Joseph Roth, “La marcia di Radetzky” (1932)
«L’Imperatore era un vecchio. Era il più vecchio imperatore del mondo. Intorno a lui girava la morte, girava e mieteva, girava e mieteva. Già l’intero campo era vuoto, e solo lui, come un argenteo stelo dimenticato, stava ancora là e aspettava.»
“La Marcia di Radetzky” è la celeberrima composizione che Johann Strauss scrisse in onore del Maresciallo Josef Radetzky, trionfante conquistatore di Milano dopo i moti del 1848 e nell’ambito della Prima Guerra d’Indipendenza. È storia più che nota. Joseph Roth con spirito ironico e dissacrante titola così, con amarezza, il primo dei due romanzi esplicitamente legati alla lenta caduta e alla conseguente dissoluzione dell’Impero Austro Ungarico, il secondo è “La Cripta dei Cappuccini”.
È comunque un po' tutta l’opera di Roth ad essere dedica alla “finis Austriae”. Tuttavia, è in questi due romanzi che tale tema viene affrontato con maggiore intensità.
Il titolo è solo il primo dei “rovesciamenti” di questo romanzo storico e insieme saga familiare, una saga lunga tre generazioni della famiglia Trotta, nata contadina ma onorata poi con una baronia. Infatti, la storia inizia con una sconfitta e un salvataggio. La sconfitta è quella tristemente nota per gli austriaci, conseguita nella battaglia di Solferino, durante la Seconda Guerra di Indipendenza, che porterà l’Austria a perdere l’intera guerra.
Il salvataggio è quello di taglio fiabesco operato dal sottotenente Joseph Trotta (notare l’assonanza col nome e cognome dello scrittore), primo protagonista del libro, di origini slovene, che riesce a evitare la morte del giovane imperatore Francesco Giuseppe, gettandolo a terra. Il sottotenente viene promosso capitano, ma la sua gloria viene “infamata” da una bugia, la ricostruzione del tutto falsa riportata sul libro di scuola per bambini, che lascerebbe intatto il merito di Trotta, con l’intento di non far perdere però la faccia all'imperatore. Per la delusione Joseph lascia l’esercito, ma viene congedato col grado di maggiore e l’imperatore gli fa dono di una baronia. Diventa così il Barone Joseph Von Trotta, ma la delusione non lo abbandonerà più.
Il genio di Roth unisce quindi quattro elementi: titolo ironico, sconfitta, salvataggio con caduta e bugia, atti a rappresentare metaforicamente il declino dell'Impero.
Tuttavia, come per “La Cripta dei Cappuccini”, il punto di vista assunto dallo scrittore è di profonda amarezza. Philip Roth, originario della Galizia ucraina, al tempo annessa nel territorio dell'Impero, come estrema periferia, oltre al fatto di essere di origini ebraiche, è cantore di profonda nostalgia per quello che fu l’Impero Asburgico. Roth si sentiva a pieno titolo cittadino di un enorme Paese, a base multietnica, dove tutte le diverse nazionalità convivevano con spirito di integrazione reciproca. Si diceva cittadino orgoglioso dell’Impero e contemporaneamente del mondo.
Di incredibile malinconica bellezza sono le pagine in cui Roth ci accompagna a fare la conoscenza del figlio del vecchio Joseph, Barone Franz von Trotta, con la sua impressionante rassomiglianza fisica con Francesco Giuseppe, funzionario e capitano distrettuale, che nel suo distretto ha l’onore di rappresentare proprio la figura e i poteri dell’imperatore. Roth non si ferma alla somiglianza, va oltre e fa condividere a Franz von Trotta anche un doppio destino analogo a quello dell’imperatore. Facciamo così, inoltre, anche la conoscenza del suo giovanissimo figlio, Carl Joseph, cadetto, e di conseguenza nipote dell’eroe di Solferino. Sia a Franz, che a Carl Joseph sarà dedicata la parte più consistente del romanzo.
L'apice del romanzo giunge, comunque, nel capitolo interamente dedicato a Francesco Giuseppe, che può essere letto come un racconto a sé stante. La figura del vecchio incarna lo splendore e la decadenza dell'Impero. Personaggio, descritto a tinte memorabili, contraddittorio ed enigmatico, il cui sguardo nasconde sarcasmo e un completo disincanto, consapevole di quello che sta accadendo attorno a lui, ma che sente di essere completamente impotente. Non si sente più adeguato a cambiare le sorti dell'Impero, e circondato da inetti, fa credere al contrario di essere preda di uno stato confusionale dovuto all'età.
Il racconto è sospeso sempre in un’atmosfera tra il fantastico e l'estremamente tangibile. Roth seduce con le sue descrizioni ad alto tasso di poesia. Evita sempre l’eccesso, ma non manca mai di scendere in profondità, mettendo continuamente in luce gli aspetti del carattere dei suoi personaggi. Lo fa senza trascurare il benché minimo particolare, in maniera misurata, ma dettagliata. Alla fine il risultato è quello di fornire un’immagine precisa delle figure che occupano la scena. Un’immagine però assolutamente dinamica che muta nel tempo, che non resta ferma e che fluisce inesorabile insieme alla narrazione, così come quella dei luoghi.
La bellezza che Joseph Roth infonde ai suoi romanzi è qualcosa di unico riuscendo perfino a rendere interessante e accattivante la banalità delle situazioni, capovolgendola ad evento straordinario. Anche l'annuncio dell’evento epocale dell’attentato di Sarajevo rinchiuso nella cornice di una surreale festa dei Dragoni più che assumere il tratto della straordinarietà ne è la metafora.
La sua prosa, seppure lenta ed estremamente descrittiva, è un vero e proprio miracolo, riesce a fondere insieme situazioni, sentimenti, oggetti, dialoghi in una materia unica che compone il flusso inarrestabile della narrazione.
L’enfatizzazione dei piccoli gesti, delle espressioni, dei piccoli avvenimenti, serve anche a stemperare con l’austera moderazione le tragedie e il dolore conseguente. E nel fare questo, cerca di contrastare il cinismo, di tenerlo lontano il più possibile, anzi riempie di particolare tenerezza e calore le sue creature, e lui stesso è mosso a partecipazione affettiva. Di grande suggestione è la parte in cui Roth scrive della terra di frontiera tra l'Impero e la Russia, delle sue genti, i suoi aspri conflitti, in perenne contraddizione con la predisposizione alla convivenza.
È un modo di cercare di combattere anche la grettezza che inevitabilmente emerge in un mondo ormai in declino e di salvaguardarne gli aspetti più umani.
Ma nel far questo, mette inevitabilmente in scena anche il contrasto tra una realtà che muta e l’attaccamento a convinzioni anacronistiche e grottesche, che molta responsabilità hanno nel declino, non più adeguate ai tempi e che inesorabilmente avanzano. Una narrazione sospesa tra nostalgia e bisogno urgente di adattamento.

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