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sabato 7 dicembre 2024

Ira Levin, “Questo giorno perfetto” (1970)

Classici


Ira Levin, “Questo giorno perfetto” (1970)

«È meraviglioso! È un'esperienza che rimane impressa tutta la vita: vedere la macchina che ti classificherà, assegnerà i tuoi compiti, deciderà dove abiterai e se sposerai o no la ragazza che desideri sposare, e se la sposi, se avrai o no figli e come li chiamerai quando li avrai - certo che sei eccitato, chi non lo sarebbe?»

«Pensò a quello che gli aveva detto la ragazza giovane, «Lillà»: di tenere, cioè, sempre presente che a fargli pensare di essere un membro malato era un prodotto chimico iniettatogli senza il suo consenso. Il suo consenso! Come se il consenso avesse a che vedere con un trattamento fattogli per conservargli salute e benessere, che facevano parte integrale della salute e del benessere dell'intera Famiglia!»

Ira Levin, scrittore americano scomparso nel 2007, è ricordato soprattutto per due romanzi resi celebri dai rispettivi adattamenti cinematografici: “Rosemary‘s baby”, inquietante horror per la regia di Roman Polanski, con Mia Farrow e John Cassavetes, e “La fabbrica delle mogli”, che ha ispirato una serie di film diversi, il cui più famoso è “La donna perfetta” di Frank Oz, con Nicole Kidman.

Il romanzo in questione è meno noto, ma non è meno interessante, anzi, è inaspettatamente sorprendente. Rientra in un altro genere, anche se l’ambito è sempre quello del fantastico. È un'originalissima distopia totalitaria, molto simile a quelle raccontate nei classici di Orwell, Huxley, Bradbury e Zamjatin. È un po’ un misto di tutte queste opere con, però, delle particolarità tutte sue. C’è molto altro. Un vivace e stralunato romanzo di anticipazione su qualcosa che ci riguarda molto da vicino. Potrebbe essere definito anche come romanzo di formazione di genere distopico, con dei risvolti e delle implicazioni davvero impressionanti con la nostra realtà. La traduzione è del maestro del noir italiano Attilio Veraldi.

Le distopie letterarie hanno sempre una loro utilità. Non solo perché può essere istruttivo, oltre che sicuramente divertente, leggere che cosa si aspettano questi autori dal futuro, e per quanto riguarda quelli del passato, constatare le analogie col nostro presente, ma soprattutto vedere che tipo di retroterra culturale e che percezione avevano e hanno del reale e del loro contesto. Quindi, la costanza con cui si cercano nuove versioni è da considerare con favore. Non sempre però i risultati sono all'altezza.

Quest'opera è del 1970 e la buona riuscita del racconto la si deve in particolare all’atmosfera che regnava in quel periodo, in cui il desiderio di sperimentare nuovi percorsi narrativi veniva costantemente sollecitato all’interno del mondo della sf, ma anche in quello della controcultura. Ha il sapore di quel contesto storico. È indicativo in questo senso che ad un certo punto nel romanzo il processo di emancipazione dei personaggi vada di pari passo con quello di liberazione dalla repressione sessuale indotta dai farmaci, che ha tutte le caratteristiche però del fallimento delle comuni hippie dell’epoca, dovuto invece proprio all’uso di sostanze psicotrope. Si potrebbe quindi ipotizzare anche una critica di Levin interna a simili contesti.

Il libro è diviso in quattro parti che indicano la cadenza progressiva della presa di coscienza: sviluppo, risveglio, fuga e lotta. 

Non tutto può essere infatti tenuto sotto controllo in una società totalitaria, per quanto possa essere opprimente e sorvegliata. È un romanzo colmo di metafore e di colpi di scena. Cambia continuamente. Non annoia mai.

È ambientato in un regime globalizzato sotto la stretta sorveglianza di un supercomputer: “UniComp”, che è installato nelle viscere della Terra e che segue i membri della “Famiglia” dappertutto, ne stabilisce il destino lavorativo, esistenziale e le scelte, tramite catalogazione, e la periodicità del “trattamento” farmacologico. Tutti i membri sono catalogati da Uni-Comp. 

L’importante è affidarsi con fiducia a lui, come se fosse il dio di una nuova fede. Decidere e scegliere autonomamente sono considerate, per questo, manifestazioni di egoismo. 

Ma questa è soprattutto la storia di Chip, un bambino che comincia a farsi delle domande, perché intuisce che UniComp possa nascondere dei segreti. Sospetta che la realtà sia ben diversa da quella che appare.

“Questo giorno perfetto” ha soprattutto molte affinità col “Mondo Nuovo” di Huxley: Levin immagina una società in cui domina la “perfezione” e la felicità, o almeno una simulazione della felicità, la soddisfazione apparente, che cerca di tenere sotto controllo gli "eccessi". Ma che ricerca ossessivamente una forma di benessere idealizzato e imposto. Un’utopia che per questo inevitabilmente si trasforma in distopia.

Il plot congegnato da Levin è divertente, suggestivo, avvincente, pieno di termini inventati, come in ogni distopia che si rispetti. Descrive con estrema semplicità un universo immaginario, scoprendo un po' alla volta l’intreccio narrativo. 

La Famiglia è una società posta in un altrove dal sapore mitico, rispetto al nostro, in un futuro non esattamente delineato e non proprio fuori dai riferimenti geografici conosciuti, ma resi solo simbolicamente con nomi appena accennati e stravolti. Chip, crescendo, è tormentato dai sensi di colpa e dalle contraddizioni, fino a che un giorno non fa un incontro determinante, che gli cambierà l’esistenza.

Un romanzo tutto da scoprire.

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