bene quali rischi e risultati ha comportato nella storia quando la tentazione prometeica ha sedotto l’animo umano. Tutto ciò ha come conseguenza l'irrompere di un sentimento di estraneità dalle altre persone, che non perdono occasione di farlo sentire un diverso, condizione che acuisce il suo conflitto interiore, portandolo all’esasperazione.
L’ovvia strumentalizzazione dei mass media e dell’ambiente accademico, che trattano Charlie alla stregua di un fenomeno da baraccone, completano il quadro miserevole della vicenda. Keyes sviluppa la sua linea narrativa mettendo in luce gli aspetti più crudeli delle relazioni di potere e l'incapacità di gestire con umanità e in maniera adeguata la nuova condizione in cui viene a trovarsi Charlie, considerato in tutto e per tutto come una cavia da laboratorio, costretto a condividere lo stesso trattamento del suo “amico”: il topolino Algernon.
Non resta che dire che è proprio questa tematica sulle disabilità e le capacità cognitive che lega “Fiori per Algernon” a un altro grande capolavoro della narrativa di anticipazione e cioè a “Nascita del Superuomo” di Theodore Sturgeon, non fosse altro che pure quello è l’espansione di un racconto precedente, anche se l’andamento della narrazione è in qualche modo, assai distante e soprattutto immaginata in senso inverso. Tuttavia, la dimensione di delirio poetico della scrittura, che, a tratti, caratterizza il romanzo, è un elemento ulteriore di affinità con la novella di Sturgeon.

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