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domenica 15 dicembre 2024

Tecnocrazia e recinti identitari


Le tecniche del dominio sono arrivate ad un livello di raffinatezza tale che confezionano narrazioni diverse per soggetti diversi: narrazioni per tutti i gusti, in modo tale che si finisca rinchiusi in una specifica area autoreferenziale.

Sfugge l’essenza in sé del nuovo meccanismo totalitario che è quello del recinto: è il contenitore, non i contenuti ciò che effettivamente conta. Sono la forma e l’apparenza che si fanno sostanza. I contenuti sono perfettamente intercambiabili e assimilabili, anche quelli apparentemente più radicali ed eretici.

Ci sono recinti che si intrecciano, ma mai individui che dialogano veramente in quanto tali e non come prodotti della catalogazione. Tutto ciò è possibile con il tracciamento delle convinzioni, dei desideri e delle utopie. I social si sono dimostrati un grande e perfetto laboratorio in questo senso. Non esiste più solo il tentativo di manipolare per convincere. Le persone sono più controllabili con l'illusione di possedere una propria originalità di pensiero.

È sbagliato dire che i fronti sono due. Sono due quando il panorama propagandistico costringe alla bipolarizzazione. Ma di norma, sono anche di più, per questo è ancora più arduo riuscire a discernere. 

Io ci sto provando. Ma è molto difficile, perché mi accorgo dell'enorme scarto cognitivo e del rischio di essere risucchiato anch'io da una specifica catalogazione. Essere, cioè, inseriti in una tipologia, seguire pedissequamente uno schema preordinato, predefinito e confezionato ad hoc. Le logiche da branco si moltiplicano indefinitamente. Esiste un’unica flessibilità: quella di gruppo. 

Aver avuto a che fare per decenni con la sinistra antagonista, mi ha preparato a questo tipo di situazione. 

La segmentazione presente all'interno di quell'area era ed è incredibile. Si può dire che l'unico successo che ha conseguito è quello di essere servita come modello di proiezione per il potere info-tecnocratico attuale. Ma ciò vale per ogni settarismo, ovviamente. Ne so purtroppo riconoscere i segni non appena mi appaiono anche solo accennati.

Il fronte autoproclamatosi antisistema e del dissenso, in tutte le sue varianti ha confermato solo in maniera più rozza ciò che era già stato percorso da elaborazioni meno raffazzonate e ridicole. 

Credo che non sia solo questione di allenamento al pensiero critico,  ma anche questione di intuito. Accorgersi di quello che sta accadendo, delle dinamiche di aggregazione e delle strategie di marketing atte alla cattura cognitiva. Tutto ciò può essere divertente, ma è anche tremendamente doloroso, perché può venire da chiunque, anche inconsapevolmente; e non è affatto paranoia.

Quello che esce sconfitto è l'individuo, perché la pratica del dominio diffuso ha bisogno sempre di incasellarti in qualche specifica categoria. Quando i dominanti sono molteplici e si trovano anche orizzontalmente al tuo livello, tutto si fa più liquido e inafferrabile. La situazione si è oggi assai complicata perché la pratica tecnologica della profilazione permette di inseguire la complessità sociale ed identitaria e di questa pratica se ne servono in molti. 

È il “Noi” distopico del romanzo di Zamjatin che un secolo dopo, si avvera e si fa paradigma sociale comune, moltiplicandosi in tanti "noi", mentre l’individuo con le sue molteplici sfumature e sfaccettature si liquefà nel nulla del “fare sintesi”.

L’unica resistenza possibile è quella di provare a riprendersi la propria individualità, disertare i gruppi e cercare di comunicare da pari con altri individui, creando un’autentica solidarietà, che non è quella di monadi isolate chiuse “a forza" in un recinto.

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