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sabato 14 dicembre 2024

“La fiammiferaia” (1990) regia di Aki Kaurismäki

 


Cult Movie 

“La fiammiferaia” (1990)

regia di Aki Kaurismäki 

con Kati Outinen, Elina Salo, Esko Nikkari, Vesa Vierikko, Silu Seppälä

«“La fiammiferaia” testimonia la fine dei sogni, la morte, la rovina, la distruzione, la disperazione degli uomini che vivono alle soglie del terzo millennio.»

Aki Kaurismäki 

Il capitolo finale della “Trilogia dei perdenti o del proletariato” di Aki Kaurismäki, di produzione finnico svedese, è di fatto al confine con il cortometraggio, vista la durata appena superiore ad un’ora, ed è il capitolo sicuramente più conosciuto, quello che ha maggiormente contribuito alla sua fama a livello internazionale.

Pur nella sua brevità, è saturo di talmente tanti significati, da essere soggetto a più letture. Un piccolo, grande gioiello.

Tetro ed essenziale come una lama di coltello, si apre con una sequenza magistrale di alcuni minuti su una glaciale catena di montaggio fordista di una fabbrica di fiammiferi, nella quale pare essere presente, come persona, la sola protagonista: una metafora eccellente della solitudine e dell’alienazione, e dell'alienazione che produce solitudine. È una nuova versione di “Tempi moderni” priva della comicità di Charlot, svuotata di ogni senso dell'ironia e dell'indispensabile presenza umana, abbandonata al vuoto della pura e desolata tragedia, tutt'al più con qualche accento grottesco.

Il film è un apologo sul pessimismo più cupo e può benissimo rientrare, come convenzione, anche nel genere noir, con più o meno espliciti riferimenti a Ingmar Bergman. I dialoghi sono ridotti all’osso e quasi del tutto inesistenti. Purtuttavia, è colmo di rumori: quello degli ingranaggi e quelli prodotti dalle attività della vita quotidiana. La narrazione viene affidata ai gesti macchinalmente meticolosi, agli sguardi assenti, alle espressioni dei volti, alla mimica dei corpi, quasi fossimo in presenza di tanti zombie. I sorrisi sono merce rara.

Ultimo elemento di narrazione sono ben altre voci: quelle dei testi delle canzoni della bizzarra colonna sonora e dei telegiornali, con in primo piano la rivolta di piazza Tienanmen, quasi ad anticipare un’altra disperata rivolta: quella di Iris, la fiammiferaia.

Iris, unica viva tra i morti, operaia che è un altro angelo caduto allo status di araldo della morte, con una vita squallida, triste, fatta di violenza, repressione, pregiudizi, moralismo, sfruttamento, cerca di infrangere la solitudine col candore e l’ingenuità, ma ottiene solo indifferenza. 

La realtà non si specchia affatto nei romanzi rosa e nelle riviste di cui Iris si nutre e che sembra prediligere. È una vittima che non riesce a condividere la solitudine con altre vittime, ma solo il ruolo di carnefice. Anche il rapporto col fratello, l’unico col quale sembra avere una relazione d’affetto, resta distante, avvolto nella nebbia fredda di una vuota esistenza.

La protagonista della novella di Andersen è tornata, vestendo i panni della Nemesi.

L’indugiare di Kaurismäki sui particolari, anche su quelli insignificanti, sulla predilezione per i paesaggi industriali e degradati, per squallidi luoghi di svago di cattivo gusto, contribuisce a conferire alla pellicola quel sapore apocalittico di fine di ogni speranza, resta solo una cruda e agghiacciante rassegnazione, quella di percepire la vertigine dell'abisso. 

Anche se rapportabile ad un determinato contesto di luogo e di tempo, la fine del secolo scorso nel “felice” nord Europa scandinavo, il film, annunciando il vuoto che verrà col nuovo millennio, ha una valenza sicuramente universale, cosa che ha contribuito al suo successo, seppur all’interno di un pubblico forse purtroppo di nicchia.

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