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venerdì 13 dicembre 2024

“Le onde del destino” (1996) regia di Lars von Trier

 


Cult Movie 

“Le onde del destino” (1996)

regia di Lars von Trier

con Emily Watson, Stellan Skarsgard, Katrin Cartlidge, Jean-Marc Barr, Adrian Rawlins, Sandra Voe, Udo Kier

Tre cose mi colpirono in maniera particolare di questo film di Lars von Trier quando lo vidi la prima volta al cinema, alla sua uscita quasi trent'anni fa: la strepitosa interpretazione di Emily Watson che non ha molte pari nella storia del Cinema, gli arguti siparietti con commento musicale che introducono i vari capitoli con cui è diviso il film, e le riprese a mano libera, tecnica non certo innovativa, ma che in qualche modo inaugurò una tendenza.

Sulla prima, c’è poco altro da dire se non che il film poggia quasi interamente sulla Watson, diretta in modo ineccepibile, quasi che fosse stato concepito e costruito su di lei, ma anche il supporto offerto dalla bravura degli altri attori non è poi così da meno. Sulla seconda, che è fin troppo evidente che il regista essendo più o meno della mia età, punti tutto su una scelta musicale non affatto casuale e non poteva che essere dettata da alcune suggestioni generazionali, con l’immancabile furbesca riproposizione di “A Whiter Shade of Pale” dei Procol Harum. La terza, invece, definisce i confini estetici del film in maniera precisa, con una dose di eccesso che lo rende inconfondibile.

Questo, sul piano estetico. E il film potrebbe risolversi tutto lì, in fondo. È quello che sembra interessare di più Lars von Trier. Sembra, ma così non è. Perché sul piano dei contenuti le cose si complicano, entra in gioco l’ambiguità, la conversione di von Trier al cattolicesimo, ad una versione del tutto personale di cattolicesimo, tra scandalo, immagini disturbanti, kitsch, critica al bigottismo, sacrificio, martirio, femminicidio, lapidazione, beatificazione e, addirittura, resurrezione.

Un delirio mistico blasfemo ma di intensa religiosità. Tutto questo in linea con il personaggio estroso, stravagante e provocatorio di von Trier.

Non si può certo negare però che il regista danese non colpisca nel segno, andando diretto ai sentimenti. Il suo film è destinato a restare impresso nella memoria per la sua originalità, il suo estremismo e per alcune sequenze crude ed esplicite. È un cinema profondamente emozionale, ma al contempo criptico, contraddittorio, dissacrante, ma con un’intensa concezione del sacro. La follia di Bess è quella di una Giovanna d’Arco, che usa il suo cuore e il suo corpo come uniche armi. 

Il marito Jan è il suo (in)consapevole carnefice, la cognata Dodo è l’unica che le dona amore incondizionato, ben oltre la sorellanza, è l’amante platonica, non del tutto corrisposta, perché Bess è oltre, è pervasa della voce di Dio. Ma quando Bess cade per l’ultima volta, Dodo riesce a “rialzarla” solo apparentemente e non riesce a portare la sua croce fino in fondo. Manca nel momento decisivo e fa prevalere la sua impotenza. Ed è qui che avviene l’incontro tra il cinema di Carl Theodor Dreyer e quello di Ingmar Bergman, il silenzio del dio calvinista bergmaniano viene però colmato in maniera ossessiva dalla parola del dio cattolico.

“Le onde del destino” è anche una parabola sull’incomunicabilità, sulla solitudine e sulla disperata e distorta percezione della realtà. Del sesso come medium per la salvezza anche spirituale e per l’autodistruzione. La caduta dell’angelo puro e dall’animo incontaminato che ascende poi a livelli di santità e di nuova castità, si compie attraverso l’abominio delle perversioni, vittima di chi approfitta della sua bontà.

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